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Un piccolo segno che dà la misura di un successo clamoroso, il caso editoriale dell’anno - oltre 200mila copie, da sei mesi in vetta alle classifiche, i diritti di traduzione già venduti in una ventina di Paesi, nel mondo anglosassone verrà pubblicato da Harper Collins - per il romanzo che racconta la storia della ricca e potente famiglia Florio intrecciando vicende storiche e private, tra realtà e finzione: una irresistibile ascesa dal momento in cui Paolo e Ignazio Florio sbarcano a Palermo da Bagnara Calabra dopo il terremoto del 1799, irrequieti e ambiziosi, aprono la loro “putìa”, la bottega di spezie migliore della città in cui si trova anche il “cortice”, la polvere utilizzata per combattere la malaria, poi avviano il commercio di zolfo, acquistano case e terreni dai nobili palermitani, creano una compagnia di navigazione, rilanciano dalla tonnara di Favignana il consumo del tonno sott’olio grazie a un sistema rivoluzionario di conservazione. Finché Vincenzo, figlio di Paolo, prende in mano Casa Florio e costruisce una fortuna intorno a un vino da poveri, il marsala. Intreccio di sentimenti, amori segreti e personaggi, donne e uomini, ma anche parabola emblematica di riscatto sociale, sullo sfondo di una Palermo che assiste stupita al successo dei Florio che rimangono “stranieri”, mentre l’orgoglio sfuma nell’invidia e nel disprezzo.
Un tema, quello del successo e dell’invidia, che chiama in causa Stefania Auci, diventata autrice di best seller nel giro di pochi mesi dopo dieci anni di gavetta. Ha già scritto oltre la metà del secondo volume, ambientato tra il 1868 e gli anni Trenta (uscirà nel 2020) e dalla saga verrà tratta una serie tv coprodotta da Compagnia Leone Cinematografica e Rai Fiction. «Non mi spiego la fortuna del libro, non mi ci soffermo più di tanto. Ho scritto il romanzo che avrei voluto leggere: all’inizio ho utilizzato il passato, ma così non riuscivo a rendere contemporaneo il racconto. Allora ho optato per il presente narrativo e scelto di utilizzare frasi brevi, in certi passaggi danno molta velocità», comincia la scrittrice, ironica e vitale, vestito rosso e blu sotto un trench blu scuro, a suo agio tra gli scaffali della Modusvivendi, la libreria dove è di casa nel bel quartiere Libertà a Palermo, circondata da studenti e professori di una scuola di provincia.
Auci conosce bene il mondo della scuola. Scorre su binari paralleli, infatti, la doppia vita di Stefania, scrittrice affermata e docente di sostegno nell’istituto alberghiero Paolo Borsellino, nel quartiere difficile di via Montalbo. Il nostro cammino comincia da questo palazzone grigio che guarda verso i cantieri navali. «Si tratta di due mondi rigorosamente separati, che intendo mantenere tali. Da un lato c’è la Stefania che scrive, riservata, a volte anarchica, che ha bisogno di silenzio. Dall’altro la Stefania che insegna, coriacea e chiassosa, che crede fino in fondo al lavoro che fa. I ragazzi si accorgono subito se ci si impegna oppure no», prosegue la scrittrice, che al tema dell’insegnamento ha dedicato qualche anno fa il saggio “La cattiva scuola” (Tlon edizioni), scritto con Francesca Maccani.
Assomiglia a una frenetica escursione archeologica il nostro viaggio, attraverso la Palermo dei Florio che con la sua forza e le sue emozioni, le luci e le ombre, sembra più attuale del presente malgrado le tracce del passato siano ormai sbiadite. Incrociamo per caso il gruppo di visitatori del tour dei Florio, passiamo da via dei Materassai, dove un tempo si trovava il leggendario negozio di spezie e oggi neanche una targa per ricordarlo, e da piazza Marina, dove la scrittrice ha trascorso intere giornate a spulciare tra le bancarelle a caccia di fotografie e cartoline, alternando la lunga ricerca sul campo - nelle case, nelle biblioteche, nei palazzi, nelle strade - e quella negli archivi online sui testi.
«Ho letto tutto ciò che è stato pubblicato sui Florio, dai saggi alle cronache giornalistiche dell’epoca. Ho setacciato negozi di antiquariato e mercatini delle pulci per trovare i fili della Storia che si dipanano tra vestiti, canzoni, lettere, scatole, bottiglie di profumo e Marsala», aggiunge Auci, che ha visitato anche tutte le proprietà della famiglia, per vedere con i suoi occhi lo splendore del loro trionfo e il dramma del loro declino. «Andare nei luoghi è stato fondamentale, mi ha permesso di sentire quello che le pietre volevano raccontare, le storie che le mura custodiscono. In fondo non ci vuole tanto per ascoltare gli echi della musica da ballo e il rumore delle macine», racconta la scrittrice: «Come una corrente elettrica, la grandezza dei Florio attraversa ancora oggi la città di Palermo, rivelandosi in scintille tanto luminose quanto sfuggenti: le finestre di uno splendido palazzo abbandonato, un portone in un vicolo oscuro, le torrette della palazzina dei Quattro Pizzi».
All’Arenella arriviamo quando il sole è ancora alto: si trova qui la palazzina firmata da Carlo Giachery, con le quattro torrette color ocra inondate dal sole e affacciate sul mare, dove un tempo c’era la tonnara. L’ultimo Vincenzo, l’inventore della Targa Florio, la volle salvare a tutti i costi perché era il simbolo della ricchezza della famiglia.
Non lontano da qui, sempre sul mare, la maestosa Villa Igiea evoca la figura di Franca Florio, protagonista del secondo volume, icona dei fasti della Belle Époque e poi del declino della dinastia siciliana. Con lei inizia la parabola discendente, che avrà il suo drammatico epilogo a cavallo tra gli anni Venti e il decennio successivo, quando Franca sarà costretta a vendere all’asta i suoi favolosi gioielli e i Florio con il rovinoso fallimento di tutte le loro imprese verranno privati dei loro beni. «Perché oggi si ricordano i Florio? Perché c’è stata Franca», sottolinea la scrittrice, mentre ci riavviciniamo al centro storico: «Di crolli di fortune economiche ce ne sono stati tanti, ma la figura di Franca simboleggia la storia del Novecento che si accartoccia su se stesso. Quando muore, all’inizio degli anni Cinquanta, non esiste più nulla del mondo che ha conosciuto».
Il potere evocativo dei luoghi richiama “Lehman Trilogy” di Stefano Massini, uno dei riferimenti di Auci, la trilogia che narra l’ascesa, il dominio e la caduta della celebre famiglia americana di banchieri. «Il passaggio dall’ufficetto in periferia, con le assi di legno inchiodate al pavimento, ai lussuosi grattacieli di New York racconta l’evoluzione della loro ricchezza in maniera straordinaria. Come per i Florio la prima bottega in via dei Materassai e la splendida villa dell’Olivuzza».
Nelle pagine de “I leoni di Sicilia” realtà e finzione si accavallano e si rincorrono, talvolta può capitare che qualcuno rimproveri la scrittrice per essersi allontanata dal solco della biografia. «Fermo restando che si tratta di un romanzo, ci sono porzioni in cui la quota di fantasia è maggiore che in altre. L’invenzione, tuttavia, deve essere sempre funzionale a far emergere le relazioni di potere e, soprattutto, l’ambiente sociale ed economico. Non è importante quantificare quanto ci sia di inventato, il vero criterio guida è la verosimiglianza», precisa Auci, che porta l’esempio del dialogo tra Giulia e Vincenzo sul futuro matrimoniale della figlia: è frutto della sua immaginazione. Anche i luoghi, filtrati attraverso i sentimenti, non sono mai neutri, asettici o puramente scenografici. «Quando arrivo a Trapani mi si allarga il cuore, questa è casa mia», ragiona Auci, che sopra i jeans neri indossa una canottiera bianca con una frase di Thomas Stearns Eliot, “The purpose of literature is to turn blood into ink» («Lo scopo della letteratura è trasformare il sangue in inchiostro»).
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Dopo aver superato l’antico mercato del pesce passeggiamo lungo le Mura di tramontana che costeggiano il centro storico e si affacciano sull’azzurro limpido del mare. Nella cittadina in cui il Mediterraneo incontra il Tirreno abitano la madre e le due sorelle della scrittrice, una famiglia molto unita. Seduta accanto al bastione dell’Impossibile, edificato dagli spagnoli nel Cinquecento e chiamato così perché molto difficile da espugnare, Auci guarda l’orizzonte e riflette sul suo rapporto con Trapani e Palermo. «A volte nel libro le due città si sovrappongono. Quando descrivo il centro storico di Palermo in realtà ho in mente la luce, il vento e l’odore del mare di Trapani. Qui il rapporto tra la città e il mare è davvero biounivoco, mentre a Palermo è quasi rimosso. Così come nel disegnare via dei Materassai penso ai giochi di luci e ombre di via Garibaldi a Trapani, dove l’ombra non è mai assoluta ma calda, con una forte luce interna e una potenza narrativa eccezionale».
All’ora di pranzo raggiungiamo al ristorante il marito Fabio e i figli Federico e Eleonora, rispettivamente 14 e 12 anni, perché in fondo è domenica e nonostante gli impegni e le interviste la scrittrice non vuole rinunciare alla normalità della vita familiare e a un bel piatto di cous cous di pesce alla trapanese. «C’è la Stefania di Trapani, più tranquilla, e la Stefania di Palermo, che vive del lavoro, del ruolo che ha in famiglia, del fatto di essere diventata suo malgrado una personalità pubblica», conclude prima di salutarci: «È una cosa che non amo molto, preferisco tenere un profilo riservato, lo stesso che ho quando faccio l’insegnante. Mi interessa fare il mio lavoro con cura, stare bene con i ragazzi». L’aereo decolla, si alza sopra la Sicilia e i suoi leoni, gli intrighi, le miserie e i fasti. Dall’alto le luci e le ombre di Trapani e Palermo si mescolano fino a fondersi in un magma in cui nulla è come sembra.