La musica, la politica, l’amicizia con Pino Daniele, Napoli e l’America, il potere dei discografici, il rap e i talent. Con l’acume e la serenità dei suoi 74 anni e dieci lustri vissuti da leone rivoluzionario e visionario della musica, James Senese parla a tutto tondo senza peli sulla lingua, come gli è da sempre proprio.
Il soundcheck è finito da qualche minuto, nel backstage l'aria è rilassata, i Napoli Centrale chiacchierano su panche di legno, godendosi la serata fresca intorno al laghetto di Villa Ada, a Nord di Roma. Ci sono Agostino Marangolo, Gigi De Rienzo ed Ernesto Vitolo, che con Senese hanno puntellato tutta la carriera di Pino Daniele fino all’ultimo live celebrativo dei 35 anni di “Nero a Metà”, registrato il 22 dicembre 2014, dodici giorni prima della sua scomparsa.
Il tour di "Aspettando ‘o tiempo", il suo ultimo album dal vivo, spancia a sold out in Italia e all'estero. Ci sono cinquant’anni di canzoni, ci sono pezzi nuovi, ci sono i semi che ha raccolto Pino Daniele e l'avanguardia partenopea post sessantottina. Il Faraone non molla, suona, studia tutto il giorno e si diverte ancora come un bambino. Quel linguaggio che l'ha reso un caposcuola è tutto suo, lo sa, se lo difende gelosamente.
James, qual è il tempo che si aspetta e che dà il titolo al live?
Il tempo è la dominante della nostra società. E’ il tempo dei sentimenti e quello per realizzarsi; in fondo, la grande speranza è che uno possa non finire mai, anche perché ancora noi non ne sappiamo niente del tempo. Contiamo i mesi, dividiamo le giornate, ma in realtà è come se fosse sempre lo stesso, un unico giorno, un flusso e anche un motore per raccontare, che posso esprimere con la musica.
E nel tempo, basta ascoltare l’ultimo album, gli arrangiamenti ai brani sono molto cambiati. Che rapporto c’è nella tua musica tra struttura armonica e melodia?
Per me l’arrangiamento è un fatto naturale, deve essere un discorso sempre aperto; quando compongo io creo delle dimensioni che sono molto diverse dalla forma “canzone” intesa in senso classica, quella che fanno tanti amici artisti e che si sente in giro. Loro hanno una gerarchia rigida e la canzone è sempre quella, non cambia. Io coi Napoli Centrale ho voluto creare e trasformare tutto continuamente. La libertà. Sono un uomo libero e sono un musicista libero, per cui le mie composizioni ti fanno vedere un quadro che poi i musicisti che scelgo mi aiutano a realizzare. La melodia resta ferma, l’arrangiamento è espressione e sentimento.
Stai proponendo anche una tua versione molto particolare di Black Orpheus, lo standard jazz per il quale hai scritto il testo in napoletano
E’ un brano che ho sempre amato molto. Avevo visto il film e da subito ho sentito che era una musica che mi apparteneva, con una melodia chiara e molto forte. Dopo tanti anni mi sono detto che dovevo scriverci qualcosa sopra e alla fine è venuto un brano, se posso dire, meraviglioso. Poi, per quanto riguarda gli standard, quella è una cosa strana. Io certamente sono più jazzista, ma ho da sempre avuto la fortuna di creare una dimensione non prettamente jazzistica; una cosa particolare da mettere insieme. In fondo, da figlio di padre americano e mamma napoletana mi è stato inevitabile far convivere queste culture. Una cosa difficile se non esce naturale e che non a caso è diventata la mia rivoluzione di linguaggio dagli anni ’70
Già il linguaggio eclettico…
Ma guarda, io non componevo. Poi, al tempo degli Showmen (lo storico gruppo che con Mario Musella ha introdotto alla fine degli anni ’60 il rhytm ‘n blues nella canzone italiana, ndr) il batterista mi suggerisce di provare a scrivere qualcosa. L’ho fatto ed è venuta fuori una cosa assurda, brani che agli occhi di tutti erano strani e che erano strani pure per me. Però c’era dentro qualcosa di importante; naturalmente il dialetto mi ha aiutato moltissimo, perché mi ha reso più libero nell’espressione, dava i colori che volevo. Anzi, credo che si tratti più di una lingua che di un dialetto.
Una lingua che poi ha fatto propria anche Pino Daniele
Pino all’inizio era, come posso dire, più “casereccio”, poi s’è evoluto e la sua poesia è diventata eclatante. Ma certamente eravamo molto in sintonia come sentimento…
Si può dire che l’hai scoperto tu?
Certamente. Ma il fatto è che eravamo molto vicini; lui venne da me e mi fece la proposta di suonare assieme, era chitarrista e allora gli dissi che poteva suonare il basso, perché mi stava simpatico e ho detto subito di sì. Tra me e lui c’è stato un impatto quasi come tra un uomo e una donna che si amano all’improvviso, un impatto molto forte di sentimento, la possibilità di stare sulla stessa strada ma in modo diverso.
Ancora oggi suoni in ogni serata Chi tene ‘o mare, un brano che sembra quasi scritto da te
E se vai a vedere in qualche modo è così. Quella canzone l’abbiamo fatta insieme con Pino un giorno di tanti anni fa, lui con la voce e la chitarra e iocol sassofono, è stato un momento di composizione importante e di grande unità di spirito.
Senti nuovi linguaggi nella musica italiana, in giro?
Assolutamente no. Manca la spiritualità che dovrebbe essere in ogni musicista e manca la ricerca, la scelta. Io studio ancora, si può dire, 24 ore al giorno, per trovare nuove strade e andare oltre a quello che già si vede. Se non scegli ti annoi, mentre serve la speranza di andare ogni giorno oltre a quello che già si conosce. Senza questo non ci può essere nessuna avanguardia; Napoli Centrale come gli Area di Demetrio Stratos sono stati rivoluzionari perché non si sono mai stancati di cercare. Oggi ascolto gruppi tutti standardizzati, con niente di nuovo da dire; intendiamoci, se sentissi qualcosa del genere sarei il primo a esserne entusiasta!
E le avanguardie, se ci sono, dove sono?
In America. Quello è un posto dove sono avanti da sempre. Ma attenzione, l’avanguardia è ancora quella di Miles Davis e John Coltrane: quelli hanno rotto tutto e dettano ancora legge. Lì dentro c’è un mondo ancora da scoprire.
Neanche l’ondata del rap in Italia ha portato novità?
Semplicemente noi il rap non dovremmo farlo, non dovremmo manco toccarlo. Culturalmente parlando, noi abbiamo una tradizione e grossi autori. Abbiamo fatto cose egregie e quello siamo. Prendi il linguaggio melodico di Napoli, lì c’è la tradizione e la nostra dominante, si tratta di un punto fisso: non può esistere novità senza radici proprie. Le avanguardie portano un di più di sentimento, una visione diversa ma dentro quel contenitore di storia e di cultura.
Quindi….
Quindi tutto quello che fanno questi rapper o rappèr o trappèr so’ tutte strunzate, ma strunzate pesanti, perché non sanno dove andare. E’ una moda e chi la fa è caduto dentro il sistema. Se cadi dentro il sistema non c’è salvezza; noi negli anni ’70 non ci siamo cascati, non abbiamo abbassato la testa, abbiamo voluto creare fuori dalle regole. Ma alla fine, come tutte le cose di moda, finirà pure il rap.
Insomma, manca la carica rivoluzionaria nei musicisti, quell’essere ‘Ngazzate nire come uno dei tuoi brani di successo
Noi veniamo dal ’68 e dagli anni della protesta. Adesso ha vinto il sistema, ha creato un mondo in cui non ci si riesca più a capire niente, perché i giovani artisti hanno tutto e subito …
Dici dei talent?
E certo. Nessuno si mette più a studiare e si dà il tempo di cercare dentro di sé quello che potrebbe essere ed esprimere. “Ho una bella voce e vado, magari vinco, mi butto”. Ma facci caso: cantano tutti allo stesso modo. E guarda caso poi spariscono all’improvviso; questo “tutto e subito” è quello che fa dominare il mercato. La conseguenza logica per cui i giovani escono pazzi per qualcosa che non esiste, gli basta quel linguaggio di due o tre parole che già si ritrovano. Per usare una metafora, è come con le formiche.
Le formiche?
C’è la regina e dove va la regina vanno tutti appresso. Poi se morisse la regina non saprebbero più che fare, perché è lei che ha scelto per loro …
La regina sono le Major e i grandi produttori?
E’ chiaro
Che effetto fanno ad un artista con una sensibilità nata dalla fusione di culture e che ha sempre cantato storie di povera gente le immagini degli sbarchi o dei porti chiusi?
Vale quello che ho detto per la musica. C’è un sistema che ha creato questa dimensione su un problema che c’è sempre stato e che ora, con tutti gli interessi in campo, è necessario che venga notato. Prima stavano tutti bene, c’erano soldi, tutti mangiavano allo stesso modo e della cosa non si parlava. Poi, quando questo è finito, l’abbiamo fatto diventare il problema, tanto a sinistra quanto a destra. Parte tutto da lì…
Speranze per il futuro?
La speranza? La speranza è sempre una: la Rivoluzione. Certo mica armata, ma non dimentichiamoci gli anni passati, se non c’è la rivoluzione non c’è speranza. E per me la rivoluzione è essere tutti uniti per uno scopo di vita comune. Alla fine chi è che domina e sbaglia? La politica. E’ da lì che va fatta la rivoluzione. Se la politica si mangia tutto e tutti compito della rivoluzione è andargli sotto e stanarla definitivamente. E ci sarà senz’altro qualcuno, in futuro, che avrà l’ideologia vera del popolo e della povera gente.