Pubblicità

Black, il colore del successo: nella musica (e non solo) il rinascimento è nero

Non solo successi da hit parade ma modelli di stile. Icone social. Simboli di successo. Anche grazie all'onda lunga del movimento Black Lives Matter. Dopo essere arrivati ai vertici musicali gli artisti afroamericani sono partiti alla conquista di moda, cinema e tv

I neri in America li ammazzano per le strade, neanche fossimo ancora ai tempi degli “strange fruits” che cantava Billie Holiday, i corpi impiccati dal Ku Klux Klan lasciati a penzolare sugli alberi degli stati del Sud. Pare quasi assurdo che sia stato necessario inventare uno slogan che dice “black lives matter”, le vite dei neri contano, come se non fosse scontato. Come se non fosse il minimo indispensabile richiesto a una democrazia. Anche perché dall’altra parte di quello stesso mondo c’è la musica, che invece racconta di un’impressionante ascesa dei neri ai vertici della scena. Vendite, classifiche, streaming, modelli di stile, icone social, parlano sempre di più la lingua degli afroamericani, come se a comandare fossero davvero loro.

Dal 2017 l’hip hop è diventato il genere più ascoltato d’America, la nuova aristocrazia del mercato è quasi interamente black, anche se l’industria è ancora saldamente in mano ai bianchi. Ma continuando così non lo sarà per molto. I nuovi eroi black contestano i Grammy, le categorie, le discriminazioni, inventano piattaforme indipendenti, lanciano frecce incendiarie puntate sul bersaglio di un potente Rinascimento Nero. Sono fieri, autorevoli, mostrano se stessi come esempi del mondo che dovrebbe essere, nuovi militanti che non hanno pose militarizzate come i vecchi berretti neri del Black Power, non hanno bisogno di mostrare fucili e coltelli, usano melodie, ritmi, parole cantate per mandare messaggi che sono affilati e potenti come armi.

In questo universo le “black lives” contano molto. Il più folle e contraddittorio di questi eroi è Kanye West, lui si sente investito da una missione, agisce letteralmente per conto di Dio, per il quale celebra anche servizi religiosi domenicali di gospel e preghiere, e ha avuto l’ardire di presentarsi alle ultime elezioni presidenziali, come gioco certamente, senza alcuna speranza di essere eletto, e i 60.000 voti ottenuti sono una pagliuzza, niente rispetto ai milioni di follower social (ma se per questo è pluridoppiato da sua moglie Kim Kardashian che di follower ne ha 192 milioni), ma la mossa era tattica, tanto per esserci e continuare ed espandere il gioco di potere e di provocazione per cui un giorno dice che i neri se la sono un po’ cercata, il giorno dopo va a trovare Trump, poi pubblica un disco in lode di Gesù, ma ci tiene offrire costantemente manifestazioni di potenza inaudita, come quando per il compleanno di sua moglie le ha fatto confezionare un ologramma in cui suo padre, Robert, che per inciso era amico e avvocato di O.J. Simpson, morto nel 2003, le parla come se fosse vivo oggi.

Ma a proposito di orgoglio black già nel 2009 agli MTV Awards Kanye aveva compiuto un gesto clamoroso, era salito sul palco per contestare il premio dato alla pallida biondina Taylor Swift, sostenendo che era molto più meritevole Beyoncé, ma era solo l’inizio. L’anno cruciale in cui si è manifestata questa nuova consapevolezza è stato il 2018. La dorata coppia formata da Jay-Z e Beyoncé realizzò per la prima volta un disco in comune, attribuendolo vezzosamente a The Carters, il vero cognome del rapper, e per lanciarlo scelsero un pezzo intitolato “Apeshit” con un videoclip mozzafiato. Per realizzarlo hanno preso in affitto il Louvre, e nel museo deserto si sono messi davanti ai più celebri capolavori dell’arte classica, alla Gioconda, alla Nike di Samotracia, alla Venere di Milo, loro e un gruppo di danzanti corpi femminili neri, con un messaggio piuttosto evidente: la nuova bellezza d’arte siamo noi, siamo noi le nuove opere d’arte.
Kanye West

Beyoncé è la bellezza, una purissima e incontenibile Black Beauty che in scena si comporta come una leonessa indomita, una guerriera del nuovo mondo in cui i neri vogliono essere protagonisti. Nello stesso anno l’attore Donald Glover, alias Childish Gambino realizzò una clip strepitosa, talmente bella che dovrebbe essere fatta girare nelle scuole, per un pezzo ntitolato “This is America”, in cui ripercorre e sintetizza violenze, contraddizioni e paradossi razzisti della storia dell’America “democratica” e finisce con lui braccato come un animale da un folla di assatanati inseguitori. “Black lives matter” appunto.

Le vite dei neri contano, come quelle di chiunque altro. Ma gli artisti neri ormai sono oltre, costruiscono imperi economici e ne svelano il potere ambiguo. Sempre nel 2018 Drake, la superstar afro-canadese girò un video della sua hit “God’s plan” andando in giro a regalare cose e denari per un valore di un milione di dollari. Il video inizia con la scritta: “THE BUDGET FOR THIS VIDEO WAS $996,331.90” seguita da “WE GAVE IT ALL AWAY” e infine “DON’T TELL THE LABEL”. Non ditelo all’etichetta discografica, non ditelo a quelli che sono ancora i padroni, già sbeffeggiati e messi all’indice a suo tempo da Prince che per liberarsi di quel vincolo aveva rinunciato al suo nome, si faceva chiamare “the artist formerly known as Prince”, e andava in scena con scritto sulla faccia Slave, tanto per ricordare all’America che la più antica democrazia del mondo è stata costruita sulla deportazione forzata di milioni di schiavi dall’Africa.

Le cose sono molto cambiate da quando Chuck Berry scrisse quella bomba rock’n’roll intitolata “Johnny B Good”, la storia di un povero ragazzo che parte dalla campagna e arriva in cima, col suo nome scritto sulle insegne luminose. La verità è che la prima versione che aveva immaginato parlava di un “black boy”, era lui il protagonista, poi pensò che sarebbe stato difficile da far accettare al pubblico bianco. E allora tolse “black”, e ovviamente aveva ragione perché ai bianchi piacque da morire quel pezzo che raccontava di un ragazzo bianco che aveva esaudito il sogno americano, sebbene a cantarlo fosse un “negro”.

Del resto la musica è sempre stato il regno supremo degli afroamericani, il mondo in cui hanno imparato a sopravvivere, l’unico che l’America accettava senza esitazioni. I neri erano insuperabili, bravi a cantare, a ballare, a intrattenere, a patto che rimanessero al loro posto e che non avessero accesso ai concerti dei loro stessi fratelli, come accadeva al Cotton Club, sul palco c’erano Duke Ellington e altri geni del jazz, per lo più neri, ma in platea solo bianchi, non scherziamo… e poi Nina Simone che non poteva fare la pianista classica perché non era una cosa accettabile in società, e per nostra fortuna si “adattò” a fare la cantante, e poi Charlie Parker che stava inventando il jazz moderno ma in certi locali al sud non era ben accetto. E poi finalmente James Brown che urlava “Say it loud, I’m black and I’m proud”.

La musica era l’unico modo per affermarsi, per raccontarsi per quello che i neri erano e che volevano essere, è stata sempre l’arma più forte in favore dell’emancipazione, sin dai tempi di Armstrong e Bessie Smith, ma se loro erano accomodanti e poco battaglieri, i protagonisti di oggi sono tutt’altra cosa. Forti, spavaldi, enormemente ricchi, influenti. Un nuovo potere che passa anche un’affermazione femminile. A parte il monumento Beyoncé, a parte la spavalda bellezza di Rihanna, considerata la donna più ricca in assoluto nel mondo della musica, donne importanti con alle spalle storie lunghe e consolidate, sono arrivate altre protagoniste a invadere la scena, donne spudorate, star planetarie come Cardi B e Megan the Stallion, o Nicky Minaj, che è di origini afrotrinidadiane e in parte anche indiane, tanto per aggiungere etnie da riscatto, che mostrano lingue, tette e culi giganteschi come trofei e sfidano gli uomini a dire qualcosa in contrario: sono stereotipi del mondo maschile? Bene io faccio come voglio, li uso e ve li sbatto in faccio.

Sono simpatiche, sboccate e aggressive. Incutono rispetto e soggezione. Così come i protagonisti maschili, The Weeknd, Tyler the creator, il geniale Kendrick Lamar, e i più longevi, i grandi boss Dr. Dre, Kanye West e Jay-Z, di cui il presidente Obama disse cose meravigliose, raccontando di affinità e analogie di vita. Di più ha detto che Jay-Z lo ha fortemente ispirato durante la sua campagna presidenziale. Più o meno, con le dovute proporzioni, come se Mattarella avesse rivelato di essersi ispirato a Jovanotti. Anche Jay-Z non è alieno dal manifestare un certo orgoglio di status, e per la nascita dei suoi gemelli ha allestito una sala parto privata da 2 milioni di dollari nella sua casa di Los Angeles. La giustificazione è sempre quella.

Per un nero è diverso, dopo tutto quello che hanno dovuto sopportare ci sta che una volta arrivati in cima possano ostentare i simboli del successo. Ma senza esagerare. Lo stesso Obama di recente ha denunciato un’altra sponda del mondo rap, quella più cialtrona ed edonista, quella solo oro, culi e mignotte, che va a intersecare la peggiore versione del sogno americano: voglio fare i soldi, e degli altri non me ne frega un cazzo. Secondo Obama quell’ostentazione di ricchezza e strafottenza potrebbe aver favorito, culturalmente s’intende, l’ascesa di Trump, che non manca di sostenitori, per quanto possa sembrare incredibile, anche nel mondo della musica afroamericana. Alcuni non fanno neanche più musica, vedi Sean Combs e 50 cent. Sean Combs, alias Puff Daddy, ora Diddy, è ricchissimo e non ha nascosto simpatie per Trump.
0e1ead953efcc47fc93ccf9e2793c489-jpg

Succede a quelli con molti soldi, benché neri. 50 cent ora fa più che altro l’attore e ha interessi economici diffusi. In piena campagna presidenziale gli è scappata una battuta sbagliata sul fatto che avrebbe votato Trump per paura di tasse eccessive. Non voglio diventare 20 cent, ha detto, questa era la battuta, ma nessuno ha riso, e ha in parte ritrattato. Ma che il vento stia cambiando non si vede solo dalla musica. Non casualmente, anche le serie tv mostrano cambiamenti profondi. A partire da “Watchmen”, bellissima, imperdibile, tra le migliori dell’anno passato, un fumettistico manuale sulle dinamiche razziali americane, ispirato a un serie pubblicata da Dc Comics negli anni Ottanta, con una fantastica protagonista nera interpretata da Regina King.

La serie parte dalla rievocazione del massacro di Tusla del 1921, uno dei peggiori episodi di razzismo dell’intera storia americana, nel quale furono trucidati più di cento cittadini afroamericani, e guarda caso la stessa città he era stata scelta come tappa fondamentale della campagna presidenziale di Trump, una coincidenza certo, ma… Avreste mai immaginato solo pochi anni fa una stagione di Star Trek con protagonista una donna, e per di più nera? È successo, la nuova scintillante serie ha una splendida protagonista che si chiama Sonequa Martin-Green, ironicamente di formazione vulcaniana, tanto per dire che anche in settori dove per tradizione di nero si vedeva poco o nulla, qualcosa sta cambiando.

Ma è la musica la chiave di volta, l’arma vincente, la musica che è sempre stata la voce dei neri in America, il mondo dove hanno sempre potuto esprimere una paradossale forma di supremazia. Sull’esempio dell’imprenditore afroamericano Barry Gordy che il 12 gennaio del 1959 fondò a Detroit la Tamla-Motown la prima etichetta discografica con lavoratori neri al servizio di musicisti neri. In musica “Black lives matter”, le vite dei neri contano, ed è proprio la cultura afroamericana che ci ha insegnato il potere salvifico della musica. La musica è l’arma vincente e dopo esserne stati letteralmente espropriati per più di un secolo, ora quest’arma vincente hanno deciso di usarla, fino in fondo.

L'edicola

La pace al ribasso può segnare la fine dell'Europa

Esclusa dai negoziati, per contare deve essere davvero un’Unione di Stati con una sola voce

Pubblicità