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Cultura
febbraio, 2020

Massimo Popolizio: «Il teatro è un atto politico, il cinema è un bancomat»

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Se sei di sinistra devi puntare a migliorare la vita degli altri. Io porto sul palcoscenico il nemico del popolo. E poi: i Kiss,  Ronconi, Mussolini, Salvini, Fellini... Incontro con l'attore a tutto campo, in un racconto di vita, ricordi, progetti e tic

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La fortuna di essere amato. La fortuna di essere apprezzato. La fortuna di lavorare tanto. Evoca spesso la fortuna l’attore e regista Massimo Popolizio. Come tutti quelli che, avendo faticato molto, e coltivato un sogno con tenacia e sacrifici, dicono grazie alla vita, che è una cosa seria. «Oggi sono molto contento. Ma non riesco a godermi l’attimo, ho sempre paura che le cose belle finiscano, ho quasi voglia che arrivi presto l’ora del rimpianto, per dire «come stavo bene, allora», e finalmente essere certo che siano accadute veramente».

Ride di sé il dottor Stockmann, l’acclamato protagonista del dramma di Henrik Ibsen “Un nemico del popolo”, prodotto dal Teatro di Roma e del quale è pure regista, oltre cento repliche in programma dal via al Teatro Argentina, ora a Milano (fino al 16 febbraio, al Piccolo), poi a Torino (dal 17 febbraio, al Teatro Carignano) e oltre.

Sorride con gli occhi scuri, smettendo le facce bugiarde dell’attore, quando ammette di non sentirsi mai soddisfatto. Neppure ora, tempo nel quale gustarsi gli applausi e le recensioni d’entusiasmo, setacciare consensi e dragare premi, l’Ubu specialmente: Miglior spettacolo 2019 al classico di Ibsen e prima ancora Miglior attore per “The Lehman Trilogy”, progetto d’addio del suo maestro, Luca Ronconi. Il tutto alternando il teatro alla tv e al cinema: a fine anno il ruolo di Erode nel film di Ficarra e Picone “Il primo Natale”, ora nelle sale con “Il ladro di giorni”, road movie con Riccardo Scamarcio. Per poi ricominciare col teatro: da quell’emozionante “Furore” di John Steinbeck, tradotto da Emanuele Trevi e messo in scena al Teatro India di Roma, alla riproposta dei versi di Gioachino Belli.

«Sono un produttore permanente d’ansia. Te lo garantisco: una volta uscita da qui la sentirai addosso. E più il tempo passa, più questa sensazione di paura aumenta. Dovresti essere più sicuro di te con l’esperienza, in realtà non lo sei affatto: anzi, sei più consapevole degli errori, dei tuoi limiti. E poi senti che c’è più aspettativa. Cosa faccio per esorcizzare l’ansia? Ripeto gesti uguali: metto il cappello in un modo, faccio delle cose con una certa sequenza. In quest’ultimo spettacolo, entro sul palcoscenico diversi minuti dopo l’inizio. Dietro le quinte c’è un tavolino. La prima sera, sopra, c’era un giornale vecchio. Ne ho staccato una pagina e ho cominciato, nell’attesa, a piegarla e a fare un aeroplanino. Capisci che è una cosa stupida, che non succederebbe niente se non lo facessi più, però evidentemente questo fatto di avere qualcosa tra le mani sulla quale scaricare la tensione prima di entrare in scena, mi fa bene. Non ci avrei fatto caso se un attrezzista, l’altro giorno, non mi avesse passato della carta, dicendo: «Ecco, è per gli aeroplanini».

Roteano nell’aria i suoi origami mentre racconta, con una voce dentro la quale riecheggiano i tanti personaggi che ha doppiato: da Lord Voldemort in “Harry Potter” a Tom Cruise in “Eyes Wide Shut”, da Lionel Abelanski-Shlomo, il matto del villaggio in “Train de vie”, a Tim Roth, indimenticabile Danny Boodman T. D. Lemon Novecento nella “Leggenda del pianista sull’oceano”. O quella dei classici, recitati al Teatro greco di Siracusa: Aiace, nel 1988; Dioniso nelle “Baccanti” e nelle “Rane”.

Ed eccolo già accarezzare qualcos’altro: un’inquietante bambolina, sul tavolo da trucco del suo camerino, al Teatro Argentina: «Questa pupazza orrorifica me l’ha regalata un’attrice, Sonia Gessner, tanti anni fa, a Torino, alla prima di “Strano interludio”. E queste sono le mie amate conchiglie», dice Popolizio-Thomas Stockmann («Io conserverò questi sassi come reliquie»), prendendo in mano una murex dal corpo allungato: «Sembra una conchiglia comune, guarda bene invece: le striature sono al contrario», antiorario, come i pianeti che girano intorno al Sole, e pure questo è un universo da scoprire: «Ho una grossa collezione di conchiglie. Sono un appassionato malacologo. Le tengo nella mia casa in campagna, in una stanza tutta per loro. È la mia Wunderkammer», sorride Popolizio-Rodolfo II: «Scherzo, sono un accumulatore più che un collezionista: però ho qualche grosso fossile, uova di struzzo, e scheletrini... Come ho cominciato? Da ragazzino mi capitava di raccoglierle. Poi ho iniziato a fare un sogno bellissimo, sognavo di trovare conchiglie meravigliose, che mi facevano sentire proprio bene. Le raccoglievo...». Di colpo s’interrompe: «Oh, è tanto che non faccio ’sto sogno, so’ cambiati i tempi...».

Romano, «sono nato a Genova per caso, ma ho sempre vissuto a Roma», padre pugliese, madre di Acireale, bancario mancato: «Ho studiato Ragioneria per accontentare mio padre. Mi sono diplomato con il massimo, sessanta, senza comprare mai un libro: davvero, so che sembra incredibile, ma erano anni particolari, e in quell’istituto dalle parti di Donna Olimpia io e i miei compagni ne facevamo di tutti i colori, cose impensabili oggi, e ci coprivamo a vicenda. La classe era tappezzata dei manifesti dei concerti. Tramite la Figc, facevamo il servizio d’ordine ai grandi concerti, scaricavamo le casse, stavamo dietro il palco, mi ricordo i Kiss, che vomitavano...».

Attore sempre. «Ma no, non sapevo cosa fosse, a quel tempo, il mestiere dell’attore. Eravamo una famiglia molto normale, lavorava soltanto papà, dormivamo in tre in una stanza, coi miei fratelli, non vedevo l’ora di andarmene di casa. Io sono del ’61, cresciuto in oratorio, un posto fantastico, dove si faceva il teatro per ragazzi, si suonava la chitarra... Ho cominciato con una compagnia di teatro amatoriale chiamata Agorà. E mi pagavano: non era come oggi che se sei un ragazzo fai tutto gratis, era un modo per guadagnare e poter andare via di casa. Poi sono entrato all’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico: la prima volta non mi hanno preso, la seconda sì, e sono stato molto fortunato. Perché già dopo un anno ho conosciuto Ronconi». Col grande regista debutta nel 1983, a 22 anni, in “Santa Giovanna” di George Bernard Shaw. Per lui recita in “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”, “Il lutto si addice ad Elettra”, “I due gemelli veneziani”... L’elenco sarebbe lunghissimo. «È stato un rapporto di oltre 25 anni: ho fatto con lui 35 spettacoli e sono ancora vivo», scherza: «Maestro, mentore, molti dicono che è stato un padre per me. Certo, ma attraverso di lui ho anche avuto molti zii, perché mi ha dato la possibilità di conoscere e lavorare con tutti i più grandi attori. Il teatro di oggi è generazionale: trovi tutti ventenni, o tutti trentenni, e così via. Io ho potuto vivere quel teatro trasversale, con compagnie nelle quali ero molto giovane, ma c’era un intero ventaglio di attori di tutte le età dai quali rubare, capire: avevi davanti chi volevi imitare o a chi non volevi somigliare. Oggi il teatro è fatto di tribù. E troppo spesso solo per addetti ai lavori: è più complesso portare a teatro il pubblico, non c’è dubbio».

Comunità, nicchie: ma non sono forse queste le strutture sociali della contemporaneità? «Sì, ma io ritengo fondamentale anche affrontare l’ansia e buttarmi nella mischia, uscire allo scoperto in contesti che non sono i miei: questo me l’ha insegnato proprio Ronconi. Certo, il pubblico è decisivo, perché recitare è sempre uno scambio di energie tra la generosità che porti sul palco, e che dovrebbe contagiare chi ti vede, e la reazione del pubblico. Purtroppo, io sento molto il pubblico: capisco immediatamente se l’onda è di attenzione o c’è qualcosa che crea distrazione. Perché provengo da un teatro “di costruzione”, non da uno performativo o di improvvisazione: ogni spettacolo è un contratto tra gli interpreti, con minimi cambiamenti. Che però ci sono, perché questo è un lavoro prima di tutto fisico, dipende da come stai, se hai l’influenza, la tosse, e più passano gli anni più è difficile ripetere tutti i giorni lo stesso, identico, spettacolo. Ecco perché il pubblico è fondamentale».

Applaudono gli spettatori, e molto, in “Un nemico del popolo”, traduzione di Luigi Squarzina, con una straordinaria Maria Paiato in abiti maschili, nel ruolo di antagonista. Un viaggio etico-politico che Popolizio sceglie di ambientare non nella Norvegia del 1882, ma in un’immaginaria contea americana degli anni Venti: dilemma etico e ambientale quanto mai attuale su uno stabilimento termale che farebbe la fortuna di un territorio, però inquinandolo.

Ci si specchia in quel mondo più inquinato delle sue acque, «che ha bisogno di essere disinfettato»; ci si rivede in quel popolo «che ha bisogno di idee che ha già, non di nuove», e dove la verità «a che serve, se il popolo non la vuole?». E alla fine travolge, questo nemico del popolo, additando «la maggioranza che ci impedisce di vedere le cose, la maggioranza che ha sempre ragione, gli imbecilli che costituiscono la maggioranza»: «Essere popolo è un traguardo che bisogna conquistarsi. Bisogna distruggere i baccelli che infestano una nazione, e se non è in grado di espellerli, il suo popolo è perduto per sempre, che vada in rovina», urla.
 

«Fammi essere un vero nemico del popolo: l’anno scorso l’applauso era molto più fragoroso. Sai perché? La situazione politica era diversa, l’odio per la Lega era più forte e la reazione del pubblico più netta. In realtà, in quella maggioranza ci siamo tutti. Questo è un testo che critica la democrazia dell’Occidente». E la stampa, e i corrotti, e pure quelli che non osano mettersi contro, per non pagarne il prezzo con la solitudine. Dopo Giovanni Falcone nel film “Era d’estate”, Benito Mussolini in “Sono tornato”, i “Ragazzi di vita”, gran successo a teatro, e poi l’amaro “Furore” di Steinbeck, è l’impegno la cifra teatrale? «Per me conta solo la qualità: puoi essere un bravissimo attore e fare cinema leggero, puoi fare cose impegnate ma non è detto che siano di qualità. Questa non è una missione, è un lavoro. Se poi dà anche un senso alle cose, meglio. Sono convinto che certi testi del passato possano dire verità importanti, anche attraverso la comicità, bypassando la retorica della politica. E pure del teatro: non ne posso più di chi chiama eroi gli attori, chi dice che siamo i migliori: è molto peggio fare il minatore. E poi a me certe cose più popolari mica le hanno mai offerte!».

Resta un teatro civile, il suo. «Fare teatro è un atto politico. E poi il teatro lascia un segno dentro di me. Il cinema può darti qualche appuntamento fortunato, sennò somiglia a un bancomat: ma lo dico con tutto rispetto. Sì, sono stato un uomo di sinistra, anche se non ho mai avuto tessere di nessun tipo. E lo sono ancora, per quello che può voler dire oggi essere di sinistra. Cosa vuol dire? Avere degli obblighi verso gli altri, per questo è faticoso. Una persona di sinistra non si preoccupa solo della propria vita, ma punta a migliorare quella degli altri. E non ci si può più nascondere, bisogna agire: perché ormai lo sappiamo che c’è gente che muore di fame, che il pianeta brucia. Che dobbiamo fare in fretta, anche a costo di scelte impopolari. Invece, in questo Paese c’è una percentuale di razzisti, invidiosi, cattivi, in aumento. Non sto dicendo che è il Paese così: sono preoccupato perché li vedo aumentare. Quando interpretavo Mussolini, spesso mi sentivo dire «ci vorrebbe uno come lei», cioè non come me attore, ma proprio uno come Mussolini. Mi piacciono, invece, i giovani in piazza. Perché dicono in modo chiaro: vogliamo più serietà».

Si appassiona, a parlare di politica. Confessa di odiare i social network: «Non sono su Facebook, un’amica mi gestisce Instagram. Temo un po’ i social, perché mi arrabbio facilmente». E la razionalità, l’ordine, il metodo? «Essere organizzato è il mio modo di tenere a bada l’ansia: scrivo appunti, stilo liste. Però sono anche molto impulsivo. Quando guido, ad esempio: divento una bestia. Mi hanno anche menato, una volta. Vent’anni fa. Avevo urlato a uno «mortacci tua», e quello grande e grosso, con la capezza d’oro, come si dice - e chi è di Roma lo capisce (ndr: catena d’oro giallo, specificamente maschile, spesso provvista di ciondolo a forma di croce) - mi ha cominciato a riempire di colpi».

Lontani gli anni della goliardia su strada, con gli amici dell’Accademia («Io, Luca Zingaretti e Marco Presta. A Luca avevano regalato una Mercedes anni ’50, sembrava quella di un contrabbandiere, e tutte le volte la stessa storia: paletta, controllo documenti. La chiamavamo La Zingara, la macchina di Zingaretti»), ora è tempo di viaggi in treno: «Mi consentono di pensare e di leggere. Ma detesto quelli che parlano a voce alta al telefonino: allora intervengo, gli urlo di smettere. Odio, ormai, viaggiare. Odio le file, gli aeroporti, le folle. Cosa leggo? Adesso ho tra le mani “I Racconti” di Kafka e quelli di Edgar Allan Poe tradotti da Giorgio Manganelli. Purtroppo il tempo è sempre meno, non riesco a leggere quanto vorrei. Poi ho i miei bagni di salute: l’altra sera, uscito dal teatro, sono tornato a casa e ho visto quattro film di Federico Fellini, uno di seguito all’altro. Fino alle 6 del mattino: davvero, è stato come andare in una Spa. “I Vitelloni”, “Lo sceicco bianco”, che spettacolo: il più grande regista del mondo. Ma no, non sono un misantropo, anche se alcuni dicono che somiglio a un orso: ho tanti amici, molte persone che mi vogliono bene. Sono un fatalista. Credo nella sorte». La fortuna, appunto: il più potente antidoto contro l’ansia. «Non è che nella vita si scelga sempre, le cose capitano. E se capitano, è perché devono andare esattamente così».

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