Un Sanremo fuori scala, festival spropositato che ha mescolato in uno strabordante minestrone avanspettacolo e impegno sociale, linguaggio dei segni e gag da villaggio turistico, scollature benedette e maglioncini, pop e tenori, scale e piedi nudi. C'è stato il fantasma dell'Opera con Bugo scomparso e il Dio di Tiziano Ferro. E c'è stata la regina vergine sposa della patria, del popolo, dell’arte e difensore della libertà. In due parole, Achille Lauro. Che ha cavalcato il suo palco con le redini ben strette tra le mani, e tra un bacio e una sfumatura di ombretto ha scapigliato l'intero festival, trascinando alla sua corte pubblico, ospiti e conduzione. Facendo arrendere al suo fascino persino la platea, che si è lasciata andare a un caldo applauso per una volta convinto.
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Così tra sesso e sentimento, rispetto e trasgressione, teatro e buona musica si è giocato sulla scacchiera dell'Ariston con tutti i pezzi a disposizione e che il risultato sia stato portato a casa è difficile metterlo in dubbio. E alla fine la soddisfazione generale è solida come la banda dei carabinieri dell'apertura di serata.
Ma in questa girandola di alto e basso, tra Pinguini e Gabbani, tenori e velluti, viene da sorridere al pensiero che si sia voluto dedicare il Festival alle donne. Perché nonostante gli indubbi sforzi, i monologhi, i proclami, la grande sfilata, le righe di spray, e gli aggettivi, alla fine alle signore, è rimasto in mano solo il cartoncino della presentazione. Una parentesi tra “Dirige il maestro” e “Votate il codice”. Poco, ben poco d'altro.
Quando inviti per ben due serate Francesca Sofia Novello che parla come la signorina Carlo di Anna Marchesini le stai semplicemente dicendo (e scusate la citazione altissima tratta dal poema La guerra di Morgan) "ringrazia il cielo se sei su questo palco, rispetta chi ti ci ha portato dentro e questo sono io". E non lo dici tu. Lo dice la classifica che far salire sul podio i cosiddetti tutti maschi (a Tosca solo il Premio Bigazzi per la miglior composizione dall'Orchestra); lo dice la scaletta che fa stare Mara Venier sul palco per 19 secondi, giusto il tempo di chiamare Ghali Gavi, come il vino. Lo dice la dirigenza Rai seduta in prima fila, signori ben vestiti che si prestano al gioco con l'autotune, e lanciano sguardi alla sfilata gioiosa di Elettra Lamborghini. E lo dice il Paese, che di strada da fare ne ha ancora parecchia. Ma questo a Sanremo non lo si può chiedere. Per lo meno, non quest'anno.
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