Manuele Fior, classe ’75, nato a Cesena, parla dalla sua casa di Parigi. È la prima settimana di quarantena, e il paese in cui vive, la Francia, mentre parliamo vive ancora nell’incertezza, Macron cerca di capire se le misure molto restrittive siano la soluzione al contenimento del contagio. Gli parlo come chi ha vissuto le medesime tappe pochi giorni prima, un’esperienza condivisa che non allevia lo smarrimento e la sospensione, e Fior mi parla come un uomo che ha già capito come andranno le cose.
«La nostra generazione è abitutata a vivere di precarietà, siamo più preparati dei nostri genitori. Realizziamo un po’ prima la portata di un cambiamento, e penso che la funzione dell’opera d’arte sia precisamente questa. Sentire. E non senti perché hai doti da paragnosta, ma perché riesci a vedere la paura che si riversa nel mondo». L’arte ha le antenne e raccoglie i segnali, il narratore li traduce come è capace di farlo. Per questo, per Manuele Fior, in qualsiasi modo si esprima l’artista - che sia la musica, la scrittura, il disegno - il tema è sempre e solo il presente. E quello che si inceppa, le strade prese anche accidentalmente, le destinazioni. «Vivo con i miei occhi, gambe e cervello in questo tempo. È questa vita che processo e anche se lo vesto in maniera diversa, la natura intima del mio racconto è sempre il presente».

Da poche settimane è uscito per i tipi di Oblomov il secondo volume della sua opera “Celestia” (Oblomov), la storia di Dora e Pierrot, i giovani protagonisti che arrivano al limite di una città immaginaria che è la Venezia del tratto di Fior, in un tempo futuro ma senza tempo. Dora e Pierrot stanno fuggendo da Celestia, arrivano sulla terraferma per cercare di incontrare le comunità che si sono salvate da un’invasione vivendo in isolamento nei castelli, nelle fortezze. Dora e Pierrot sono fragili, smarriti, eppure solidi. Dora e Pierrot sono telepati. Vogliono incontrare i superstiti dell’invasione e ad aiutarli nella ricerca saranno i bambini. Celestia è già fuori dalle metafore e non è una profezia del nostro isolamento.
Ma Celestia ha a che fare con l’immaginazione, di più con la creazione di un immaginario. Prima di essere un narratore, un immaginatore – come si definisce più volte nel corso del nostro colloquio – Manuele Fior è un conoscitore di fumetto e fantascienza e da appassionato si è chiesto come pensare uno scenario futuro: «l’immaginario cambia al variare delle fasi storiche, penso a “2001: Odissea nello spazio” di Kubrick, alle sue forme estetizzanti, bianche, penso a Moebius che vede un futuro pieno di rovine, che sarà replicato da “Alien”, “Blade Runner”, sono visioni in cui non si immagina un futuro che non sia un buco nero. Ci siamo crogiolati per anni sull’idea della post-apocalisse e mi ha sempre infastidito la tendenza a non riuscire a emanciparsi da questa visione, non riuscire a non immaginare un mondo diverso da quello che vediamo».
Manuele Fior è un attento conoscitore di psicanalisi, ha letto tutte le opere di Freud e per raccontarsi cita una lettera dell’inizio del secolo scorso tra Freud e Einstein. Einstein chiede a Freud: «Saremmo un giorno capaci di non farci la guerra?». Freud è pessimista. Parte da qui Fior per dire e dirsi: saremmo obbligati oggi a rispondere alla stessa maniera? Siamo in grado di emanciparci dalle nostre certezze. Se pensiamo che sia impossibile, no. Se pensiamo ci sia un’alternativa è necessario lavorare per quello. Da qui l’importanza dell’immaginario: «Nel mio lavoro conto gli immaginatori del Novecento sulle dita di due mani, certamente Moebius, Walt Disney, Miyazaki, Winsor McCay. Il ruolo degli artisti cambierà dopo questo virus e mi piacerebbe che venissero ascoltati più gli artisti e meno gli economisti, c’è bisogno di qualcuno che immagini. Ecco, i narratori hanno questo almeno, poter evadere».

Manuele Fior non vive in Italia dal 1998, ha vissuto cinque anni a Berlino, poi Parigi. In mezzo anche l’Egitto. Tutto ha costruito la sua visione dell’arte, del figurativo, e della comunità. Da Parigi osserva gli italiani in isolamento cantare dai balconi ogni pomeriggio, ricorda il suono del muezzin dei suoi mesi egiziani, la voce dagli altoparlanti che chiama alla preghiera, i suoni antichi di cui scrive perché li ha ereditati da quelle esperienze e consegnati alle sue opere. Il suono consolatorio della comunità. Non ha paura Fior di definire l’arte come consolatoria, di riconoscerne la capacità di distensione dei sentimenti, come chi cerca evasione in una forma traslata di socialità, oggi nell’isolamento: «le fasi della quarantena saranno come le fasi della nostra vita: ci deprimeremo, avremo paura, saremo esaltati sentendo un pezzo di città cantare con un’unica voce. Penso che anche questo entusiasmo salvifico finirà come terminano alcune esperienze della vita, ma, forse ingenuamente, credo che dovremmo salvaguardare la memoria del buono. Tenere da conto l’idea di una collettività sa sostenersi. Come se ora ascoltassimo una canzone di Tenco, e cantassimo “Vedrai, vedrai che cambierà”, ci sentiremmo consolati. Non vedo in questa funzione dell’arte nulla di denigratorio».
Fior non ha paura della parola evasione, né della parola intrattenimento. Ma non cerca il lieto fine e non inciampa mai nella riduzione della complessità e non ha smania di immaginare un’altra fine del mondo. Vuole che le sue opere escano dal buco nero, dal futuro in pena, per cercare uno spiraglio che tenga insieme anime smarrite. Come Dora e Pierrot. Per creare “Celestia”, Manuele Fior ha impiegato cinque anni. Il disegno è l’arte della lentezza, del tempo dilatato. E Fior maneggia il tempo e il suo parlare del tempo con delicata pazienza. È il tempo di chi crea e il tempo di chi osserva, «penso ad alcune tavole di Palestina di Joe Sacco, da lettore volevo osservare tutto, ogni dettaglio di ogni singolo abito, la sporcizia lungo le strade, le sfumature di una tazzina di caffè. Proprio perché il fumetto lo puoi leggere in tanti modi ti consente di guardare tutto. Quello che è e quello che potrebbe essere, perché come diceva Picasso, il fatto che puoi disegnare in ventitrè maniere diverse un vaso di fiori, vuol dire che possono esistere ventitrè diversi vasi di fiori».
Mentre scriveva Celestia è nato suo figlio, il mondo intorno a sé è cambiato. L’opera cambia con il tempo e l’autore cambia con l’opera. Quando ha scritto “L’intervista”, il primo libro in cui compare Dora, la protagonista femminile di Celestia, Fior racconta di aver avuto chiaro dal principio di cosa volesse parlare, il cuore dei suoi temi, ma di non sapere come ci sarebbe arrivato, perché non segue uno story board ma si lascia accompagnare dai suoi personaggi, dalla loro vita propria. Sapeva dunque che l’inizio de “L’intervista” sarebbe stato un incidente di macchina, ma nel mese – nel tempo di creazione espanso – che ha impiegato a realizzare le tavole dell’incidente, si era già interrogato sul destino del protagonista, Raniero. O forse, per meglio dire, aveva già interrogato Raniero sul suo destino di personaggio.
«Mentre disegni cambi e con te cambia la storia, il fumetto diversamente da un film che ha un tempo di organizzazione molto lungo e dei tempi di realizzazione piuttosto rigidi che gli impediscono di cambiare, è un’opera in divenire. Il racconto deve portarmi dove io non so, nell’ignoto. E talvolta, immaginando e disegnando, arrivi nei posti sbagliati, a volte per il libro, a volte per te stesso. In Celestia ad esempio ci sono 40 pagine messe da parte, non che non volessi andarci, ma non funzionavano con la storia. Il libro mi porta dove vuole lui, che io voglia o meno. E a volte il posto sbagliato sono le paure, le fragilità».
Pierrot, il protagonista maschile di “Celestia”, nelle idee iniziali di Fior avrebbe dovuto essere una figura minore, in grado di aprire le porte che conducevano a Dora. Ma appena illuminato dalla lacrima sulla guancia, Pierrot è diventato ricordo e memoria: il giovane Fior vestito da Pierrot nel carnevale della Cesena della sua infanzia, o il Pierrot Lunaire di Schönberg, poeta e assassino. E nel percorso della memoria il personaggio secondario è diventato protagonista, perché la storia parte da un tormento, o da una gioia – dice Fior – ma non ti svela dove arriverà. «Pazienza diceva che cominciare una storia è come un treno che entra in una galleria: la luce si spegne, si esce dalla galleria e dentro è successo tutto quello che deve succedere. La mia illusione ottica ogni volta che termino un libro è che fosse pronto e io l’ho solo ripulito e tirato fuori, non era dentro di me, era lì, la storia era del mondo e andava estratta».
La paura, l’erotismo, la nostalgia sono motori potenti per le storie di Fior, che cercando di esorcizzare timori e desideri manda i suoi personaggi in avanscoperta, consegna insicurezze, chiede loro di fallire o riuscire, «è stato il mio metodo di andare avanti, è il mio modo di affidare paure a tanti personaggi diversi. Elaborare e avere per questo un po’ meno inquietudini di prima». I personaggi di Fior processano la precarietà del presente e dell’artista. In “Celestia” la salvezza è affidata ai bambini che si prendono cura degli adulti. Li seguono, accompagnano, salvano. Proteggono e indirizzano.
Per paradosso, o caso, i bambini sembrano protetti dal virus tutto umano che ha stravolto le nostre vite, con un salto di specie, «ho molto riflettuto su come l’esperienza della paternità abbia influenzato la mia scelta di raccontare i bambini in “Celestia”. All’inizio avevo resistenze, sono una persona razionale ma si agitano dentro di me lati oscuri che mi spaventano, e ho delegato al bambino la funzione della protezione da queste paure, nel libro». I bambini sono questo in “Celestia”, un messaggio arrivato a dire: adulti, siete giunti fino a qui, ora avete bisogno di aiuto per andare avanti. Pensa a “Childhood’s End” (in italiano “Le guide del tramonto”) di Arthur C. Clarke, ai bambini che reindirizzano il corso degli eventi armonizzandolo con i loro poteri, per far sì che l’umanità pensi con un unico cervello, per evolversi.
Ribalta il paradigna anche Fior, i bambini non vanno aiutati e indirizzati, usano la telepatia, il prelinguaggio, la lingua dimenticata dell’immaginazione per tele patire, soffrire a distanza, e capire prima, e illuminare la strada. «Come dovremmo fare tutti, come sappiamo fare già, nelle capacità che emergono in circostanze straordinarie». Ecco dunque che i bambini non sono più un individuo nella storia di Fior, non hanno nome, si chiamano solo “bambino”, «e forse è un passaggio necessario per tutti noi, capire che non siamo il nome che portiamo, ma siamo tante cellule di un organismo più grande». Soprattutto ora.