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Cultura
giugno, 2020

Ilaria Tuti: «Vi racconto le portatrici carniche, eroine dimenticate»

Le vicende delle donne che aiutavano gli uomini nelle trincee della Carnia durante la Prima guerra mondiale. Una pagina di storia caduta nell'oblio, rievocata dalla scrittrice di Gemona nel nuovo romanzo "Fiore di roccia". L'inizio di un viaggio in una terra di confine, il Friuli Venezia Giulia, lungo le rotte dei suoi thriller

L’auto corre lungo la strada che taglia in due la valle, tra le montagne che dividono Friuli Venezia Giulia e Slovenia, sullo sfondo le vette scintillanti e illuminate dal sole. Una terra remota, popolata da animali selvatici e punteggiata da boschi rigogliosi dove gli abitanti, piccole comunità sempre più esigue, parlano una lingua incomprensibile e celebrano antichi riti. «La pandemia ha cambiato anche il panorama. In lontananza, le ciminiere di una delle aziende più importanti del territorio non soffiano il vapore residuo della lavorazione del legno. Gli impianti sono spenti. Dei settecento dipendenti solo quattro sono rimasti a presidiare i due chilometri quadrati della fabbrica», riflette Ilaria Tuti mentre guida attraverso vallate e borghi quasi spopolati. È arrivato fin qui il Covid, anche se non ha fatto troppi danni. 

La scrittrice, friulana di Gemona, capelli lunghi castani, sguardo dolce e un po’ malinconico, conosce gli anfratti più reconditi della sua terra, dove ha ambientato i suoi romanzi. Dalla sua fantasia è nato il personaggio di Teresa Battaglia, commissario sulla sessantina, investigatrice infaticabile specializzata in profiling, la tecnica che aiuta gli investigatori a profilare soggetti criminali sconosciuti. Una donna energica ma sfiancata dal diabete e dall’Alzheimer. È lei la protagonista dei gialli “Fiori sopra l’inferno” (2018) e “Ninfa dormiente” (2019), usciti per Longanesi, successi internazionali tradotti in oltre venti Paesi.

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A Timau, paesino al confine con l’Austria, la scrittrice ha collocato il nuovo romanzo, “Fiore di roccia”, appena uscito per Longanesi, che esce dal sentiero del thriller per rievocare una storia incredibile: quella delle portatrici carniche, le donne che operarono lungo il fronte della Carnia durante la Prima guerra mondiale. Le portatrici carniche aiutarono gli uomini nelle trincee trasportando nelle loro gerle e lungo sentieri impervi viveri e munizioni - un carico di venti, trenta a volte quaranta chili - camminando per ore nella neve, riportando spesso a valle i cadaveri dei soldati. Protagonista del romanzo è Agata Primus, personaggio inventato che si muove tra fatti realmente accaduti, emblema di tutte le donne tra i tredici e i sessant’anni che hanno lottato per la libertà. Una sorta di corpo militare mai riconosciuto: solo nel 1997 il presidente della Repubblica di allora, Oscar Luigi Scalfaro, conferì a Maria Plozner, portatrice che morì colpita da un cecchino austriaco, la medaglia d’oro al valor militare.

«Anin, seno’ chei biadaz ai murin encje di fan». «Andiamo, altrimenti quei poveretti muoiono anche di fame», recita la frase pronunciata dalla donna, che la scrittrice ha deciso di porre all’inizio del romanzo. «È una vicenda ingiustamente dimenticata. Una pagina importante della storia del nostro Paese, donne eccezionali che hanno lavorato in silenzio per la patria, molte di loro rimasero vedove e senza pensione. Proprio perché donne non hanno avuto voce, con il mio libro voglio ridargliela», prosegue Tuti, che in “Fiore di roccia” celebra ancora una volta la forza e la dignità femminili attraverso la figura di Agata, che torna nella sua terra dopo decenni, in occasione del terremoto devastante che squarcia il Friuli nel maggio 1976. 

«Sono salita sui sentieri delle portatrici carniche qualche giorno fa, il 24 maggio, in occasione dei 105 anni dell’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria», prosegue Tuti: «Mi ha fatto effetto tornare su quel terreno sacro e vedere il confine presidiato dei gendarmi austriaci. Bisogna stare molto attenti a non sconfinare, la frontiera che serpeggia sulla cresta delle montagne è ancora chiusa». Nel frattempo, Vienna ha deciso di riaprire il confine con l'Italia dal 16 giugno. 
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In questa regione di frontiera sono centrali i temi dell’identità e dei confini, che Tuti declina in maniera fluida e prova a spiegare nella loro complessità. «Il “sentimento friulano” non coincide con tutto il territorio del Friuli Venezia Giulia, ma approssimativamente con le province di Udine e Pordenone, con alcune eccezioni al confine verso nord. Trieste e il Carso non sono Friuli, ma Venezia Giulia», premette la scrittrice, che poi sottolinea: «Il territorio vicino a Gorizia è chiamato Slavia friulana, per la presenza di minoranze di lingua slovena. A Tarvisio si parla anche tedesco e in Carnia, a Timau, un dialetto carinziano medievale. A Sauris invece, sempre in Carnia, si parla una lingua arcaica, il saurano, che è un dialetto bavarese». Un guazzabuglio, insomma, ma non è finita qui. «In definitiva, mai confondere un friulano con un triestino, protesterebbero vivacemente entrambi, e mai dire a un carnico che è friulano!», afferma.

Un groviglio linguistico che rispecchia una notevole diversità culturale, culti ancestrali che riemergono a far da sfondo ai thriller. Come in Val Resia, cinquanta chilometri a nord di Udine, nel parco naturale delle Prealpi Giulie.«Il Friuli è profondamente pagano, come dimostra il dio cervo che incarna l’immagine della natura, il cristianesimo non è riuscito a estirpare queste tradizioni ma le ha unite alle proprie», prosegue la scrittrice, mentre parcheggia e proseguiamo a piedi verso il bosco. La notte di San Nicola, il 5 dicembre, nel bosco di Rutte si accendono i fuochi e appaiono i Krampus, i diavoli dei boschi, maschere spaventose con richiami possenti, suono di campanacci e colpi di frusta, che secondo la leggenda vagavano alla ricerca dei bambini cattivi. «Sospesi tra il nostro mondo e l’imperscrutabile, il loro fascino mi accompagna tuttora. Simboleggiano il mistero della natura e di Dio».

Fin da bambina Tuti preferisce questi racconti gotici, magici, alle favole sulle principesse. Storie che fanno prendere confidenza con tutto ciò che fa paura. È ambientato in questa zona “Ninfa dormiente”, in cui il commissario Battaglia è alle prese con un caso che risale alla fine della Seconda guerra mondiale in una terra segnata da tragedie, gli eccidi degli occupanti nazisti e le cruente incursioni dei soldati del maresciallo Tito: il libro, infatti, porta lo stesso titolo del misterioso quadro dipinto con il sangue di un cuore umano negli ultimi giorni del conflitto. Il disegno, che si pensava fosse andato perduto, spunta tra le carte stipate in una soffitta. Un gallerista ne certifica l’autenticità ma alcuni aspetti restano oscuri: dietro le vicende, nel contesto del conflitto bellico, si nasconde un omicidio irrisolto, che Battaglia è chiamata a risolvere con sofisticate tecniche investigative.

Per scrivere il libro Tuti ha chiesto l’aiuto di due esperti veri, di cui un amico in forze al Nucleo Carabinieri tutela patrimonio culturale di Udine, specializzato nell’individuazione e recupero di beni culturali illecitamente sottratti. «Ho riempito luoghi veri di vicende immaginarie, ma è anche vero il contrario: tante sono le verità, oltre alle origini dei resiani, contenute tra le righe di “Ninfa dormiente”. Comunque, una cosa è certa: il romanzo è nato da incontri con persone che mi hanno aperto la porta di casa. Senza di loro non avrei potuto scriverlo», aggiunge la scrittrice.

All’ora di pranzo, nell’Osteria alla speranza a San Giorgio, una delle cinque frazioni della Val Resia, c’è un’atmosfera festosa. In tavola servono due piatti di “cjalcune”, deliziosi gnocchi ripiedi di erbe con formaggio e burro fuso, poi spezzatino di cervo con le patate e infine frico, formaggio fuso abbrustolito con burro in padella. In omaggio alla tradizione, alle pareti sono appesi strumenti musicali - cïtire (violini) e bünkule (violoncelli) - e ritratti ingialliti di musicisti. Durante il carnevale resiano, il Püst, le maschere bianche ballano dal tramonto del martedì grasso fino all’alba del giorno delle ceneri, quando appiccano il fuoco al “Babaz”, il fantoccio di paglia e pezza che rappresenta l’anno vecchio con i suoi dolori e i suoi peccati.

Un antico rito pagano, descritto da Tuti in “Ninfa dormiente”, simbolo della comunità resiana erroneamente classificata come minoranza slovena. «In passato, la Slovenia ha voluto allungare le mani su questa terra. Noi non permetteremo mai che l’opera si compia. Noi siamo resiani, e poi siamo italiani. In questo ordine. La nazionalità italiana ce la siamo guadagnata, abbiamo combattuto in ogni conflitto per la difesa dei suoi confini», dice con  fierezza una donna resiana al commissario Battaglia.

Donne eroiche, ciascuna a proprio modo, come le portatrici carniche di “Fiore di roccia” e il commissario protagonista dei suoi gialli, che prende il cognome dalla fotografa siciliana Letizia Battaglia. «Sono una grande appassionata di fotografia, per la mia formazione lei è stata fondamentale», afferma la scrittrice mentre saliamo in macchina diretti a Tarvisio: «Un esempio di libertà, coraggio, emancipazione. Da giovane madre, negli anni Settanta, prese i suoi rischi e decise di trasferirsi da Palermo a Milano, dopo aver interrotto il matrimonio. Si è reinventata come fotografa per essere indipendente. Anche se il mio personaggio non è madre ha un’incredibile senso materno, e nella mia Teresa rivedo Letizia, non so se le farebbe piacere essere considerata un esempio», chiosa la scrittrice.

Un tema, quello della maternità, strettamente connesso con un altro, la natura, che pervade - così come la Storia - ogni pagina dei gialli di Tuti fin dal romanzo d’esordio. Un intreccio forte, complesso, che rievoca atmosfere a metà strada tra i gialli nordici e “Fargo” (1996), film capolavoro dei fratelli Coen, senza il sarcasmo macabro dei due registi americani. Tra i suoi riferimenti l’autrice annovera piuttosto Donato Carrisi, Primo Levi e Stephen King, e tra i film “Fiumi di porpora” (2000) di Mathieu Kassovitz e “Il guardiano invisibile” (2017) di Fernando Gonzàlez Molina.

Una sorta di via “green and wild” al thriller, la sua.  «Il corpo giaceva sull’erba, coperto di brina. Il candore della pelle contrastava con il nero dei capelli e del pube. Sullo sfondo, il verde cupo della natura di montagna. Alcune macchie di neve persistevano nelle zone più ombrose, a ridosso del bosco. Durante la notte era sceso qualche fiocco e un cristallo era rimasto impigliato tra le ciglia del cadavere», scrive Tuti in “Fiori sopra l’inferno”, ambientato nelle Alpi friulane, a Travenì (nome di fantasia che in realtà è Tarvisio): il commissario Teresa Battaglia indaga sui misteriosi cadaveri rivenuti nei boschi, efferati delitti  di un serial killer che mutila le sue vittime, mentre dal passato riemergono fatti atroci, dimenticati. Scesi dalla macchina, ci inoltriamo nel Parco naturale dei Laghi di Fusine, fino allo specchio d’acqua color smeraldo, che d’inverno è ghiacciato, circondato dalle montagne.

Paesaggi in cui affonda le radici il romanzo, solo i nomi dei luoghi sono inventati.  «In questo senso, nulla è stato inventato», commenta Tuti, che nella narrazione utilizza una foresta millenaria, miniere, laghi alpini, l’orrido, le stagioni. «Gli odori e i colori della natura mi hanno accompagnata fin dall’infanzia e non potevano che fare da cornice a questa storia. E, anzi, forse diventarne parte integrante, quasi fossero un personaggio», dice mentre il bosco di pini silvestri, larici, abeti rossi diventa sempre più fitto. Una terra, come sottolinea la scrittrice, generosa che però sa anche prendere. E il pensiero, come nell’incipit del nuovo romanzo “Fiore di roccia”, corre al terribile terremoto del 6 maggio 1976, che devastò il Friuli e la sua Gemona. All’epoca la scrittrice era nata da soli dieci giorni. «Il sisma ha forgiato i suoi figli con la violenza, ha cancellato case e intere famiglie, ma non ha scalfito la loro determinazione», conclude, riferendosi alla meticolosa ricostruzione per anastilosi, dopo aver numerato le pietre cadute una a una «quando ancora si contavano i morti. Questo romanzo è dedicato anche a lei, la mia terra». Una terra piena di cicatrici.
 

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