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Cultura
luglio, 2020

Una storia inedita con l'avvocato Malinconico. Alle prese con gli "schiattacani"

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L'avvocato nato dalla penna di De Silva esce con la cagnolina e trova tutti particolarmente gentili. Però spesso anche un po’ iettatori: «Vedrà che dolore, quando morirà!»

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Non avevo mai avuto un cane e non ce l’ho neanche adesso, la verità. Nel senso che ce l’ho, ma in prestito. Non in consegna: in prestito, proprio. Mia figlia Alagia (non mi dite niente, io non c’entro, non avrei mai chiamato così una povera creatura; e secondo me neanche il tipo con cui la mia ex moglie l’ha concepita prima che c’incontrassimo, tant’è che sospetto che se la sia data a gambe per quel motivo, più che per la notizia in sé della sua imminente paternità); mia figlia Alagia, stavo dicendo, è stata molto chiara, al riguardo:

«Vincenzo», mi ha detto, «io te la presto, ma la rivoglio indietro».

«Sta’ a sentire», ho risposto rivolgendomi anche a quel cretino di Heidegger (suo marito), che se ne stava lì senza dire una parola mentre mandava avanti sua moglie, da bravo invertebrato, «se ben ricordo siete voi che mi avete chiesto di tenerla per andarvene in vacanza senza carichi pendenti, giusto?»

«“Carico pendente” mi sembra una metafora alquanto impropria», ha osservato Heidegger, confermando la mia opinione su di lui.

«Ah, quindi ci sei anche tu», ho replicato.

Ma non credo che abbia capito la battuta.

Mimì (un Cavalier King Charles Blenheim) intanto, guaiva e mi zompettava intorno cercando di farsi prendere in braccio: rituale che fa rosicare tremendamente Alagia, che mal sopporta il fatto che la cagnolina sia pazza di me almeno quanto lo è di lei, il che (va detto) è obiettivamente inspiegabile, considerato che io la vedo quando capita mentre mia figlia ci vive e le usa le stesse attenzioni che riserverebbe a una bambina non intelligentissima.

«Senza che cavilli», è tornata all’attacco, e già aveva messo il muso a Mimì, che continuava a farmi le feste, «in aereo non possiamo portarla, e a un pensionato per cani non la lascio, te l’ho spiegato».

«Gentile, da parte tua, aver pensato subito a me».

Qui stava per ridere, ma s’è trattenuta perché ci teneva troppo a ribadire il concetto.

«Ci siamo intesi, Vince’?»

«Per me, figurati. Se però quando rientrate dal tour estivo Mimì nemmeno si ricorda chi siete, poi non dire che sono io».

Qui mi ha dato una risposta che non è il caso di trascrivere. Ma penso che ci siamo capiti.

Questo dialogo si svolgeva due settimane fa. Nel frattempo, Alagia e quell’oloturia del marito se ne sono andati in Corsica, mentre io sono rimasto in città con Mimì e Veronica, che pure vuole molto bene a Mimì e viceversa. Quanto a Alfonso Gatto, non solo non le ha neanche soffiato, ma non l’ha ancora guardata in faccia (non è che ha la puzza al naso, è fatto proprio così: per smuoverlo devi tirargli i raudi o – peggio – fargli trovare la ciotola vuota).

In questo non breve lasso (strano detto da solo, eh? Capita, con le parole d’accompagnamento, tipo appunto “lasso”: prese singolarmente ti straniscono, come se mancasse un pezzo; e sì che non la si usa mai in altri contesti, la parola lasso, che poi vuol dire laccio; avete mai sentito dire, che so: «Uffa, mi è slacciato il lasso»?), in questo lasso di convivenza canina, dicevo, sto imparando un po’ di cose.

Uno, che mi piace tornare a casa e trovare il cane che mi fa le feste.

Due, che mi piace spaparanzarmi sul Klippan con Veronica e Mimì in mezzo, specie quando in tv danno Barbara D’Urso o Temptation Island.

Tre, che mi piace portare fuori Mimì.

Quattro (diretta conseguenza del punto tre), che l’umanità che s’incontra portando fuori il cane è un’umanità che si comporta diversamente dall’umanità non canizzata.

Intanto, va detto che la media dei canisti è decisamente più gentile e bendisposta verso l’altro rispetto alla cittadinanza senza quadrupedi. Io, p. es., prima di andare in giro con Mimì non avevo idea che ci fossero così tanti estranei disposti a salutare e sorridere, insensibili alla prassi antisociale dell’indifferenza.

È una relazione di rimbalzo, quella che scatta col pet walking: i cani si puntano, si valutano e capiscono subito se si piacciono o no (anche noi lo capiamo subito, ma poi dobbiamo frequentarci per cambiare idea o confermarla; qualcuno, addirittura si sposa), e se sono abbastanza interessati si avvicinano per annusarsi oltre ogni ragionevole buongusto.

Allora anche i rispettivi dogwalkers si salutano e iniziano a chiacchierare come fossero vicini di casa che si sono sempre trovati simpatici e non vedevano l’ora di attaccare bottone, per cui il dialogo fruisce di un vantaggio confidenziale dovuto alla fiducia che ognuno ripone nell’altro per via del fatto che, se anche lui porta il cane a pisciare, sarà una brava persona, che diamine. Un po’ come far parte di un club, ecco. Con quella quota di distacco (che poi è tipica dei club) verso il resto dell’umanità che non conosce o non apprezza il valore di quella specifica way of life (era tanto che volevo scrivere Way of life).

A quel punto parte il dialogo d’ordinanza fra doglovers, che una mia personale app Malinconica di elaborazione testi (chiamata “Unoriginal”) ha già protocollato, con tanto di repliche pronunciate dal doglover che ti ha fatto la domanda dopo che hai risposto:

a) Maschio o femmina? - Sì, l’avevo capito [comando CRTL, Info];

b) Quanti anni ha? - Ma se li porta benissimo! [CTRL, Lusing];

c) Che pelo stupendo, mangia solo crocchette, vero? - Beato lei, il mio è un aspirapolvere [CRTL, Gnam];

d) È lui che porta a spasso me - Chi non ce li ha non capisce quanta gioia ci regalino [CTRL, Commoz.];

e) Come avremmo fatto senza di loro durante il lockdown? - Pensi quei poveretti che di pomeriggio uscivano a cantare Toto Cutugno sui balconi [CTRL, Covid].

E comunque, quest’altra umanità è stata una scoperta, sul serio. Insomma, è bello pensare che l’altro che nemmeno conosci abbia piacere di rivolgerti la parola col sorriso sulle labbra, scambiare due chiacchiere sui tempi che corrono e augurarti anche buona giornata quando si allontana per la sua strada con il cane di cui magari hai imparato anche il nome (perché poi dopo un po’ ci si riconosce via cane: “Il padrone di Eva”, “La ragazza di Pongo”, “La vecchietta di Sandokan” e via dicendo).

“Unoriginal”, la mia app, abbracciando un largo campione antropologico, mi regala delle belle soddisfazioni. Da quando, poi, ho cominciato a raccogliere materiale fotografico sugli avvisi relativi alle deieizioni canine (un capitolo a parte), sto scoprendo una specifica forma di ostilità sociale che pure ignoravo, prima di circolare per strada con Mimì.

Proprio l’altro giorno, p. es., ne ho immortalato uno veramente incredibile, spaventosamente lungo (roba da invidiare l’estensore per il tempo libero di cui dovrà disporre), che recitava così (lo giuro): «SMETTA DI FAR URINARE IL SUO CANE QUI!» (in maiuscolo, proprio); poi, in corpo minore: «Qualsiasi persona dotata di un minimo di senso civico ci arriverebbe, ma non lei, evidentemente»; poi, di nuovo in maiuscolo: «LE URINE DEL SUO CANE EMANANO UN PESSIMO FETORE»; infine, ancora in corpo ridotto: «che viene avvertito da chiunque entri, esca o si soffermi al citofono. Lo faccia urinare sotto casa sua invece che qui! Sappia che l’abbiamo vista numerose volte e la conosciamo bene».

A parte il “pessimo fetore” (vi risulta che esistano fetori buoni?), che rende involontariamente comico il forbito avviso al puzzone, è chiaro che questo condominio di diplomati ce l’ha con qualcuno in particolare (la chiusa, del resto, lo dice chiaramente): un molestatore seriale che porterebbe il suo cane (magari appositamente malnutrito, sì da renderne le deiezioni particolarmente maleodoranti) a pisciare davanti all’ingresso di un condominio designato per disgustare i residenti. Ma è chiaro che una pubblica intimazione così articolata (che fa anche un po’ avviso alla nazione, diciamolo) non può che presupporre un’ostilità di specie (senza che questo giustifichi i buzzurri che non raccolgono la cacca del loro cane: lo slogan «Se vedete una cacca di cane vuol dire che è passato un padrone di merda», presente in molte città come un graffito di Bansky, è già un classico).

All’opposto di questo atteggiamento c’è poi (ed è una delle psicopatologie più diffuse fra i dog walkers) la devozione totale, che identifica nel dolore per la morte dell’animale l’espressione più alta dell’amor canino.
Sono quelli che ti raccontano gli ultimi giorni dell’animale, lo strazio dell’agonia, la patologia nel dettaglio, gli occhi imploranti e consapevoli della fine imminente, lo sgomento del distacco. E più il tuo cane è cucciolo e carino, più s’infittisce la narrazione della tragedia (tant’è che se all’inizio ti vergogni un po’ a infilarti la mano in tasca, dopo un po’ che l’elenco delle sciagure prosegue ti giri addirittura di spalle).

A volte, con questo tipo di psicopatici, “Unoriginal” mi s’impalla, perché dopo un po’ neanche il software regge la performance dello schiattamorto.

Qualche esempio (legenda: MM sta per Memento Mori):

a) Com’è carina, è ancora cucciola, vero? - La mia s’è ammalata da un giorno all’altro, fino al giorno prima giocava e correva (CRTL, MM.1);

b) Mi raccomando, stia attento all’alimentazione - Negli ultimi giorni le venne anche un blocco intestinale che le provocò una paralisi degli arti posteriori (CRTL, MM.2 );

c) Da come la guarda, sembra davvero innamorata di lei - Non immagina quanto si soffre quando se ne vanno (CRTL, MM3);

d) Cerchi di non farla affaticare, sono un po’ deboli di cuore, questi qui - Conservo ancora la sua ciotola. Ho chiesto ai miei figli di mettermela accanto nella bara, quando verrà il mio momento (CRTL, MM4).

Ora. Che mostrarsi addolorati a sofferenti davanti a una perdita sia segno di buoni sentimenti, è storia vecchia. Che la perduranza del lutto sia la bandiera dei fedeli al dolore, anche (ci dovrà pur essere un gusto nel fustigarsi, per chi lo trova). Che poi un povero Cristo che porta la cagnolina (peraltro in prestito) a pisciare debba sciropparsi il memento mori della vedova del cocker, è davvero troppo.

Da un po’, infatti, ho cominciato a usare “Unoriginal” in modalità “Immuni”: appena nei dintorni appare uno schiattacani, l’app me lo segnala e io e Mimì ce la diamo subito a gambe. L’altro ieri, la vedova di un labrador mancato alla giovane età di sedici anni (ci aveva già raccontato tutto lo strazio qualche giorno prima), era così felice di vederci che s’è messa a sventolare le braccia da lontano ma era tardi, eravamo già in fuga, terrorizzati com’eravamo dal pericolo di replica.

Alagia, che mi chiama più volte al giorno per chiedermi di Mimì (di me molto meno), si diverte un sacco quando l’aggiorno sulle mie esperienze di dog sitting. Gli schiattacani, dice, le sono addirittura simpatici. E figuriamoci se crede che portino sfiga.

«Sai cosa?», le ho detto. «Ogni volta che becchiamo un trappista, mi abbasso su Mimì e le canticchio “Oh che gelida zampina”».

Non l’ha capita proprio subito.

«Ma che spiritoso».

«Oh, che vuoi. Sei tu che le hai dato il nome di una malata di tisi».

Qui è andata in pausa.

«Non l’ho mica scritta io la Bohème», ho aggiunto.

«Ehi», ha detto. Sembrava preoccupata.

«Cosa», ho risposto.

«Non è che ho fatto male a chiamarla Mimì?»

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