Caro Lettore,
non ci conosciamo e in questo momento sono in un camerino di un teatro, sono le 17.32 e tra tre ore e mezza andrà in scena il mio ultimo spettacolo tratto da Čechov. Mi presento: di solito scrivo testi teatrali e li rappresento, ho qualche antipatia per la parola “regia”, perché mi sembra scivoli, almeno a volte, in derive autoritarie, ma in questo caso, oltre ad essermi macchiato di “regia”, oltre ad essermi preso la responsabilità di scrivere, sarò anche in scena, qualcuno lo chiamerebbe “recitare”. Solo che io non recito, io sto. Ascolto quel che succede, mi lascio condizionare dagli accadimenti e reagisco, sporcando i movimenti, la parola, esattamente come farei nella vita, solo con più senso del ritmo. Dunque sto qui e se mi sporgo verso sinistra vedo le assi del palcoscenico, mentre se guardo di fronte a me sbircio di sguincio, perché è da narcisisti fissarsi allo specchio apertamente, la mia immagine riflessa. Oggi ho i capelli un po’ troppo ordinati, sembro uno scolaretto. Allora metto tra le mani un po’ della mia pasta modellante e mi spettino ad arte. Ottengo così un look casual, vagamente dannato.
Osservo le lampadine tonde, cliché da camerino, e sento salire dallo stomaco una leggerissima ansia, a tratti è pure piacevole, si mescola all’adrenalina. Quando entro sul palco lo faccio con l’incertezza di un pierrot che, passo dopo passo, si trasforma in un gladiatore tra i leoni. È bizzarro, io non sono mai nettamente qualcosa. Sono sempre sì, una cosa, ma anche un’altra. Un po’ Pierrot, un po’ gladiatore.
Questo ha comportato un sacco di fraintendimenti e devo sempre controllare le voci che circolano su di me a mezzo stampa. Qualcuno direbbe: mania di controllo. Può darsi, d’altronde sono del Capricorno. “Però ascendente Acquario” - dico per difesa. Lo dico, ma non ho idea di cosa significhi. Non digrediamo, Lettore.
Io tendo alla digressione, tra i sette vizi capitali ne aggiungerei un ottavo, il mio: la digressione.
Torniamo a me nel camerino, a me che penso che tra poco devo fare spettacolo, a me che ripasso le battute e mi conforto: dai, le so. Le so, ma mentre le ripercorro sono distratto, nei prossimi giorni uscirà il mio primo romanzo, ah, non te l’avevo detto, Lettore? Si intitola: Sarà solo la fine del mondo e mi domando come verrà accolto. Non tanto da un punto di vista di qualità letteraria, certo, mi piacerebbe si dicesse che è scritto bene, ma sono più allarmato da come verrà accolto da un punto di vista tematico. Sarà compreso o travisato?
Tu penserai che lo stia dicendo perché te lo voglio vendere, un po’ come fanno certe compagnie aeree che mentre voli cercano di rifilarti di tutto, dal profumo ai biglietti della lotteria.
Ma non digrediamo, per favore, non digrediamo. Dicevo: non voglio rifilarti il mio romanzo, benché se lo leggessi mi farebbe piacere. A ogni modo: sono un po’ preoccupato perché so come vanno certe cose, mi è già successo in passato e so che alcuni ne parleranno “a cazzo di cane”, perdona il gergo relativamente aulico, ma non c’è una definizione migliore. Cambiamo dicitura, l’eleganza prima di tutto. Temo che qualcuno ne possa parlare “a membro di canide”. Ma non ti ho detto di che tema tratta.
Al centro di questo romanzo c’è la storia di un essere umano, fin dal suo concepimento, il suo prendere consapevolezza di sé. Conosci te stesso, dicevano a Delfi.
In seconda istanza c’è una riflessione sulla composizione e scomposizione identitaria.
Il protagonista del romanzo è una persona transgender, ma il discorso si fa molto più ampio.
Una persona transgender, lo dico a scanso di equivoci, è chi non si rispecchia nel genere che gli è stato assegnato, allora fa tutta una serie di cose per sentirsi più a proprio agio. Può essere un taglio di capelli, l’uso di un certo vestiario, il prendere gli ormoni, fino ad operazioni chirurgiche che avvicinino il proprio corpo all’immagine che ha di sé.
Il punto è che l’identità la costruiamo tutti e ognuno in modo diverso.
Come dirlo in altri termini? Ognuno di noi è autore di se stesso.
Qual è allora il punto, perché ci sto rimuginando alle 19.45?
Il romanzo inizia quando il protagonista è ancora nell’Uno Primigenio dove ogni cosa è compresente, dove siamo albero, foglia, cielo, mare, polvere, aria, sole, sasso, forbice, carta, scoiattolo, bambù eccetera, però, poi, con la nascita questa poetica armonia s’infrange e bisogna individuarsi. Inizia ad incombere l’ Io. Allora, piano piano, Guglielmo Leon, questo il nome che sceglie per sé il mio personaggio immaginario, scopre di avere i capelli biondi, le mani grandi, di amare le donne e di essere pure una persona transgender. Solo che, col trascorrere degli anni, capisce che non si può identificare con nient’altro che col proprio nome, nessuna etichetta lo rappresenta: Guglielmo Leon può essere solo Guglielmo Leon. Quindi diventa così sicuro della propria identità che se ne libera, frega la società, le regole e il pensare comune.
E quindi: di cosa mi preoccupo? Forse ho paura che la poca conoscenza sul tema si rovesci in curiosità morbosa, che vengano poste domande idiote, che Guglielmo Leon non venga preso per un personaggio come un altro per via della sua identità, che io non riesca a comunicare il pensiero di liberazione che scorre per tutto il romanzo.
E poi, spero che non mi associno al protagonista del libro per un po’ di scalpore, che il romanzo non sia un pretesto per parlare del mio vissuto, per altro non particolarmente eccitante.
Molti autori cisgender, come si dice, scrivono di personaggi cisgender senza essere automaticamente associati ad essi.
Guglielmo Leon non è un caso umano, è uno come tanti, forse un po’ scavezzacollo, ma un tipo tosto. Ricorda un po’ il prototipo dell’ uomo superfluo della letteratura russa. Da lontano, per carità, ma può somigliare ad un Pečorin o un Eugenio Onegin nostro contemporaneo. In più è un abile nuotatore, e se pensassero che sono io e mi negassero un salvataggio in mare? Io non so nuotare, Lettore.
È che essere pierrot e gladiatore non è facile da narrare e da far intendere. Le sfumature sono complesse da raccontare. Sarà che poi penso sempre che potrebbe arrivare un meteorite all’improvviso e spazzare via tutto o quasi tutto. Sarà che mi immagino moribondo, unico superstite, su una specie di zattera in mezzo al maremoto. Sarà che immagino gli alieni arrivare in soccorso, informarsi sul mio conto con la loro intelligenza superiore, li immagino incappare in articoli sul mio romanzo, magari però travisato, li immagino allora guardarmi con biasimo e lasciarmi lì a morire.
Comunque sono le 20.30, devo andarmi a posizionarmi in quinta.
È stato un piacere avere a che fare con te, Lettore, ma ricorda: se mi vedi in acqua, per precauzione, buttami un salvagente. Vanno bene anche dei braccioli. Mi piacciono gialli.