Diceva che l’innesco era quasi sempre «un moto d’irritazione». Che di solito una Bustina veniva fuori da un dispiacere, da uno sdegno. E che questo di partire dalla stizza è un buon modo per evitare l’«esibizione alquanto demagogica di buoni sentimenti».
Una rubrica settimanale (o quindicinale), come è stata per molti anni sull’Espresso, quella di Umberto Eco intitolata “La Bustina di Minerva” mette a dura prova anche le firme più brillanti. L’abitudine, la ripetizione, per certi versi quello che si chiama il mestiere, sono i primi nemici della grazia e della freschezza.
È vero che Eco stesso, al momento di raccoglierle in volume, ha cassato diverse “puntate”: sbiadite per via di un vincolo troppo stretto con l’attualità, o considerate monotone. Ma forse è stato un eccesso di zelo, perché non c’è Bustina che non sia attraversata come da una corrente elettrica, il palpito fosforico dell’intelligenza. «Riuscire a dire in un numero prescritto di battute quel che si pensa, è un esercizio che consiglierei a chiunque» scrive Eco, e spinge a riflettere su come un limite di spazio possa – vale per la metrica in poesia – mettere ordine nel caos, traendo da noi il meglio.
Che scriva di Mussolini o di Andreotti, che si soffermi sull’ispettore Derrick o sui motori di ricerca in Rete, che si domandi cosa pensasse Leopardi delle ragazze di Recanati o come dire parolacce in società, Eco riesce a dare scintillante dimostrazione di come si possa applicare la propria intelligenza a tutto, a questioni incommensurabilmente distanti.
Sempre che intelligenza vi sia, naturalmente. È una questione di curiosità onnivora; è capacità di creare connessioni: è l’arte, o lo sport – come ha scritto Alessandro Baricco qualche giorno dopo la scomparsa di Eco – che una volta senza vergogna si poteva definire così: «fare gli intellettuali». Sport di cui Eco fu un atleta rivoluzionario: «Capì che il cuore del mondo non stava immobile in un tabernacolo sorvegliato dai sacerdoti del sapere: comprese che era nomade, capace di spostarsi nei posti più assurdi, di nascondersi nel dettaglio, di espandersi in archi di tempo colossali, di frequentare qualsiasi bellezza, di battere dentro a un cassonetto e di sparire quando voleva».
Affacciandosi, dal tardo Novecento, sul terzo millennio – come fa nei testi di "Perché i libri allungano la nostra vita" in edicola sabato 20 febbraio e nella raccolta "Le magnifiche sorti e progressive", in uscita domenica 21 con L’Espresso e Repubblica – dimostra di saper intuire il futuro prima che arrivi. Non da profeta: da rabdomante, semmai, o semplicemente da orologiaio con le lenti giuste.
Uno che conosce gli ingranaggi del tempo – ed è capace di muoversi mentalmente, con sovrana leggerezza, fra secolo e secolo come fra minuto e minuto. Volete capire perché, pur ossessionandoci la giovinezza, il potere sia in mano a uomini fra i settanta e i novant’anni? C’è il capitolo che pone l’interrogativo e afferra un’ipotesi di risposta.
Ma con il suo binocolo Eco coglie, anche in prospettiva – sono gli anni Novanta del ’900 – gli effetti collaterali dell’allungamento della vita umana («un essere di centocinquant’anni, se conserva le proprie facoltà intellettuali, avrà una esperienza incommensurabilmente più vasta della nostra»); affronta la questione ambientale, mettendo in guardia da qualche estremismo ecologista; l’esplosione demografica, il trionfo della tecnologia leggera (nel ’96 parla di «vecchia tv», l’eugenetica. Immagina – nel ’97 – «il casco dell’ipnovisore», lo proietta nel 2090, e ci avverte che uno speaker finalmente sta annunciando «che si era sulla buona strada per scoprire i responsabili della strage di Ustica».