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Cultura
aprile, 2021

Omero, Leopardi e Gosh: con questa letteratura ci salveremo dall’estinzione

Nel suo ultimo saggio, Carla Benedetti lancia una sfida. Perché le opere e gli autori possono cambiare il destino dell’umanità. Ma solo se noi lettori ci lasceremo travolgere. Fino a capovolgere la nostra visione del mondo

Il titolo è chiaro: “La letteratura ci salverà dall’estinzione” senza punti interrogativi, senza se e senza ma. «Se lo avessi intitolato “L’ingegneria genetica” o anche “La tecnologia ci salverà dall’estinzione”, sarebbe sembrato meno bizzarro»: sorride Carla Benedetti, italianista tra le più famose, docente all’Università di Pisa e in vari atenei statunitensi, ripensando al suo saggio pubblicato dalla Einaudi nella “Piccola collana bianca”. «E invece io sono convinta che la letteratura, questo vecchio arnese relegato in un angolo, sia essenziale per affrontare il disastro climatico che ci sta portando all’estinzione». Ne discuterà venerdì 23 con Angela Borghesi e Antonio Moresco nell’”Aula virtuale” dell’Università di Pisa in un incontro del Cantiere umanistico dell’Antropocene. E ne parla con l’Espresso in questa intervista.

La sua sfida sembra sia stata raccolta dai giovani dei Fridays For Future, che per celebrare la Giornata della Terra del 22 aprile hanno organizzato, da oggi al 23, una serie di interventi letterari e culturali sul tema del futuro e della crisi climatica, «un vero e proprio tour fra città, autori e racconti che potranno essere seguiti in diretta dalle pagine nazionali Instagram, Facebook e Youtube». Ma in che senso la letteratura può salvarci dall’estinzione? Perché convincerà un esercito di lettori alle buone pratiche ecologiche o perché, come chiedono i FFF, spingerà i governanti a prendere decisioni che combattano l’inquinamento?

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«Per prima cosa, diciamo che la politica è fatta di persone che ragionano, e di programmi che toccano l'economia, e che nascono da teorie politiche e sociali. Su tutti questi aspetti influiscono oggi quei modi di ragionare deleteri, quelle visioni parziali del mondo in cui viviamo che hanno provocato il danno, che hanno permesso alla civiltà umana di arrivare a questo punto di collasso. Mi sono sempre chiesta come si potesse ragionare in termini di crescita economica illimitata senza tenere conto dei limiti del pianeta su cui viviamo: mi sembra una follia, eppure tutto il modo di ragionare politico e sociale dimentica questo fatto. La letteratura può agire su questi aspetti, sui capisaldi del nostro modo di ragionare e di sentire, di prefigurare il futuro e di immaginare per l'umanità vie diverse da quelle che ci hanno portato qui. Sembra quasi che il nostro mondo, per come lo immaginano i politici e gli scienziati, sia immobificabile, sembra che abbia preso ormai questa strada e che non si possa fare più nulla. Ma non è vero: la situazione in realtà è modificabile».

E può farlo la letteratura? Ma quali opere e quali autori, in concreto?

«Chiariamo subito che io non penso solo a quello che oggi chiamiamo letteratura, che è una cosa molto limitata. Considero al suo interno anche il pensiero, che ci può aiutare a modificare il nostro rapporto con il pianeta, il nostro atteggiamento verso la natura. Letteratura è arte della parola che trasporta anche pensieri, sentimenti, che non parla solo alla razionalità ma anche ai corpi, alle passioni. Molte persone si aspettano tanto dalla tecnologia, anche Stephen Hawking considerava la situazione irreversibile ma ha scritto che l'uomo doveva essere pronto a colonizzare altri pianeti per continuare altrove la vita che sulla Terra sarebbe diventata impossibile. Se invece qualcuno scrive che si aspetta qualcosa dalla letteratura, sembra una provocazione. Ma la letteratura è potente, ancora oggi: anche se ormai domina un’idea che è molto al di sotto delle sue potenzialità. Nella civiltà greca, prima dell'invenzione dell’alfabeto, la letteratura c’era già: è quella che gli studiosi chiamano “oralità primaria”. La società era già complessa, ben strutturata, ma andava avanti senza bisogno della scrittura. È in questo ambito che sono nati i poemi omerici. Quando parlo di letteratura io penso a questo, a un'idea di poiesis indifferenziata, una parola che per forma, bellezza, contenuti e ritmo poteva essere memorizzata perché era, appunto, memorabile, ed era una completamente orale. Quando penso alla forza della letteratura che abbiamo dimenticato penso a qualcosa che i greci conoscevano bene. Essa era considerata così potente che la filosofia, quando prese il sopravvento, scatenò una battaglia contro la poesia. Platone scrive spesso di quanto sia pericolosa la parola dei poeti, che raccontano il falso e riescono a corrompere anche le persone migliori».

Oggi è la scienza a combattere sul fronte che era della filosofia… E la letteratura che ruolo ha?

«Nel mondo moderno le viene riconosciuta solo una funzione estetica, o di intrattenimento. Al massimo le si concede di rappresentare la realtà, di essere didascalica. Una funzione ben piccola rispetto alle sue potenzialità, rispetto a quello che era al tempo dell'oralità primaria: una regione della cultura che non poteva essere sorvegliata né regolamentata. Ancora oggi però la letteratura ha dentro di sé un grande potere di immaginazione, ci permette di immaginare alternative alla catastrofe che incombe. Non ha niente a che vedere con quella che chiamano “ecofiction”: non è un romanzo che racconta lo scioglimento dei ghiacciai a cambiare la nostra visione del mondo».

Forse la poesia può contribuire più dei romanzi a cambiare la sensibilità dominante?

«Non mi interessa la divisione tra i generi letterari, è una questione moderna: quando dico letteratura io penso a tutto. Letteratura è una parola potente, inseparata, che usa i mezzi espressivi che crede: non faccio distinzioni di genere. E non accetto l'idea di andare a cercare la catastrofe climatica nell'ecofiction, come se l'esperienza che noi viviamo oggi dovesse coinvolgere solo un genere specializzato nei cambiamenti climatici: è un approccio molto contenutistico e limitato. È come dire che lo sconvolgimento creato da questa esperienza che noi facciamo oggi per la prima volta - la consapevolezza di affrontare un rischio di estinzione incombente – debba coinvolgere soltanto un genere letterario particolare quando invece riguarda tutto lo spettro dell'espressione e del pensiero umano. Sono scettica sulla distinzione tra romanzo poesia o filosofia: sarà che a me piacciono, ed esistono anche oggi, gli scrittori in cui non si sente questa separazione, che portano tutto in una parola la cui potenza è data anche dalla forma, dall'essere seducente, dall'essere narrativa o dall'avere ritmo... Parlo di una parola inseparata che è carica di pensiero ma è trasmessa in una forma che non è quella concettuale in cui si è specializzata la filosofia, altro genere separato e specializzato».

E cosa pensa dell’autodenuncia di Amitav Gosh, che nella “Grande cecità” mette anche se stesso tra i romanzieri che non sentono il bisogno di legare le loro trame ai cambiamenti climatici?

«Quell’osservazione è secondo me il punto più debole del libro, che contiene indicazioni interessantissime, per esempio quando parla dei limiti del romanzo realistico occidentale. Lui parte dalla difficoltà a parlare di cambiamenti climatici nei romanzi perché gli serve per portare avanti il suo discorso, ma di per sé è un'osservazione irrilevante: non c'è bisogno di parlare dei ghiacci che si sciolgono o degli tsunami per poter aprire il nostro mondo a un altro pensiero, a un altro modo di ragionare, a un'altra sensibilità. E comunque non penso affatto che soltanto la letteratura odierna possa darci la possibilità di cambiare la grammatica della nostra comprensione del mondo, ma anche le opere del passato. Non è soltanto la letteratura scritta in questa fase storica di consapevolezza dell'estinzione a poterci offrire la forza rigenerante o prefigurativa di cui l’umanità ha bisogno. Possiamo trovare aperture di sguardi anche in opere antiche che ci portano in regioni dell'umanità completamente diverse da quelle della modernità occidentale. Alla fine dell'Iliade, dopo la guerra di Troia, i fiumi distruggono le fortificazioni che gli Achei avevano costruito per difendere le navi, deviando il corso dei fiumi. Questi corsi d’acqua vengono nominati uno per uno, come fossero personaggi del poema: la natura allora era vista come una forza agente con cui l'uomo doveva negoziare, e questo racconto ancora oggi può aprire la nostra mente a un altro tipo di percezione dell'uomo e della natura. Ci può restituire una concezione che è stata cancellata dalla sensibilità e dal modo di ragionare dei moderni, dalle visioni del mondo dominanti».

Nel mondo della cultura sembra diffuso un senso di sfiducia : lo ha espresso bene Jonathan Franzen nel suo saggio “Se smettessimo di fingere? Non possiamo fermare la catastrofe climatica”. Adattarsi al destino invece di cercare di combatterlo può essere più attraente per i letterati, forse ancora influenzati da un’immagine di eroismo romantico, da un pessimismo leopardiano?

«Intanto Leopardi non era così pessimista come lo si dipinge. Spiego sempre ai miei studenti che il pessimismo può avere due conseguenze: può portare ad adattarsi al peggio perché non lo possiamo evitare, e quindi al cinismo, ma può anche, al contrario, spingere a non accettare, a cercare di far capire a tutti che la situazione è drammatica e intollerabile. Per questo li invito a correggere i libri di testo: dove c'è sempre scritto “pessimismo cosmico” si dovrebbe scrivere “coraggio della verità”. Il coraggio di guardare in faccia le cose, di non metterci coperture, di attraversare il dramma. Tra l'altro l'ultimo componimento di Leopardi, “La ginestra”, ci dà un messaggio di speranza, per dire così: l'uomo è fragile, la civiltà è effimera ma si può arrivare a un senso di fratellanza e di collaborazione. È utopistico, altro che pessimista. Forse Franzen è su questo stesso fronte, quando dice di non illudersi che non usare bottiglie di plastica o favorire l’economia verde ci salverà davvero, perché il cambiamento climatico è già qui: ma bisogna vedere poi cosa ne fa di questa certezza. Se si adatta all'ineluttabile in maniera cinica o se manda un messaggio diretto all'uomo perché possa trovare un'altra strada rispetto a quella percorsa finora. Forse è vero che il catastrofismo apocalittico può avere più appeal, anche perché ha conquistato tanti pensatori del Novecento. Una cosa è certa: rassegnarsi è più facile e dà frutti immediati, resistere invece richiede molta energia – e uso anche qui un termine di Leopardi – e molto coraggio».

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