Da una storia vera virata in chiave di black comedy con accenti da cartoon (l’irresistibile “Tonya”), al prequel di uno dei cartoon più famosi della Disney trattato appunto come una (impossibile) storia vera. Con riferimenti musicali e visivi anche molto precisi alla scena punk e rock della Londra anni Settanta. E citazioni a pioggia da tanto cinema inglese (e non) per iniettare un tocco di realismo in una fiaba che sa essere insieme melensa e “dark” (una delle parole ormai più vuote del critichese odierno).
Girava voce che il “Crudelia” dell’australiano Craig Gillespie, quello di “Tonya” appunto, fosse un raro concentrato di perfidia e divertimento, inventiva formale e spudoratezza mercantile. Purtroppo non è così. Certo, si tratta solo di sfruttare personaggi di proprietà della casa madre, nessuno si aspetta grande arte. Ma una volta esaurito lo slancio del primo atto, notevole, “Crudelia” si adagia poco a poco nel cinema più di formula che ci sia. In un meccanico susseguirsi di trovate così laboriose e fastose da farsi emblema di quell’economia dello spreco a cui Hollywood sembra condannata nei periodi di trasformazione.
Ed ecco Crudelia (la straordinaria Emma Stone, ma il film non sfrutta a dovere nemmeno lei!) nascere già con chioma bicolore e talento per la moda. Ecco i 101 dalmata diventare solo 3, ma cattivi (non del tutto, non sia mai). Ecco Crudelia, ormai orfana e ancora quasi buona, crescere in una Londra dickensiana accanto a due ladruncoli asessuati e un amico trans. Fino a scontrarsi con la spietata, arrogante, calcolatrice, workaholic, Baronessa, celebre stilista che è l’unica a intuire il suo talento (una Emma Thompson scintillante di cattiveria e rivalità divistica, a sua volta prigioniera di look così rutilanti e macchinosi che finiscono per fare aggio sull’interprete). Condannando la storia, perché c’è anche quella, a isterilirsi in un crescendo di sfide, provocazioni e rivalse che oscura perfino una delle colonne sonore più lussuose di sempre (dagli Stones ai Clash, da Bowie ai Blondie e infiniti altri).
Non a caso forse le scene più spassose spettano ai bastardini animati al computer, estranei al franchise. Il citatissimo “Diavolo veste Prada” (perfino l’aiuto della cattiva, Mark Strong, ricorda Stanley Tucci) al confronto era un film di Billy Wilder. Il cinema ha perso. Hanno vinto i cloni.
“CRUDELIA”
di Craig Gillespie
Usa, 136’