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Cultura
luglio, 2021

Dai Måneskin a Elodie, tutte le factory portano a Roma

Tha Supreme, Mara Sattei, Dark Polo Gang, Coez. Oltre l’exploit internazionale dei Måneskin c’è molto altro. La nuova scena arriva dalla Capitale

La prossima t-shirt di Madonna in nostro favore potrebbe essere: “Romans do it better”. Neanche il tempo di realizzare quello che stava succedendo e d’un tratto la musica di Roma ha fatto un balzo planetario, ha spedito una sua creatura, un gruppo chiamato Måneskin, a insegnare rock al resto del mondo. Incredibile? Abbastanza, ma per assurdo che possa sembrare è esattamente quello che sta succedendo. Di più, diciamo che il rock, come genere musicale, almeno nella sua veste più classica, languiva, annaspava, agonizzava soffocato tra le spire avvolgenti di trap, reggaeton, dance, nessuno ci credeva più neanche in America, nessuno sembrava in grado di rianimarne lo spirito, e invece all’improvviso, dalla lontana periferia dell’impero, ci sta riuscendo un gruppo italiano, anzi, diciamo meglio, un gruppo romano.


Associazione tutt’altro che banale, e per niente casuale, visto che Roma non solo ha generato questo stupefacente e non previsto fenomeno di delirio collettivo, non è solo la patria del gruppo più ricercato e ambito del mondo, non è solo la città dei Måneskin, è decisamente l’epicentro della rivoluzione che sta trasformando la musica italiana. Basta fare due conti, o meglio una lista. È un’onda lunga che comincia dai Cani, dai Thegiornalisti e Tommaso Paradiso, passa per Coez e Elodie, e poi Ultimo, uno che dal nulla è arrivato nel giro di un anno a riempire per un concerto lo stadio Olimpico, Calcutta (di Latina ma assimilato interamente alla scena della capitale), e poi Achille Lauro, Carl Brave, Franco 126, Fulminacci, Gazelle, Rancore, Tha Supreme e Mara Sattei, la Dark Polo Gang, e appunto i Måneskin. Per non dire di quelli che pur non essendo romani, a Roma hanno deciso di stabilirsi e fare musica, tipo Motta e Diodato.

Di sicuro ogni quartiere ha la sua piena rappresentazione melodica, dalle periferie di San Basilio e Monte Sacro a Trastevere, Testaccio, Monteverde, si potrebbe disegnare una mappa con stili e riferimenti territoriali. È un esercito che si arricchisce mese dopo mese e che racconta di una leadership indiscussa e trionfante. Buona parte della nuova scena viene da Roma, malgrado o forse proprio a dispetto del fatto che il mercato della musica sia tutto a Milano, lì ci sono le multinazionali del disco, le grandi agenzie dei concerti, gli editori, e lì che si fanno i giochi eppure la creatività sembra da tempo tutta spostata verso Roma. Può darsi che la lontananza dal mercato aiuti, considerando che la posta in gioco era la ricerca di nuovi codici, di idee che potessero ribaltare la muffa che si era creata intorno alla produzione della musica. A supporto di questa ritrovata vitalità vengono sempre fuori i paragoni con vecchi cicli, ovvero gli anni Settanta quando sotto l’ala protettiva delle “polverose stanze” del Folkstudio irruppero i nuovi cantautori Venditti e De Gregori, gli stessi anni cui crescevano le leggende di Renato Zero e Claudio Baglioni, poi negli anni Novanta l’altra nouvelle vague cresciuta intorno al Locale di via del Fico, ovvero Daniele Silvestri, Max Gazzè, Nicolò Fabi, i Tiromancino, Riccardo Senigallia, ma erano sempre gruppi di pochi, ora sono tanti, una schiera enorme, fittissima e sempre in movimento. La verità è che Roma è la città della musica, per eccellenza, anche se spesso sembrano più quotate altre città come Bologna e Milano. A parte Napoli, che gioca da sempre un campionato a parte, Roma è davvero la grande madre della musica perché al suo interno, nella sua maestosa culla di paesaggio e arte, nella sua ricchezza multietnica, nella vastità dei suoi confini sociali, ha generato un’incredibile varietà.

Altro che “Roma capoccia der monno infame”, come la vedeva Venditti nell’anno di grazia 1972, altro che ponentino e cori da magnaccioni, altro che trattorie e “arrivederci Roma”, Roma è la città di Ennio Morricone e Nicola Piovani, è la città di Gabriella Ferri, di Franco Califano e Renato Rascel, di Armando Trovajoli, non ha mai smesso di produrre artisti, al di là delle generazioni di cantautori, c’è una schiera infinita di voci femminili da Fiorella Mannoia a Giorgia, e poi Paola Turci, Noemi, Marina Rei, Tosca, c’è Mannarino, ha ospitato artisti nati altrove ma che a Roma hanno trovato asilo come Lucio Battisti e Rino Gaetano, Fred Buscaglione e Loredana Bertè. Anche le nuove tracce rap non nascono dal nulla, magari sottotraccia, lontano dai fasti del mainstream ma c’è sempre stata una scena di grande impatto, vedi Assalti Frontali, Cor Veleno, Flaminio Maphia, Piotta, Gemitaiz. Di fatto c’è una varietà di stili e proposte che non c’è altrove.

 

Anche i sanpietrini sono impregnati di musica, anche le mura, come ricordava lo sfortunato interprete di “Casetta de Trastevere”, quando implorava il muratore che stava demolendo la casa di fare piano con quel piccone «che non lo vedi che mamma è ancora là…». Trastevere, appunto, meriterebbe da solo una storia a parte, tale e tanta la musica che si è intrecciata nelle sue strade, con una sorprendente continuità tra l’antico e il nuovo, dalla festa de noantri in cui gorgheggiava Claudio Villa a una scalinata lunga e spaziosa, sulle prime rampe che da San Cosimato portano verso il Gianicolo, che è diventata il “muretto” per eccellenza del rap/trap romano. Se li contate i gradini sono 126, e sembrerebbe l’inizio di una vecchia canzone, e invece è il luogo nel quale si è rconosciuta tutta una crew della nuova leva che spesso, come Ketama e Franco126, quel numero se lo portano dietro. Lì vicino ci abita ancora Sidebaby, ex della Dark Polo Gang, e i ragazzi che stazionano lì, e che magari balbettano rap sperando anche loro un giorno di uscire, quando passa la mamma la chiamano “Nonna trap”, sapendo che Side sta per diventare papà, perché poi in fondo siamo sempre a Roma e una certa ironia corrosiva, ma anche bonaria e inclusiva, sopravvive anche all’autotune e alla comunicazione social.


Roma il rapporto con la tradizione lo tiene ben saldo, ed è un altro elemento che la rende potente, i nuovi guardano a chi li ha preceduti. Achille Lauro e Ultimo vanno a lezione da Venditti, alcuni venerano la esagerata e anarchica leggenda di Califano. A Testaccio, nella piazza principale, c’è una targa che dice: qui è nata Gabriella Ferri, ma sotto c’è anche un graffito recente che ricorda il suo viso, i suoi occhi chiari e forti smarriti in un volto enigmatico. È la Roma dei romani, ma alla fine lo sappiamo, Roma è anche e forse soprattutto la città dei non romani che ci sono finiti e si sono fatti adottare. E tante volte i non romani Roma l’hanno cantata meglio dei cittadini autoctoni, vedi la via Nomentana dove Rino Gaetano andò a schiantarsi, o le “vacanze romane” narrate dai Matia Bazar, forse perché chi viene da fuori è più pronto a cogliere lo stupore della grande bellezza, dei colori, della traboccante umanità.


Ci sono tante canzoni che sembrano figlie di Roma, come fossero tanti piccoli film, girati in città. Una per tutte: “Vecchio frac”, che è un capolavoro di sottile persuasione. C’è un nobile signore che attraversa la notte, è descritto attraverso i simboli del suo status, cilindro, due diamanti per gemelli, un bastone di cristallo, un papillon di seta blu, poi senza traumi o scarti violenti, si stacca direttamente su una visione del fiume, un Tevere silenzioso e indifferente sul quale galleggiano un cilindro, un fiore e un frac… Modugno si ispirò a un fatto di cronaca che lo aveva colpito fortemente, ovvero il misterioso suicidio a 39 anni del principe Raimondo Lanza di Trabia, viveur di chiara fama, che si gettò da una finestra dell’Hotel Eden, a due passi da Via Veneto. Tanto per ricordare che la più importante delle canzoni “figlie” di Roma è proprio “Volare”, sebbene scritta da un pugliese e da un mantovano, ma ambedue cresciuti artisticamente a Roma, dove Migliacci il testo l’ha sognato, e Modugno lo ha completato in una notte tempestosa nella sua casa all’Aventino, urlando alla finestra «volare oh oh volare oh oh oh oh». Nessuno, neanche loro, avrebbero mai immaginato che quella canzone sarebbe diventata la più celebre creazione esportata nel mondo dalla nostra tradizione, che però oggi si sta miracolosamente rinnovando.


Oggi non è una canzone, a volare fin lì, così come in ogni altra parte del mondo, è una band, un gruppo di ragazzi, belli e conturbanti, ed è la migliore immagine da spedire in giro, abbastanza potente da bruciare tutte le vecchie cartoline di spaghetti e mandolini che ancora circolano sui banchetti dell’immaginario italico sparsi per il mondo. Sono i Måneskin, incazzati il giusto, moderni, sfrontati, con l’aria spavalda di chi pensa di aver qualcosa da dire, e con un sottotesto che solo noi ora possiamo apprezzare fino in fondo: siamo italiani, anzi, siamo romani.

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