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Cultura
agosto, 2021

Giorgio Strehler servitore di due passioni: la politica e il teatro

L’amore per il palcoscenico. E l’impegno politico vissuto sulla scena prima ancora che in Parlamento. Uniti negli scritti del geniale regista, nato il 14 agosto di cento anni fa

Proviamo ad immaginarcelo nel buio di una sala teatrale, mentre balza su e giù dal palcoscenico, con un corpo agile quasi come il suo Arlecchino. Indossa pantaloni a lupetto nero e morbidi calzari. Dirige i suoi attori. A volte li terrorizza con le sue sfuriate, per poi tornare calmo subito dopo, come se niente fosse accaduto. Intanto continua a sviscerare il testo da mettere in scena. E ogni opera che sceglie di rappresentare è già un atto politico, dalle storie goldoniane sulle ingiustizie subite dai più umili alle vicende nobiliari raccontate da Čechov.

 

Giorgio Strehler faceva politica lì, in teatro. Era un convinto socialista (o almeno lo è stato fino ad un certo punto), ma si sentiva un politico non certo per la sua esperienza di parlamentare europeo nelle fila del Partito socialista o per la sua candidatura al Senato nelle liste indipendenti del Pci, né per aver parlato tante volte di Resistenza e antifascismo, lui che aveva combattuto da partigiano, o per i tanti discorsi e i comizi elettorali. Lo era in senso più ampio, per quel suo modo che aveva di intendere il mondo. E quindi anche per la sua visione di teatro, per i suoi spettacoli. All’epoca di Tangentopoli aggiunse una battuta al suo Arlecchino: «Beati i tempi in cui gli uomini erano onesti».

IDEE_STREHLER_DESANCTIS_32_GS2406_©Ciminaghi-PiccoloTeatroMilano

Pochi attimi di pausa e poi giù applausi. Era un personaggio scomodo, certo. Un padre ingombrante, a volte. Ma soprattutto era un indiscutibile maestro della scena (Le Monde lo definì «il più grande regista del Novecento»), un eterno ragazzo che ha immaginato e poi costruito, spazzando via i capocomici per dare spazio alla figura del regista, con una visione europeista ante-litteram del teatro. E agli attacchi subiti in diversi momenti della sua vita ha sempre tenacemente resistito, dalle accuse di blasfemia dei cattolici alle contestazioni del ‘68, fino agli insulti della destra che lo costrinsero negli ultimi anni a «dimettersi da italiano».

 

«A me la politica non fa paura. Io credo alla politica come all’uomo, animale politico. Credo alla dialettica della storia che “si fa politica”. Detesto la politica che diventa sottogoverno», scriveva nel 1971 (da “Nessuno è incolpevole”, a cura di Stella Casiraghi, Melampo, 2007).

IDEE_STREHLER_DESANCTIS_32_GS071_©Ciminaghi-PiccoloTeatroMilano

Chissà cosa direbbe oggi osservando il nostro Paese, i suoi politici, l’arrivo della pandemia, il suo amato e disastrato teatro. Certe sue frasi sono ancora così attuali. Basta leggere il ricordo inedito di Sandro Pertini, in cui si interroga sulla «sincerità della politica». O scorrere tra le righe di articoli, appunti, riflessioni che stanno per confluire nel volume “Lettere agli italiani” (a cura di Giovanni Soresi, con introduzione di Ferruccio de Bortoli), il primo di una collana editoriale progettata dal Teatro Piccolo di Milano–Teatro d’Europa in collaborazione con la casa editrice Il Saggiatore. Il suo ricordo di «zio Sandro» (come lo chiamava spesso) confluirà proprio in quel volume, che raccoglierà una ventina di contributi politici apparsi su alcuni dei principali quotidiani italiani fra il 1984 e il 1992.

 

Il volume uscirà in autunno, ma la raccolta degli scritti politici fu ideata dallo stesso Strehler. Venne anche messa a punto a dicembre 1992, ma non fu mai pubblicata. Fra quelle pagine ci sono le riflessioni sul futuro della Sinistra italiana e sui suoi principali partiti, il Pci e il Psi, dei quali intuisce la crisi e la futura frammentazione in correnti; c’è la delusione di fronte all’avanzata di una classe politica priva di ideali e assetata solo di denaro e di potere; e poi ci sono l’impegno instancabile per la stesura di una legge sul teatro, la preoccupazione per il nuovo assetto geopolitico dopo il crollo del Muro di Berlino e la perestrojka di Gorbaciov, l’amore per Milano e il sogno di un’Europa unita.

 

«Oltre agli scritti strehleriani, la nuova collana editoriale pubblicherà drammaturgie inedite italiane e internazionali legate alle produzioni del Piccolo Teatro, antologie di nuovi testi teatrali provenienti da varie parti d’Italia o di taglio monografico per autori/autrici internazionali, studi e ricerche di natura storico-critica», ci anticipa Claudio Longhi, neodirettore del Piccolo, pronto a rendere omaggio al suo fondatore nel centenario della nascita con tantissime iniziative: un nuovo sito internet a lui dedicato (giorgiostrehler.it), una mostra (“Strehler e i palcoscenici milanesi”), un grande festival di teatro internazionale in primavera, una serata speciale il primo ottobre intitolata “Il mio mestiere è raccontare” e tanti altri eventi. Sarà una festa lunga un anno, Strehler100, a partire dal 14 agosto, giorno del suo compleanno.

 

Giorgio Strehler era nato a Barcola, periferia marina di Trieste, da madre slovena e padre austriaco. Ma è a Milano che si è formato e lì ha vissuto per quasi tutta la vita. D’altra parte, amava quella città. L’unica cosa di cui sentiva la mancanza era il mare. Si era diplomato presso l’Accademia dei Filodrammatici. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale si rifugiò in Svizzera e quando tornò in Italia fondò, con Paolo Grassi, il Piccolo Teatro di Milano, primo teatro stabile pubblico in Italia, un teatro d’arte popolare, con una platea piena di giovani provenienti da officine, scuole, uffici.

 

Morì la notte di Natale, come Charlie Chaplin. Era il 1997. La sera prima, nella villa a due piani che guardava verso il lago di Lugano, aveva decorato con palline e nastri d’argento un albero nel suo giardino e poi aveva trascorso la serata con degli amici. Pochi mesi prima, su un bigliettino aveva scritto: «Niente rumore, se muoio». Il rumore, in realtà, è stato inevitabile. Ma nessun discorso il giorno del suo funerale, solo la musica del suo amatissimo Mozart.
Nel mezzo, tra la nascita e la morte, il Teatro.

 

Sono oltre duecento gli spettacoli che portano la sua firma e che raccontano cos’era per lui il teatro: utopia, arte, divertimento. Dall’ “Albergo dei poveri” di Gor’kij, scelto come spettacolo di apertura del Piccolo nel 1947, a “Così fan tutte”, che sarebbe stata la sua prima regia nella nuova sede di largo Greppi (morì un paio di settimane prima dell’inaugurazione), passando per “Il Servitore dei due padroni” di Goldoni (storico allestimento ripreso tante volte in tutto il mondo e interpretato prima da Marcello Moretti, poi da Ferruccio Soleri), “Il giardino dei ciliegi” di Cechov, “I giganti della Montagna” di Pirandello, “La tempesta” di Shakespeare, “Vita di Galileo” di Bertolt Brecht, con un corteo di carnevale che diventa parodia della processione, e poi Mozart e Verdi.

 

Per ripercorrere visivamente i suoi spettacoli, vale la pena sfogliare le pagine di un bellissimo volume pubblicato qualche anno fa e dedicato al suo storico scenografo: “Ezio Frigerio. Cinquant’anni di teatro con Giorgio Strehler” (Skira). «A parecchi registi le scene che inventavo andavano subito bene», ricorda Frigerio. «A Strehler invece non andava mai bene niente e così nascevano infinite discussioni, a volte divertenti, a volte no, perché erano la conseguenza dell’incontro diverso che avevamo avuto con quella certa epoca e con il suo mondo».

 

Tutti i dettagli della vita privata e lavorativa di Strehler, completa di aneddoti gustosissimi, sono contenuti, invece, nella biografia pubblicata di recente da La Nave di Teseo, “Giorgio Strehler. Il ragazzo di Trieste. Vita, e morte e miracoli” di Cristina Battocletti, un volume prezioso in cui annegare piacevolmente fra storie, personaggi e genesi di tanti spettacoli e che chi ama il teatro adorerà.

 

Il più grande merito di Giorgio Strehler? «Sicuramente aver portato il teatro di regia in Italia, che nel nostro Paese è arrivato tardi rispetto al resto d’Europa», ricorda Longhi. «Il suo modo di intendere il teatro ha cambiato tutte le regole del gioco. E oggi più che mai è necessario riflettere su quel modello di Teatro pubblico da lui ideato con Paolo Grassi: il teatro non come pratica fine a se stessa ma come necessità. E sul terreno estetico ricordiamoci che ha introdotto nuove drammaturgie: da una parte, dopo il regime, ha portato in scena i testi di Bertolt Brecht, dall’altra ha reinventato il grande repertorio classico, da Goldoni a Pirandello».

 

E ogni volta che debuttavano i suoi spettacoli era un evento. «Il mio unico incontro con Strehler fu nei primi anni Novanta, ero all’inizio della mia carriera. Lo incontrai a Roma, dove lavoravo come assistente alla regia di Luca Ronconi. Ricordo solo l’aura di autorevolezza che lo circondava. Era il Maestro, avevo la sensazione di avere di fronte qualcuno che stava cambiando qualcosa».

 

Il Maestro, già. Una specie di re che viveva nel suo tempio. Guai a tradirlo, come fece una volta Ottavia Piccolo, che ancora minorenne preferì lavorare con Visconti anziché aspettare una risposta da Strehler. Ma l’ex partigiano scrisse alla madre, dicendole che sua figlia non avrebbe più lavorato in alcun teatro italiano. Naturalmente poi le cose andarono diversamente, Strehler aveva il suo bel carattere. Ma era pur sempre il “mago dei maghi”, artefice ogni volta di nuovi prodigi. Il più grande, forse, è l’averci insegnato a guardare meglio il mondo e a immaginarcelo migliore. Tra i 300 telegrammi ricevuti alla sua morte, ce n’era uno di Raf Vallone che parafrasava García Lorca: «Tarderà molto a nascere, se nasce, un genio così puro, così ricco di eleganza».

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