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Anna Frank e il diario segreto, un cartoon per tenere viva la memoria della Shoah

Disegni animati. Un’amica immaginaria. E i viaggi nel tempo. Così un film coraggioso, firmato da Ari Folman, racconta ai bambini la tragedia partendo dal taccuino più celebre del Novecento. E dalle vittime delle guerre di oggi

Il titolo originale parla già chiaro: “Where is Anna Frank”. Proprio così, senza punto interrogativo, perché più che una domanda è un‘invocazione, un grido, una denuncia. Dov’è finita Anna Frank, ovvero chi sono le Anna Frank dei nostri giorni, e soprattutto c’è ancora qualcuno in grado di ascoltarle?

 

Il titolo con cui questo cartoon destinato ai giovanissimi arriverà nelle sale italiane il 20 gennaio, distribuito da Lucky Red, è invece più discutibile: “Anna Frank e il diario segreto” promette chissà quali rivelazioni (la graphic novel edita da Einaudi, 160 pagine, 15 euro, in arrivo una decina di giorni prima, recita più onestamente “Dov’è Anne Frank”). Mentre Ari Folman e la disegnatrice Lena Guberman hanno portato a termine un’impresa molto più complessa e rischiosa. Hanno ampliato e riscritto per immagini il Diario più famoso del Novecento affidandosi a una nuova protagonista: Kitty, l’amica immaginaria a cui Anna si rivolge nelle sue pagine dal giugno del 1942 all’agosto del 1944. Kitty, l’interlocutrice e alter ego a cui l’ebrea tedesca riparata in Olanda con la sua famiglia e destinata a morire a 15 anni nel lager di Bergen-Belsen, confida ogni suo pensiero, anche i più scomodi.

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Una coetanea dai capelli rossi che nel film di Ari Folman prende magicamente vita dalle pagine del Diario originale, esposto ai visitatori nella Casa di Anna Frank ad Amsterdam, per accompagnare lo spettatore in un viaggio a cavallo tra due epoche. Il passato e il presente, l’Olanda occupata dai nazisti e l’Europa dei migranti e dell’indifferenza. Anche se il regista di “Valzer con Bashir”, 2008, capolavoro animato che ricostruiva le sue memorie di militare israeliano in Libano nel 1982, non azzarda certo improbabili paragoni. «Iniziata a fine 2013, in un primo momento la sceneggiatura guardava a ragazzine in zone di guerra che hanno vissuto esperienze simili a quelle di Anna Frank», spiega il 59enne regista. Anche se «quando l’afflusso di immigrati da paesi in conflitto ha raggiunto il suo picco, nel 2018-19, ho modificato la seconda parte dello script focalizzandolo sui bambini che fuggono dai loro paesi per cercare salvezza in Europa».

 

Quella contemporanea del resto è appena una cornice, destinata a rilanciare il messaggio chiave del Diario con una scena memorabile quanto fantasiosa che vede protagonista addirittura uno Zeppelin. Come Anna spiega a Kitty, «da che mondo è mondo la gente ha sempre trovato minoranze sui cui scaricare la colpa di qualsiasi problema, dagli armeni ai Rom, dai nativi americani ai namibiani». La Shoah resta nondimeno un’esperienza incomparabile. E la vera sfida del film e della graphic novel consisteva proprio nel trovare il modo per riempire l’inevitabile vuoto che va dalla brusca interruzione del Diario, nell’agosto del 1944, alla deportazione e poi alla morte di Anna Frank, febbraio 1945. Anche se proprio qui iniziavano i problemi.

 

Come accostare un bambino o un adolescente di oggi all’irrappresentabile orrore della soluzione finale? È per trovare una risposta che Ari Folman ha deciso di accettare la proposta della Fondazione Anna Frank di Basilea. Dedicare al Diario un film d’animazione significava infatti scavalcare le sue pagine, tenendole al tempo stesso sempre ben presenti, per portarvi dentro il nostro punto di vista. A questo serve Kitty, che venendo al mondo oggi ignora il destino di Anna Frank. Dunque approfitta del suo statuto ambiguo, fantasma invisibile finché si trova dentro alla casa-museo, ma creatura in carne e ossa quando ne esce, per andare sulle sue tracce. In compagnia di un ragazzino che guardacaso si chiama Peter, come il coetaneo di cui Anna si innamora durante la lunga coabitazione forzata nel rifugio segreto di Prinsengracht. Anche se non è sensibile e pieno di paure come il suo omonimo di 75 anni prima, ma intrepido e capace di borseggiare i torpidi visitatori del Museo Anna Frank per aiutare col maltolto i migranti.

 

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Naturalmente, malgrado i disegni vivacissimi di Lena Guberman e la sapienza con cui fonde codici visivi disparati, l’architettura narrativa è così complessa che lo spettatore (almeno quello adulto, può darsi che per i ragazzi sia tutto chiarissimo) qua e là si disorienta. Il racconto corre continuamente avanti e indietro nel tempo, sia pure con estremo rigore (dietro ogni dettaglio ci sono anni di ricerche negli archivi). Ogni tanto poi Kitty, quando si allontana troppo dal Diario che ha rubato dal Museo, si smaterializza in vortici d’aria, un po‘ come la sirenetta di Andersen. Insomma bisogna accettare le regole di un gioco che mescola in modo non convenzionale realtà storica e fantasia. Ma basta scorrere il Diario per ritrovare sullo schermo, fedelmente ricreati, personaggi e sentimenti originali.

 

Vale la pena ricordare che lo stesso Folman, figlio di ebrei polacchi sopravvissuti alla Shoah, durante le ricerche ha scoperto che i suoi genitori erano finiti ad Auschwitz nella stessa settimana della famiglia Frank. A quanto racconta poi è stata la madre ultra novantenne a sciogliere le sue resistenze iniziali al progetto con una frase che è puro Woody Allen: «Se porterai sullo schermo il Diario di Anna Frank resterò in vita abbastanza a lungo per vederlo. Altrimenti puoi anche chiamare le pompe funebri».

Battute a parte, la “jewish mama” è stata fondamentale anche come testimone di un’epoca che presto nessuno ricorderà più in prima persona. Grazie ai suoi ricordi Folman ha trovato la chiave per rappresentare i nazisti, eterno problema di qualsiasi film sull’epoca. Troppa umanità e lo sguardo si fa complice. Troppa ferocia e si cade nella caricatura. Così le SS sullo schermo sono un incrocio fra i cavalieri teutonici dell’ “Aleksandr Nevskij” di Eisenstein e un esercito di robot impassibili e giganteschi. Il tratto caricaturale è riservato ai poliziotti e ai turisti che affollano la Casa di Anna Frank o il teatro in cui si rappresenta disinvoltamente il Diario, ormai ridotto a genere di consumo.

 

Nelle stoccate contro la banalizzazione del mito, o nelle proteste contro i maquillage subiti dal Diario (Kitty si infuria quando scopre che molte edizioni del libro omettono le parti irriguardose verso la madre), vibra il tratto forse più personale dell’operazione. Già nel “Diario” versione graphic novel, uscito anni fa sempre per Einaudi con le illustrazioni di Abraham Polonsky (il coautore di “Valzer con Bashir”), Folman aveva in certo modo rivalutato la figura materna, su cui Anna ha parole molto dure. Un gesto di riparazione basato anche sulle testimonianze di chi le vide insieme nei lager. Un ruolo chiave spetta anche alla sorella maggiore Margot, che in una scena molto toccante confessa a Anne la sua ammirazione venata d’invidia per il coraggio, l’immaginazione e l’indipendenza di giudizio che dimostra. Ma è il viaggio finale di Kitty sui luoghi della deportazione, in compagnia del fido Peter, a dare il senso di una riscrittura che vuole anzitutto traghettare il Diario in un mondo sempre più avido di immagini. Alle 70 lingue in cui è tradotto il “Diario” si aggiunge quella dei cartoon. La cinefila Anne, che in camera tiene appese foto di Garbo, Gable, Dietrich e altri divi dell’epoca, sarebbe stata probabilmente la prima a esserne felice.

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