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Cultura
ottobre, 2022

La violenza del Pakistan verso le donne trans? È colpa degli inglesi

Il rifiuto del lesbismo invece è caratteristico dell’islam. Torna “Allah loves equality”, documentario sull’omofobia nel Paese asiatico che ha molto da dire anche sull’Italia. Dalla newsletter de L’Espresso sulla galassia culturale arabo-islamica

La gioia di portare il velo: è la prima cosa che colpisce lo spettatore italiano che guarda “Allah loves equality” in questi giorni di rivolta delle donne iraniane contro un regime che impone di nascondere i capelli. Nel documentario di Wajahat Abbas Kazmi, regista e attivista che vive da anni tra Italia e Pakistan, quel segno di femminilità indica invece, da parte di donne trans, una dichiarazione pubblica di voler cambiare sesso. Una dichiarazione particolarmente coraggiosa, in un Paese in cui l’omosessualità è vietata per legge.

 

Il film – visibile a questo link – sarà proiettato alla presenza dell’autore il 31 ottobre al Teatro San Prospero di Reggio Emilia per il Reggio Film Festival. In programma, dal 26 ottobre al primo novembre, una serie di proiezioni, incontri e workshop intorno al tema delle “Identità”: un focus particolare è sull’identità di genere e sul “gender washing” (con l’attivista Porpora Marcasciano e l’atleta paralimpica transgender Valentina Petrillo) ma si parlerà anche dell’appartenenza a una patria o un’altra (con Francesco Remotti), ci sarà un excursus su arte e fotografia (con Michele Pascarella) e un omaggio al Nazra Film Festival, che raccoglie i corti palestinesi.

 

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È l’occasione giusta per rilanciare il documentario di Kasmi (visibile su youtube), che riesce a raccontare da un punto di vista esotico ma non orientalista un problema comune, aiutando lo spettatore a vedere anche la situazione italiana sotto una luce diversa. E gettando nuova luce su recenti fatti di cronaca ma anche sul dibattito sulla decolonizzazione: come si vede in questa intervista.

 

Il suo documentario è del 2019 e da allora ha girato molti festival. Perché è ancora attuale? E che esperienza ha avuto in questi anni portandolo in giro per l’Italia?
«La prima cosa che mi colpisce è la curiosità continua intorno a questo documentario. È nato per sensibilizzare sulla situazione delle persone Lgbt nei paesi islamici, ma soprattutto in Pakistan. Io non avrei mai immaginato che sarebbe stato così apprezzato in Italia: siamo nel 2022 e ancora continua a girare per Festival, ma mi invitano anche nelle scuole, nelle università. Il fatto è che quando parliamo della situazione delle persone omosessuali nei paesi islamici viene subito in mente l'Arabia Saudita, dove ti tagliano gola, oppure la Siria, dove due gay furono gettati dal tetto di un palazzo nella zona occupata dall’Isis. Il mio documentario mostra una visione sorprendentemente diversa, perché i paesi islamici non sono tutti uguali. L'omosessualità è sempre stata parte della cultura del mio Paese, della nostra religione. E quindi, malgrado la legge proibisca tutto questo, esiste una zona franca, una normalità nella vita di gay e trans, e questo ha stupito moltissimo gli spettatori italiani, che continuano a vedere il documentario e ad apprezzarlo».

 

È un film che invita al confronto con la situazione della comunità Lgbt in Italia, ma anche con l’immagine che abbiamo dell’islam.
«Di solito l’islam interessa poco, se ne parla solo per criticarlo per l’imposizione del velo o altre cose simili. E invece in questo caso, visti i problemi che hanno in Italia le persone trans, sorprende scoprire che nella storia del Pakistan sono sempre state rispettate, fino ad avere un ruolo importante. È questo che colpisce il pubblico e lo spinge ad apprezzare il documentario».

 

Nel tuo film molte donne trans portano il velo anche dentro casa, dove normalmente non è previsto. Ma all’aperto è obbligatorio usarlo, in Pakistan?
«No, non è come in Iran, non c’è una polizia politica che obbliga a portarlo. Per quanto riguarda le donne etero, nelle grandi città lo usano poco, soprattutto le ragazze; nelle zone rurali molto di più. E al confine con l’Afghanistan capita di vedere anche donne con il burqa: ma sono usi delle comunità locali, non è un’imposizione per legge. Certo stiamo parlando di una società fortemente patriarcale quindi il velo diventa comunque un’arma di controllo. Per le donne trans invece vedo che lo mettono soprattutto in occasione di eventi religiosi, cioè se entrano in una moschea o se partecipano a una lettura delle sure del Corano in una casa privata.  

 

Un altro tema di cui si parla è quello dei matrimoni combinati. Un argomento che colpisce in Italia, dove dopo oltre un anno ancora non si sa esattamente che fine abbia fatto Saman Abbas, la ragazza di origine pakistana uccisa dai familiari proprio vicino a Reggio Emilia per essersi rifiutata di sposare l’uomo scelto dai genitori. Nel suo film si vede che è un obbligo anche per i ragazzi, e che per un giovane gay può essere davvero un dramma
«Per ogni ragazzo omosessuale può essere molto difficile fare coming out davanti ai propri genitori, in Pakistan come in Italia. Lo vedo quando parlo con gli studenti nelle scuole. È ovvio che la loro situazione è diversa perché, che siano maschi o femmine, nessuno li obbliga a sposarsi, ma quello che conta è il rapporto che si ha con i propri genitori: se c’è dialogo oppure no. Ed è importante quando inizi a parlarne: riesci a farlo quando sei adolescente o aspetti proprio il giorno prima del matrimonio che hanno organizzato per te? Parlare della propria omosessualità a genitori pakistani è difficile, ma non è che farlo con genitori cristiani sia facile. Però certo in Pakistan se non riesci a risolvere il problema prima, se aspetti il momento del matrimonio ti metti in una situazione molto difficile: perché un conto è dire “non voglio sposare questa donna”, un conto è dire “non voglio sposare nessuna donna perché sono gay”, in un paese in cui ancora il codice vieta le relazioni omosessuali. Finisce con litigi furiosi, ragazzi che scappano da casa e che non sanno dove andare, non hanno nessun rifugio se non le pochissime organizzazioni Lgbt...».

 

Nel film un giovane gay non ha il coraggio di dire a sua madre che non ha intenzione di sposarsi, e il suo fidanzato ne soffre moltissimo. Ho letto che nel tuo caso è stato il momento del matrimonio combinato a spingerti a parlare apertamente con i tuoi genitori. Com’è andata?
«I miei genitori hanno avuto una grande pazienza, e hanno avuto il coraggio di ascoltare quello che diceva il loro figlio. È stato molto diverso da quello che succede nella maggioranza dei casi: vorrei che per tutti potesse essere così ma è un cambiamento che richiederà molto tempo».

 

In una lunga scena, l’attivista Qasim Iqbal spiega che l’omofobia in Pakistan è figlia del colonialismo: la società era abbastanza aperta verso quelli che venivano chiamati “hijra”, ma gli inglesi hanno portato valori cristiani tradizionali, addirittura la sessuofobia vittoriana, e questo incrocio ha incendiato la religione locale provocando un estremismo a volte violentissimo, che prima era sconosciuto. Un’altra colpa del colonialismo, un altro punto su cui lavorare nel dibattito mondiale sulla decolonizzazione...
«È proprio così: il colonialismo ha spinto moltissimo a diffondere l’omofobia nei paesi asiatici. Nei primi dieci minuti del film si vede la situazione tradizionale delle persone Lgbt: erano considerati artisti, erano le persone più colte. Quando i miei nonni o bisnonni parlano delle persone transgender, i loro ricordi sono positivi. Oggi invece c’è ancora un articolo del codice penale voluto dagli inglesi che dice che se sei omosessuale ti possono arrestare. Normalmente questa legge non viene applicata ma è un’arma a disposizione in caso di vendette o se hai un debito che non vuoi pagare: puoi sempre accusare un gay di essere gay, così come puoi sempre far arrestare un cristiano usando la legge contro la blasfemia».

 

L’ultima cosa che colpisce nel suo film è che anche in questo caso la condizione delle donne è peggiore: l’esistenza delle lesbiche viene negata del tutto perché, spiega ancora Iqbal, ammettere che esistono significherebbe accettare che le donne sono interessate al sesso, cosa impossibile in una società che le considera solo oggetti, arrivando alla mutilazione genitale come in alcuni paesi africani. 
«Purtroppo già essere una donna è difficile, in una società maschilista e patriarcale come il Pakistan: ancora più difficile è dichiararsi lesbica. Da noi una donna non può vivere da sola, deve per forza sposarsi e andare a vivere con un uomo. E allora una lesbica come fa a vivere in quella società? Queste povere donne non sanno a chi appoggiarsi, non hanno nemmeno associazioni dedicate a loro. E come dice Iqbal, se chiedono aiuto a loro, non possono fare altro che aiutarle a lasciare il Paese: vivere in Pakistan per una lesbica è davvero troppo pericoloso. Io non sono riuscito a intervistarne neanche una per il documentario. Anzi, una aveva parlato ma poi mi ha pregato di non usare le sue parole. Compare nella scena della festa di compleanno di Iqbal, ma il suo volto è pixelato perché non voleva essere riconosciuta. Sotto ogni aspetto, purtroppo, il Pakistan è un Paese per donne forti: donne come Malala Yousafzai, combattenti che non hanno paura di rischiare la vita».

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