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Cultura
novembre, 2022

Istruzioni per decolonizzare la poco eroica guerra di Libia

Pugnali, barelle, fotografie. Per ricordare massacri e deportazioni. Bologna dedica una mostra al breve e inglorioso conflitto contro i turchi. Che fu la prova generale dell’imperialismo contro l’”Africa italiana”. Dalla newsletter de L’Espresso sulla galassia culturale arabo-islamica

Un paio di sandali da bambino e un falcetto da contadino usato come arma micidiale contro i militari italiani. Una barella macchiata di sangue e pugnali branditi dai seguaci del Mahdi contro le truppe inglesi. Le guerre di oltre un secolo fa tornano d’attualità nelle vetrine del Museo civico del Risorgimento a Bologna. La mostra, “Libia 1911-1912. Colonialismo e collezionismo” si propone di raccontare il rapporto tra guerra, ricordi personali, oggetti d’epoca e immagini della propaganda. E lo fa offrendo al visitatore dell’esposizione, che chiuderà il 10 dicembre, anche tavole rotonde, conferenze, pagine dedicate sul sito “Storia e memoria di Bologna”, e nel fine settimana visite guidate in compagnia del curatore, Luca Villa, storico specializzato nello studio del collezionismo di provenienza extraeuropea. Lo abbiamo intervistato per analizzare insieme le varie sfaccettature di un’esposizione che apre una nuova finestra su un dibattito mondiale di cui L’Espresso e la newsletter Arabopolis si sono già occupati, la decolonizzazione dell’immaginario e delle raccolte museali.

 

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Com’è nata questa mostra?
«È nata intorno a un tentativo di valorizzare la collezione di Carlo Mazzetti, un bolognese interessante quanto misterioso che ha abitato in Egitto per circa cinquant’anni nell'Ottocento e ha donato le sue collezioni alla città natale. Cercando oggetti che potessero avere una certa attinenza con i materiali donati da Mazzetti mi sono imbattuto nella collezione della Croce Rossa. Sono materiali peculiari perché avrebbero dovuto rappresentare il nucleo più importante per la fondazione di un museo coloniale a Bologna, che poi non è mai stato aperto. Ma curiosamente questo museo avrebbe dovuto avere sede proprio nel palazzo che oggi ospita la mostra: casa Carducci, dove al piano terra c’è il Museo del Risorgimento».

Il focus della mostra è una guerra dimenticata, quella tra Italia e Turchia nel 1911 e 1912. Un anno e mezzo, durante i quali si incontra tutta una serie di atteggiamenti coloniali che torneranno poi in tutta l'avventura coloniale italiana e non solo in quella italiana. Ma raccontare questa guerra attraverso le collezioni della Croce Rossa significa darne un’immagine ben diversa da quella eroica diffusa dal governo dell’epoca…
«Questa è stata la prima idea che mi ha guidato nel curare la mostra, e il direttore del museo, Otello Sangiorgi, è stato subito d’accordo. I pannelli esplicativi lo spiegano chiaramente. L'idea, appunto, è quella di raccontare una guerra in cui i soldati erano stati inviati in Libia con la convinzione di essere i liberatori dei libici: la guerra sarebbe durata pochissimo, sarebbe stata facile e i libici sarebbero stati dalla parte degli italiani. Nelle lettere dei soldati raccolte da Salvatore Bono (“Morire per questi deserti. Lettere di soldati italiani dal fronte libico 1911-1912”, edizioni Abramo n.d.r.) si vede chiaramente che l’entusiasmo dei primi giorni sparisce man mano che ci si rende conto che i libici non solo non aiutano gli italiani ma anzi sono in prima linea nel combattere contro di loro. In una vetrina, una barella sporca del sangue di un soldato è esposta accanto agli shrapnel, ai proiettili degli obici».

E ci sono anche reperti archeologici. Nel catalogo delle edizioni Pàtron si spiega bene come l’archeologia sia stata un grimaldello del colonialismo italiano, anche perché si sottolineavano le radici romane per giustificare la conquista come un ritorno di un impero che aveva solo subito una eclissi. Da dove vengono quei reperti?
«È una vetrina che accosta reperti archeologici prelevati a Rodi e una bandiera sequestrata nel Mar Rosso per raccontare la complessità di quella guerra. Che vede l'Italia impegnata su più fronti, nel Mare Mediterraneo, nell’Egeo, nel Mar Rosso: si cercava di distrarre la Turchia dalla Libia attaccando su più fronti. Anche per questo gli storici la considerano una sorta di prova generale della prima guerra mondiale. In realtà è una guerra che toglie agli italiani la prospettiva di arrivare in Africa da conquistatori, perché si concluse con un trattato di pace che garantì solo la parte costiera della Libia, lasciando alla Turchia la giurisdizione completa sul resto del Paese e lasciando comunque loro la giurisdizione religiosa. Fu un compromesso che naturalmente fu venduto all'opinione pubblica italiana come un grande successo, anche perché nel frattempo c’era stata la sconfitta di Dogali: la penetrazione italiana in Eritrea era costellata di disastri, quindi ci si rivendeva il successo in Libia».

La guerra in Libia portò anche alla deportazione di cittadini nelle isole minori italiane, fino a Ponza: anche questo è un episodio dimenticato.
«In mostra ci sono due filmati importanti della Cineteca. In uno olandese si vede Tripoli come era prima della guerra. Un altro realizzato da una troupe italiana mostra manovre militari e si conclude con l’immagini di alcuni deportati. Nel catalogo c’è un saggio di Cristiana Fiamingo sulle deportazioni. Ed è curioso che alcune delle isole in cui vennero deportati i libici per stroncare la loro resistenza sono le stesse in cui oggi approdano migranti che arrivano proprio dalla Libia. Penso che sia uno spunto per riflettere su quelle che sono le lontane conseguenze del colonialismo».

In una bella graphic novel, “Antonio”, in cui Michèle Standjofski ricostruisce l’avventurosa vita del nonno italiano, si parla della guerra italo turca come quella in cui l’Italia ha stabilito un triste primato: è stato il primo Paese a fare bombardamenti aerei .
«Quello però è successo in Eritrea. In Libia abbiamo bombardato dal mare, con gli obici, che fecero danni grossissimi. In Libia c’erano squadroni di aerei ma si limitavano a rilevamenti dall’alto».

Dell’altra fonte della mostra, la collezione Mazzetti, mi ha colpito molto che abbia fatto delle donazioni. I collezionisti europei erano soliti vendere gli oggetti che avevano trovato in Africa. Negli stessi anni, a Bologna, Giuseppe Ferlini, il famigerato avventuriero che distrusse le piramidi di Meroe, in Sudan, per recuperare più rapidamente i tesori che potevano esserci nascosti, cercava con successo di rivendere tutto quello che aveva riportato ai musei di Bologna e di Berlino…
«Carlo Mazzetti è una figura che rimane un po’ avvolta nel mistero. L’Egitto non era una colonia italiana ma era abitata da moltissimi italiani, a un certo punto l’italiano divenne una sorta di lingua franca, il servizio postale fu messo in messo in piedi da un italiano, anch'egli bolognese, fra l'altro: quindi su quell’epoca ci sono molti articoli, molte fonti. Mazzetti però non compare quasi mai, viene nominato solo in una riga qua e là: come quando si dice che è stato lui ad accompagnare il grande egittologo Ernesto Schiaparelli per la prima volta alla necropoli di Bubasti. Mazzetti conosceva bene la necropoli, provengono da lì diversi oggetti che ha regalato alla città e anche alcuni teschi che, come usava all’epoca, spedì al professor Luigi Calori, che insegnava anatomia all'Università di Bologna. Quei crani sono ancora esposti lungo i corridoi dell'Università. Il motivo per cui si può immaginare, con una buona approssimazione, che Mazzetti fece queste donazioni è legato all'idea di aiutare la sua città d’origine ad elevarsi culturalmente. E c’era forse anche la volontà di farsi ricordare, visto che lui non è tornato a casa per cinquant'anni».

Quante donazioni fece?
«Mazzetti donò la prima raccolta nel 1864, qualche anno prima della fondazione del museo civico, che è del 1871. Nelle lettere che accompagnano le sue donazioni, che furono almeno quattro, si nota un fervore diciamo patriottico. Una lettera particolare è quella che in accompagna oggetti recuperati durante il conflitto anglo-mahdista, che vide le truppe inglese vincere a fatica contro l’esercito di egiziani riunito dal Mahdi. Mazzetti riporta un articolo di un giornale locale egiziano che lui traduce dall’inglese aggiungendo un commento personale su questi africani che sono riusciti a resistere e per lungo tempo a soverchiare gli inglesi che avevano armi moderne e un esercito ben organizzato. "E hanno resistito con le lance, con i pugnali, con le spade che vi sto mandando”, scrive, mostrando quindi grande ammirazione per gli egiziani. Mazzetti mandò anche dei reperti archeologici che venivano dalla Libia, da Leptis Magna, ma sono andati smarriti nei depositi del museo Civico: dalle descrizioni è impossibile capire a quali reperti fa riferimento».

Che pubblico avete visto finora alla mostra? Studenti, nostalgici, semplici curiosi?
«Finora nelle visite ho incontrato alcuni italiani di Libia, cioè persone che al massimo in Africa ci sono nate, ma che la conoscono dai racconti di famiglia e dai ricordi dei genitori. I visitatori più giovani sono studenti che hanno corsi su quel periodo storico, e poi persone di età media con interessi culturali più ampi. Comunque la risposta del pubblico è superiore alle attese. Del resto è una mostra che dà occasione di ripensare a temi di un dibattito importante in corso in tutto il mondo – come decolonizzare i musei, l’immaginario, il racconto storico. Ma anche di fare i conti con memorie personali e famigliari, magari anche ingombranti. Per esempio, alla fine di una visita si è presentato un signore che con aria molto decisa mi ha detto che voleva donare al museo una medaglia commemorativa di quella guerra, con tanto di diploma che ne certificava l’autenticità. Noi abbiamo risposto che eravamo felici del dono ma che andava fatto in un certo modo, registrato dalla biblioteca. Ma lui ha risposto bruscamente: “Non avete capito: se non la prendete voi io la butto”. E allora ovviamente l'abbiamo presa».

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