Grecia, Finlandia, Napoli, lo Spazio. E adesso la Nigeria. La collana The Passenger delle edizioni Iperborea si è guadagnata un posto in tanti scaffali delle librerie italiane. L’ultimo volume di questa serie di focus, che stanno a metà tra la guida colta e il reportage più aggiornato, esce in questi giorni ed è dedicata a uno degli Stati più popolosi, potenzialmente ricchi e profondamente tormentati del mondo: la Nigeria, che «sta all’Africa come gli Stati Uniti stanno alle Americhe», scrive Chimananda Ngozi Adichie, collaboratrice del volume insieme a A. Igoni Barrett, Noo Saro-Wiwa e altri (le foto sono di Etinosa Yvonne, le illustrazioni di Edoardo Massa). Ne abbiamo parlato con il curatore della collana, Tomaso Biancardi.
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Che immagine della Nigeria viene fuori da questo volume? È un Paese pieno di contrasti e di potenzialità, di cui sui giornali italiani si parla o per la cronaca nera o per gli scrittori e i musicisti, come se non ci fosse niente in mezzo…
«L’immagine più potente, anche se è un po’ un cliché, è quella del “paese del futuro”. E questo prima di tutto per motivi demografici, visto che è il Paese più grande e uno dei più popolosi dell’Africa, ma anche culturalmente: il suo “Soft power”, fatto di esportazioni culturali dalla letteratura al cinema alla musica, lo rende la capitale culturale dell’Africa occidentale, se non dell’intero continente. Diciamo che nel volume io vedo due immagini della Nigeria: una appunto è questa del gigante dell'Africa o della Grande Mela d’Africa, ma la seconda è quella un paese assolutamente disastrato dove non funziona nulla, dove quasi la metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà, dove c'è corruzione, danni ambientali e violenza. I rapimenti sono una piaga, e a vederlo da fuori è assurdo che un esercito grande come quello nigeriano non riesca a tenere sotto controllo il territorio. E questa purtroppo è una cosa che viene fuori bene anche dell'infografica, le statistiche che abbiamo trovato lo mostrano chiaramente».
Una ragazza strappa manifesti elettolari ad Awka, nello stato nigeriano di Anambra
Però non è un Paese disperato quello che esce da queste pagine.
«Non era l'immagine che volevamo dare noi di The Passenger. E quindi anche d'accordo con i vari autori e con i consulenti abbiamo tentato di trovare storie e chiavi di lettura positive. Così per esempio il primo articolo racconta come, dove non esiste lo stato, ognuno si deve creare la sua comunità e il suo modo di sopravvivere. E questo prende diverse forme che vanno dai generatori per avere corrente o dalle pompe per avere acqua potabile all’istruzione privata, alla sanità privata. Ma anche il successo del cinema di Nollywood deriva da qui».
In che senso?
«Nel senso che nasce dalla mancanza di infrastrutture e di risorse. Ma se un'intera industria cinematografica riesce ad avere un tale successo spendendo solo 20.000 dollari per fare un film vuol dire che c'è un'enorme potenzialità, c’è dinamismo, c’è nel paese un’imprenditorialità che dovrebbe essere sfruttata in tutti i campi. Se solo si riuscisse a dare alla popolazione un minimo di infrastrutture e di sicurezza, la possibilità di prendere iniziative senza correre continuamente il rischio di essere rapiti o uccisi, questo paese sarebbe una grande potenza dell'Africa e del mondo. Forse quando riusciranno a liberarsi dai generali…»
Il qartiere dei negozi di computer a Lagos
Che importanza ha la religione? Un articolo è dedicato alle religioni minori: c’è un “orgoglio africano” che si oppone alle religioni importante, cristianesimo e islam?
«Da questo punto di vista tutto è particolarmente complicato. Sicuramente la religione è fondamentale per i nigeriani, nel senso che tutti si definiscono religiosi, indipendentemente da quale sia la loro religione. Però sia il cristianesimo che l’islam sono molto diversi da quelli che conosco. Io abito in Turchia e devo dire che l’islam che vedo qui è completamente diverso da quello nigeriano: forse per le influenze sufi, forse per il peso coloniale o storico o politico. C’è quel lungo articolo sul nord della Nigeria in cui si parla dei vari modi di essere musulmani in Nigeria: ma è strano che il punto di partenza di quel saggio sia il boom del mercato degli afrodisiaci…».
Una donna prepara il pranzo nel villaggio di Goska, nel nord della Nigeria
Un altro tema trattato approfonditamente è la “maledizione del petrolio”.
«È davvero una grande contraddizione: la Nigeria produce una grandissima quantità di petrolio, adesso però è in crisi perché le importazioni dalla Russia si sono interrotte. C’è una enorme ricchezza che però non viene sfruttata e non arriva alla popolazione. Estrarre il petrolio dal sottosuolo è una cosa, ma la raffinazione richiedeva ben altri investimenti che la Nigeria, soprattutto negli anni Sessanta, non poteva permettersi. Quindi ha dovuto per forza rivolgersi alle grandi compagnie internazionali, e questo ha portato corruzione, e al paradosso che ancora oggi il maggior maggior produttore di petrolio dell'Africa non produce abbastanza energia elettrica. Un altro paradosso è che ora che il prezzo del petrolio è alto, per un Paese produttore dovrebbe essere una cosa buona, e invece la Nigeria, che deve importare il petrolio lavorato, si ritrova con un bilancio negativo. Ma il problema credo sia l'esercito che dall'indipendenza a oggi ha controllato tutto, anche le risorse del petrolio e gas, arricchendo sé stesso invece che la popolazione intera. Lo racconta bene l’articolo di Noo Saro Wiwa, che su questo ha scritto un libro, e che è legata al Delta del Niger anche dalla sua storia familiare. Perché probabilmente la condanna a morte di Ken Saro Wiwa, il padre di Noo, e degli attivisti che insieme a lui lottavano per l'ambiente del Delta del Niger è stato il colpo di grazia alla dittatura: ha provocato una reazione forte da parte della comunità internazionale ed è stato un momento fondamentale per i nigeriani, per fargli capire che il governo del loro paese doveva essere diverso da quello che c'è stato per trent'anni, fin dall’indipendenza».
Parliamo della diaspora nigeriana. Anche qui ci sono molti paradossi. Uno riguarda le donne: tante nigeriane arrivano in Occidente per prostituirsi, ma ci sono anche tantissime donne tra i nigeriani che hanno successo nella cultura o nell’economia.
«Sono due flussi diversi della diaspora. Del primo ne parla la giornalista olandese che ha scoperto che metà dei nigeriani d’Europa vengono da una sola città. La diaspora degli intellettuali invece si lega di nuovo al tema della società fai da te. Dal momento che non esiste una buona istruzione pubblica, chi se lo può permettere fa studiare i figli all’estero. Anche se il 40 per cento dei nigeriani è sotto la soglia di povertà, c’è una numerosa élite ricca che spesso è anche quella meno conservatrice, più liberale. E non sorprende che le donne che provengono da questa élite, avendo l’istruzione giusta, possano diventare qualsiasi cosa, dalla direttrice Fondo monetario internazionale a una delle scrittrici più famose del momento. La Nigeria è un paese enorme, con 200 milioni di persone. Ci sarebbero migliaia di talenti da far emergere, se le condizioni lo permettessero».
Ma sono talenti che poi hanno fortuna in altri paesi…
«Però la diaspora è importante anche per migliorare la vita di chi resta. Le rimesse degli emigranti sono una parte fondamentale dell'economia nigeriana. E la sfera dei nigeriani che vivono all’estero è importante per far conoscere al mondo la cultura locale: i film e la musica nigeriana grazie a loro riescono ad arrivare a New York, a Londra e alle altre capitali delle culturali del mondo, e così poi si possono diffondere dovunque».
Come sta andando la collana The Passenger? Il fatto che sia rivolta a viaggiatori “da poltrona” e non solo a chi viaggia davvero ha aiutato le vendite malgrado la difficoltà di partire durante la pandemia?
«Noi siamo molto contenti di come sta andando sia in Italia che all'estero, visto che abbiamo un accordo con un editore angloamericano che la pubblica in inglese. Certo, all’estero il lancio è avvenuto proprio durante il lockdown e quindi è stato difficile, ma ora sta prendendo quota. In Italia invece prima della pandemia era già una collana conosciuta quindi abbiamo sofferto molto poco. Ma poi in effetti abbiamo un po’ cambiato le destinazioni. Non li abbiamo mai considerati libri di viaggio o guide, la collana è per noi una guida al mondo contemporaneo. Però sicuramente quando si poteva viaggiare tranquillamente molte copie le vendevamo a chi voleva conoscere una destinazione. Ora invece abbiamo dedicato numeri a Roma e Napoli, per capire anche le città in cui viviamo. La Nigeria è un altro stacco nel senso che nessuno la considererebbe mai un paese turistico e in effetti sì, questo volume offre la possibilità di un vero viaggio in poltrona. Diciamo che il nostro lettore quando può viaggiare è un viaggiatore, ma quando non può è comunque interessato a capire le complessità del mondo. Chiunque legge la pagina di esteri di un giornale può essere un lettore di The Passenger. Forse la cosa più interessante è che ti dà la possibilità di fare un confronto tra la realtà che vivi e quello che c’è fuori. I numeri dedicati alle città europee sono un esempio chiaro. Sono città che hanno una serie di problemi abbastanza simili, per motivi storici e politici. Però ogni città - prima Parigi e Berlino, ora stiamo preparando Barcellona - li affronta in modo diverso, e questo dà anche la possibilità di scambiare idee e soluzioni».
E in futuro, dove ci porterà The Passenger?
«Tra qualche mese a Barcellona, e per l’anno prossimo stiamo impostando Israele e Palestina. Ma il prossimo numero è dedicato all’oceano. Durante la pandemia avevamo fatto un numero sullo spazio, ora passiamo all’acqua… È un luogo fondamentale per capire cosa sta succedendo nel mondo dal punto di vista politico ed economico. Ci sono tantissime potenzialità nello spazio, che abbiamo raccontato, e volevamo fare la stessa cosa per l’oceano. Anche perché l’Unesco ha annunciato che questo è il decennio del mare, e noi usciamo a giugno nella giornata in cui inizia il decennio Unesco. Anche in questo caso parleremo di come l’oceano influenza le nostre vite, quindi parleremo molto di ambiente ma anche di politica, economia, cultura. Di quello che l’oceano ci dà da un punto vista materiale ma anche spirituale».