La cantautrice è la protagonista di “The Witches Seed”, opera rock firmata da Stewart Copeland. Storia di fattucchiere, diavolerie e persecuzione in epoca medievale, metafora delle battaglie femminili del nostro tempo. “Mi riconosco molto nella sorellanza: negli ultimi dieci anni ho riscoperto la nostra forza”

Dalle sonorità blues all’Olimpo del pop fino all’opera rock. E poi un ritorno ai classici, con la tournée estiva “Io in blues” in giro per l’Italia. Un ciclo continuo, come in un infinito gioco dell’oca. Non si può dire che Irene Grandi si accontenti di soluzioni facili: in quasi trent’anni di carriera la cantautrice ha abituato il pubblico a giravolte, cambi di rotta, molte collaborazioni importanti (Pino Daniele, Jovanotti, Vasco Rossi tra gli altri) e altre inaspettate. Come il nuovo progetto targato Stewart Copeland, batterista e compositore geniale, già fondatore dei Police insieme a Andy Summers e Sting, nomi che solo a pronunciarli sembra di accarezzare una leggenda. In “The Witches Seed” (il seme delle streghe), opera rock firmata da Copeland con alcuni brani di Chrissie Hynde dei Pretenders, Irene Grandi interpreta Isabetta, donna forte e carismatica che spaventa l’Inquisitore e guida la battaglia verso la libertà.

Lo spettacolo andrà in scena in prima mondiale il 22 e 23 luglio nel teatro di pietra di Tones Teatro Natura a Crevoladossola, in Val d’Ossola. «Quando i miei amici batteristi hanno saputo che stavo lavorando con Stewart Copeland mi hanno coperto di insulti: “Che culo, ma è un genio!”, sono morti di invidia», scherza la cantautrice in una pausa tra una prova e l’altra dello spettacolo, in cui dovrà esibirsi insieme ad altre cantanti-streghe e interagire con i ballerini in scena. È lei la protagonista della vicenda basata sugli atti processuali degli anni duri dell’Inquisizione, particolarmente feroce proprio in queste valli del Piemonte, in cui tre donne, accusate di essere streghe, devono combattere contro i pregiudizi. Una metafora che ruota intorno al tema dei diritti delle donne.

Irene Grandi, come è nata la collaborazione con Copeland?
«L’idea è di Maddalena Calderoni, direttrice artistica della Fondazione Tones on the Stones. Già da anni aveva in mente il tema delle streghe, perché proprio in Val d’Ossola nel Medioevo la persecuzione contro le donne era stata particolarmente violenta. Voleva mescolare l’opera tradizionale con elementi visivi contemporanei: ha contattato Stewart, che negli ultimi anni si è molto dedicato al teatro e alla scrittura di opere. Lui ha sposato subito l’idea e ha accettato. Come ci ha detto, per lui fare l’opera in Italia è come un sogno che si avvera. In un certo senso, anche per Stewart è un’occasione di crescita professionale. Era curioso di sentirci cantare insieme, di ascoltare la mia voce rock, un po’ grossa, insieme alle altre. Quando ci ha visto cantare insieme aveva gli occhi lucidi e ha detto: “Sembra un po’ stupido che mi commuovo ad ascoltare la musica che ho scritto io”».

Chi sono le streghe in “The Witches Seed”?
«È una storia che parla di donne, della loro voglia di combattere, anzi non di combattere, ma di rispondere alle offese. La voglia di non prendere solo la parte delle vittime, ma di difendere la propria dignità. Sono tre i personaggi: una prostituta, ormai tenutaria della casa; poi c’è la moglie del macellaio, che non si capisce quale fine abbia fatto. Lei ha una bambina adottiva un po’ misteriosa. E poi ci sono io, che sono la levatrice nonché esperta di medicina naturale. Siamo tre donne indipendenti, ciascuna con la propria storia, positive nella vita di tutti i giorni, proprio per questo non veniamo accettate dalla società. A un certo punto dell’opera avviene una trasformazione, le tre donne vengono viste attraverso gli occhi dell’Inquisitore. La musica cambia toni, colori, noi diventiamo streghe, diaboliche».

Lei interpreta la protagonista, Isabetta, donna forte e carismatica, che spaventa l’Inquisitore e guida la battaglia verso la libertà. Si sente strega anche lei?
«Madonna! Non sai quanto…  Quando mi hanno dato il bastone della sciamana, che in scena scuoto contro i demoni, mi sono sentita rinascere. Sento il personaggio molto vicino. E mi riconosco molto in questa sorellanza: negli ultimi dieci anni ho riscoperto la forza delle donne: quando diventano amiche, si supportano, stanno vicine l'una con l'altra. Si danno forza, sostegno e consolazione nei momenti difficili».

Chi sono oggi le streghe?
«Nell’opera di Copeland mi ha colpito una bambina un po’ misteriosa, Teresa, che in un certo senso rappresenta la coscienza del dolore di tutte le donne. È la nuova generazione che dà speranza per l’avvenire. Mi ha ricordato giovani donne e attiviste come Malala e Greta Thunberg, anche loro hanno un’aria misteriosa e rappresentano il futuro dell'umanità».

E l’Inquisitore oggi chi è?
«Mi è venuto subito da pensare a un Talebano. È incappucciato, scuro, potente, con una voce crudele, va diritto per la sua strada. Possiede una visione talmente forte che vede la realtà solo dal suo punto di vista. Proprio come i Talebani».

 

A proposito di Copeland, la canzone più famosa che i Police hanno dedicato a una donna è “Roxanne”, una prostituta... 
«Anche in “The Witches Seed” c’è un personaggio, una Roxanne medievale, che fa il mestiere più antico del mondo e per questo viene additata come una strega. Se le prostitute non vengono accettate oggi figuriamoci nel Medioevo, erano il capro espiatorio di tutti. A Stewart però il paragone con Roxanne non piace, perché il personaggio dell’opera è più combattivo, non accetta il ruolo di vittima. Se la attaccano lei risponde, “she fights back”, come dice lui».

Sempre in tema di sorellanza oggi “ragazzacce del pop” si chiamano Elodie, Emma, Noemi, Francesca Michielin. Cosa pensa delle artiste della nuova generazione?
«Sono tutte molto carismatiche. Alcune hanno una voce molto grintosa, come Emma o Noemi. Francesca Michielin è un po’ più delicata, la apprezzo molto anche per il suo impegno sulle battaglie dell’ecologia. Elodie è una trascinatrice, anche del suo entourage».

Ritrova in loro qualcosa di sé?
«Direi proprio di sì. Rischiano abbastanza, cambiano, si mettono alla prova in ambiti diversi, in questo mi riconosco molto. Noemi l’ho conosciuta meglio, ci siamo incrociate varie volte, mi piace molto il suo carattere solare».

Le piacerebbe collaborare con qualcuna di loro?
«Mai dire mai».  

 

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