Siamo abituati a vederla nei panni di modella e influencer, ma Bianca Balti fa anche sentire la propria voce contro il razzismo e per i diritti civili. Atterrerà a Milano da Los Angeles, dove abita da cinque anni, per partecipare come relatrice e attivista al Festival DiverCity (nello spazio Base dal 24 al 26 giugno): tre giorni di talk, workshop, performance artistiche e una mostra fotografica per riflettere sui temi legati alla diversità. Un’occasione, secondo le intenzioni del fondatore del festival Andi Nganso, medico varesino originario del Camerun, per «aprire le città alle risorse culturali generate dall’intersezione di diverse identità».
Bianca Balti, come è stata coinvolta nel progetto DiverCity?
«Sono stata chiamata dagli organizzatori, Andi Nganso e Maurizio Talanti: ci seguiamo da tempo sui social e quest’anno finalmente siamo riusciti a organizzare la mia partecipazione. Il tema della diversità mi è sempre stato caro, fin da bambina fa parte della mia sensibilità: considero normale che una persona bianca come me si preoccupi per la discriminazione razzista, così come trovo normale che un eterosessuale si preoccupi dei diritti degli omosessuali o un uomo dei diritti delle donne. Mi stupirebbe il contrario, è una questione di umanità».
Il team di DiverCity, foto di Marzio Villa
C’è un fatto che ha sollecitato il suo interesse?
«Sì. L’uccisione di George Floyd ha riacceso la mia attenzione sul tema del razzismo verso la comunità afroamericana. È veramente triste, ma devo ammettere che malgrado il mio interesse per certi temi non avevo mai approfondito l’argomento. Eravamo tutti bloccati a casa per colpa del Covid, tutti abbiamo visto, non abbiamo potuto non vedere. Allora ho iniziato a studiare il più possibile, mi sono “svegliata”: avevo vissuto nel privilegio dei bianchi di non sapere».
Quest’anno DiverCity si intitola “Rest: restare – esistere – restituire”. E un panel a cui partecipa come relatrice è dedicato all'otium, l'importanza del riposo. Cosa intende con questo termine?
«Anche in questo caso si tratta di un privilegio di cui le persone discriminate, chi deve sempre guardarsi le spalle, chi si trova in uno stato di continua allerta, non godono. Il primo giorno del Festival, non a caso, è dedicato a questo tema: è fondamentale che le persone che subiscono il razzismo trovino uno spazio sicuro dove abbassare la guardia e ricaricarsi».
Cosa intende per riposo?
«Non si parla di prendersi un giorno per andare alla Spa. Per gli uomini e le donne razzializzate riposo significa potersi prendere una pausa esistenziale dal dover dimostrare ogni giorno di “appartenere” ad uno spazio, ad un luogo, ad un sistema, ad un Paese».
Durante la pandemia in molti sono stati costretti al riposo forzato. E magari qualcuno si è preso il tempo per riflettere sulla propria vita. Non c’è il rischio che adesso, superata l’emergenza, si ricominci a correre?
«È un problema irrilevante, un “first world problem” come direbbero in America. “Durante la pandemia abbiamo rallentato i ritmi, ci siamo guardati dentro, speriamo di aver incamerato qualcosa di buono”, dicono in molti. Chi se ne importa dico io, è un problema del mondo ricco, siamo fortunati a farci domande del genere. Noi possiamo decidere, in molti non hanno questa chance. Ora la sfida più grande è non abbassare la guardia, mantenere alta l’attenzione. È molto importante che in tanti si siano avvicinati al problema del razzismo dopo l’omicidio di George Floyd, ma ogni giorno c’è un George Floyd di cui occuparci proprio qui in Italia».
Ha insegnato alle sue figlie a porre attenzione a questi temi?
«È un punto cruciale, l’unico modo per cambiare radicalmente la società è parlare ai nostri figli di omofobia, razzismo, patriarcato. Ho due figlie: Mia, sette anni, è cresciuta a Los Angeles, mentre Matilde, che ne ha appena compiuti 15, vive a Parigi. Mia va a scuola a Los Angeles, che è una bolla democratica, progressista, e anche di privilegio. Per i bambini è normale frequentare a scuola coetanei di tutte le etnie, ci sono il Black History Month e l’Asian History Month. L’altra mia figlia, invece, cresciuta tra Italia e Spagna, ha acquisito consapevolezza grazie ai social media e al lavoro che ho fatto con lei. È molto informata su questi argomenti. Se penso alla mia adolescenza a Lodi, nel mio liceo c’era una sola ragazza nera, nella Parigi del 2022 Matilde vede la diversità tutti i giorni, non accetta che questa cosa non sia normale. Ad esempio, è rimasta malissimo quando hanno vietato di portare il velo nelle scuole, non riusciva a capire perché le sue compagne musulmane non potessero indossarlo liberamente. “Perché io posso vestirmi come voglio, truccarmi, mettere un crocifisso al collo e loro no?”. L'educazione dei nostri figli è il futuro della nostra società».
Il tema della diversità e della lotta contro le discriminazioni è al centro del festival DiverCity. Negli Stati Uniti, dove lei vive, il dibattito è molto avanzato. Come vede l’Italia?
«Sono italiana, anzi mi sento “super-italiana”, ma su questi argomenti il nostro Paese è molto, molto indietro. Anzitutto, è inutile paragonare il razzismo d’Oltreoceano con quello nostrano. Negli Stati Uniti la storia è del tutto diversa, ma questo fatto non deve autorizzare gli italiani a considerarsi immuni. “Non siamo razzisti, nessun poliziotto sparerebbe a un nero disarmato”, dicono in molti in Italia per prendere le distanze. È un errore paragonare due Paesi con storie completamente diverse: in America la comunità degli afrodiscendenti è figlia della schiavitù, e molte persone ancora vive in passato hanno subito la segregazione, abolita nel 1964, l’altro ieri. In Italia, invece, la presenza degli afrodiscendenti è legata all’immigrazione. Spesso gli italiani guardano agli immigrati come “neri di serie B”, mentre considerano i neri d’America di serie A: le star del web, del pop, dello sport. E accusano le persone afrodiscendenti di aver invaso l’Italia. Il problema del razzismo purtroppo è universale, travalica i confini. Da dieci anni non abito più in Italia, ma ogni volta che torno vedo un grande cambiamento in quella che viene definita a torto “la seconda generazione” di immigrati. Le parole sono importanti, bisognerebbe chiamarli “prima generazione di italiani”. In molti nascono o crescono Italia in e vivono nella terra di nessuno, non vengono riconosciuti come italiani. Se questo non è razzismo…».
Lei è attivista e modella. Quanto il mondo della moda ha contribuito e contribuisce a normalizzare la diversità?
«Molte mie amiche, modelle nere, dicono che negli ultimi due anni lavorano tantissimo, molto più di prima. È l’effetto dell’omicidio di George Floyd, come se il mondo si fosse svegliato. Non so se le intenzioni delle case di moda siano genuine o se è solo un modo per non ricevere critiche. Poco importa quale sia il motivo: magari chi lavora in questo business si accorge dell’ipocrisia del ragionamento, ma se per strada si vedono molti più cartelloni con corpi neri o asiatici è un fatto importante. Bisogna normalizzare la diversità, anche a livello visivo, affinché le nuove generazioni non avvertano più la differenza. Quando ho cominciato a fare la modella eravamo tutte bianche, su cinquanta ragazze c’erano a malapena una nera e una asiatica. Era ed è una rappresentazione falsa della realtà».
A volte negli Stati Uniti gli eccessi del "politically correct" rischiano di produrre l'effetto contrario. Che ne pensa?
«Non sono affatto d’accordo, non esiste eccesso di politicamente corretto. Punto. Anzi, esiste il problema opposto. Se abbiamo bisogno di prendere in giro una persona discriminata, omosessuale, donna, trans, afrodiscendente o disabile, vuol dire che nella nostra società dobbiamo chiederci perché siamo così attaccati alla necessità di discriminare gli altri. Il problema non è l’eccesso di politicamente corretto, ma il razzismo e l’omofobia».