Quello che ho imparato è che i romanzi non servono a niente. Non raccontano nemmeno le cose come sono, ma come avrebbero potuto essere, o come ci piacerebbe che fossero. Per questo ci salvano la vita…
È tornato Melchor Marín, il poliziotto-bibliotecario dal passato oscuro, protagonista della trilogia di Javier Cercas, “Terra alta”, “Indipendenza” e ora “Il castello di Barbablù” (tutti editi da Guanda e tradotti da Bruno Arpaia). Thriller dove l’autore spagnolo intreccia trame seminando indizi su una precisa idea di letteratura: la stessa all’opera in romanzi fondamentali come “Soldati di Salamina”, sulla guerra civile spagnola, o “Anatomia di un istante”, sul tentato colpo di Stato del 23 febbraio 1981. E ribadendo un impegno da intellettuale totale: consapevole delle responsabilità che uno scrittore ha verso i lettori, verso il suo tempo.
Cercas, dica la verità, ha preso gusto a scrivere romanzi così pieni di colpi di scena, così diversi dai precedenti?
«Non sono così diversi. Sono solo un po’ diversi. Anzi, a me piacerebbe che fossero completamente diversi! Ho voluto reinventarmi, ribellarmi a me stesso. Ho voluto cercare in me un nuovo scrittore, per dire cose nuove. Perché il peggior pericolo è quello di ripetersi, di diventare imitatore di se stesso. Ma se uno scrittore non sa dire cose nuove è morto. Quello che è vero è che qui affronto temi di cui non avevo mai parlato prima: la giustizia, la legge, la violenza contro le donne, come in quest’ultimo romanzo».
“Il castello di Barbablù” richiama la fiaba di Perrault, una storia di femminicidi. E centrale è anche un altro romanzo patrimonio comune, “I Miserabili” di Victor Hugo. Abbiamo un’identità europea plasmata sulle stesse letture, che ci hanno aperto gli occhi su violenze, guerre, dittature. Eppure ciò non è bastato a scongiurare un’altra guerra. La scrittrice ucraina Katja Petrovskaja l’ha detto più volte: “Non è più tempo di letteratura. Ora dobbiamo solo combattere e salvare vite”. Possiamo ancora credere che la letteratura serva a qualcosa?
«La letteratura serve sempre. Ma non si può domandarle una cosa che non può fare: fermare Putin, ad esempio. Io capisco bene ciò che dice la scrittrice, che oggi è il tempo di essere soldati, e questo vale per tutti gli europei, non solo per gli ucraini invasi, ma ciò non significa che la letteratura non sia utile. C’è questa credenza in giro, che non serva a niente: un’idea messa in circolazione da gente come Flaubert, Oscar Wilde, i simbolisti di fine Ottocento. Scrittori che provocavano, sfidando il pragmatismo orribile della borghesia della loro epoca, che riteneva utile solo quello che serviva a fare soldi. La letteratura è enormemente utile».
Che cos’è, per lei, la letteratura?
«Prima di tutto è un piacere. Come il sesso. Ma è anche una forma di conoscenza. Come il sesso. Di te stesso e degli altri. Per questo quando qualcuno mi dice che non gli piace leggere, la mia prima cosa che mi viene istintiva è fargli le condoglianze: significa che è spacciato. C’è qualcosa di più utile del piacere e della conoscenza? Non serve a fermare la guerra. Ma serve a moltissime altre cose. Quello che lei mi dice mi ricorda un aneddoto su Elias Canetti e Oskar Kokoschka: c’è la guerra, i due esiliati a Londra si incontrano, il pittore, disperato, dice: “A che serve il nostro scrivere, a che serve dipingere, se non possiamo fermare la guerra?”. Capisco la disperazione dell’uomo, ma la scrittura è necessaria. E Melchor Marín lo sa: i romanzi non servono a niente, tranne a salvarci la vita».
Resta convinto anche della necessità dell’Europa? Un paio d’anni fa, in una conversazione con L’Espresso, alla domanda su cosa fosse l’Europa per lei, ha risposto: «Non so definirla in una sola frase, quello che so è che l’Europa unita è l’unica utopia ragionevole che abbiamo inventato noi europei». La guerra ha cambiato la sua impressione?
«No. Semmai l’ha rafforzata. Perché un’Europa forte, politicamente unita, è l’unico modo che abbiamo per preservare la pace, la prosperità e la democrazia. Noi europei le diamo per scontate, ma per chi scende in piazza, per chi muore tentando di entrare in Spagna, cioè in Europa, come è accaduto la settimana scorsa a Melilla, l’Europa è la possibilità di una vita migliore. E lo è veramente».
Perché però la chiama utopia?
«Utopia nel significato originale della parola, nel senso di ideale».
La figlia di Melchor si chiama Cosette. Che cosa rappresenta per lei il romanzo “I Miserabili”?
«Per me non rappresenta quello che rappresenta per Melchor Marín. Altri mi hanno chiesto: perché hai scelto “I Miserabili?”. La risposta è semplice: io non ho scelto “I Miserabili”. È Melchor Marín che lo ha scelto. O meglio, “I Miserabili” hanno scelto lui».
E di questo si è dato una spiegazione?
«Quando ho cominciato a scrivere il romanzo - che poi è un solo romanzo in tre libri - mi sono chiesto quale libro fosse in grado di trasformare la vita di un uomo come Melchor, barbaro, selvaggio, nato nel peggior quartiere di Barcellona da una prostituta, con un padre in galera. Immediatamente mi è venuto in mente “I Miserabili”, un libro terribile, bigger than life, e anche non più così comune, antico anche in senso estetico, ma allo stesso tempo enorme. Un libro che parla esattamente di noi, de te fabula narratur come diceva Orazio: è di te che si parla in questa storia. Ed è ciò che sente Melchor Marín quando comincia a leggere: è di fronte a uno specchio. Il libro gli svela chi è, gli mostra la sua vocazione, di lettore, di poliziotto. Gli cambia la vita».
“I Miserabili” è il libro che il padre legge la sera alla figlia. Poi l’abitudine si interrompe. Il rapporto tra i due si fa più conflittuale: la diciassettenne Cosette finisce con il leggere tutto, tranne proprio quello che il padre le consiglia. Nel rapporto di scontro fra genitori e figli c’è una componente tragica, dice lei. Perché?
«La tragedia è un conflitto in cui le due parti hanno ragione. E questo è il detonante del romanzo: il conflitto tra i genitori, che hanno ragione a voler proteggere i loro figli, e i figli che hanno ragione a voler emanciparsi per essere chi veramente sono. La figlia rivendica di sapere che la propria madre è stata uccisa, il padre glielo ha nascosto per proteggerla. Ma saperlo era importante, per quanto duro. Mi interessava sottolineare che la vita non è semplice, che siamo pieni di contraddizioni. Che serve amore e coraggio per capirsi. Sono sicuro che alla fine del libro i due lo faranno. Ma bisogna sapere che è cosa estremamente difficile, tragica».
A complicare i rapporti è il fatto che verità e menzogna sono spesso compenetrati. “Si mente con la verità”, dice: spesso nelle bugie c’è un pezzo di verità che dà parvenza di credibilità alla menzogna.
«La verità può essere molto dura, difficile da accettare, è per questo che la menzogna trionfa. La gente spesso preferisce la menzogna perché la verità è scomoda e sgradevole, e poi la menzogna è più facile da raccontare. Le bugie più pericolose sono quelle mescolate a verità, che hanno il sapore della verità. Pensiamo a quello che sta accadendo: dietro l’enorme menzogna di Putin ci sono granelli di verità. Esattamente come le grandi menzogne di Hitler contenevano granelli di verità: per esempio che il patto di Versailles fosse un errore, ma questo non giustificava la reazione dei nazisti. Analogamente, è vero che gli occidentali hanno fatto errori nei confronti dei russi. Ma non giustificano la reazione di Putin».
Il tema del passato che condiziona il presente perché, parafrasando Faulkner, il passato non è mai morto anzi non è neppure passato, è una convinzione che lei ribadisce sempre.
«Qualsiasi potere, democratico o non democratico, sa che per controllare il presente e il futuro bisogna prima controllare il passato. Il potere autoritario vuole imporre una sua visione del passato. Perché sa che il passato non è morto, ed è invece una dimensione del presente senza la quale il presente è mutilato. Per questo scrittori, giornalisti e cittadini hanno l’obbligo di impedire la manipolazione del passato. Come di impedire la manipolazione del linguaggio: chi controlla il linguaggio controlla la realtà. In questa guerra tutto ciò si vede inequivocabilmente: in Putin c’è la volontà di imporre una visione nella quale l’Ucraina non esiste come nazione. Questa lotta è la nostra lotta contro la manipolazione. Evidentemente è più facile farlo in democrazia che in una autocrazia. Ed è la dimostrazione che il passato non è ancora passato: è sempre qui».
Anche lei è un impostore: nel romanzo fa dire a un personaggio che un certo Cercas sta scrivendo libri su di loro: “Non li hai letti? Dovresti. Quel Cercas s’inventa tutto, ma sono divertenti. Questi romanzieri sono dei truffatori”.
«Mi sembrava logico, per un libro ambientato nel 2025, tener conto di un romanzo come “Terra Alta”, che da quando è uscito ha avuto grande successo, ha vinto il premio Planeta, è stato tradotto in molti Paesi. Era logico supporre che in quella parte di Spagna lo avessero letto. Ma il gioco mi piaceva anche perché non riesco a pensare a un romanzo senza ironia. L’umorismo è essenziale: è una forma di conoscenza. Ed è la cosa più seria del mondo, come ci ha insegnato Cervantes. Io non ho il diritto di ridere di qualcuno se prima non rido di me stesso: l’autoironia è la prima condizione della moralità. Se Putin fosse capace di ridere di sé forse non saremmo nella situazione di oggi».
Il suo poliziotto riprende a investigare quando la figlia scompare. Cosette si è imbattuta in un uomo noto, potente, un predatore sessuale. Molti fatti di cronaca vengono in mente. Qualche vicenda l’ha colpita più di altre?
«No. Ho raccontato un fatto che succede da sempre: di uomini con soldi e potere che usano le donne. Non è una novità, né è successo per la prima volta ora con gli Epstein o i Weinstein. A differenza di un tempo, abbiamo strumenti che servono a smascherare, a volte, queste vicende. Ma non ho avuto necessità di pensare a casi specifici, perché da sempre la civilizzazione si accompagna a una considerazione secondaria delle donne: metà dell’umanità ha pensato che l’altra fosse prescindibile. E questo è un fatto: uno come Aristotele, al centro della nostra civiltà, riteneva le donne inferiori agli uomini. E così hanno sostenuto molti altri filosofi. Questo è il tempo delle donne, la loro rivoluzione è la più grande del nostro tempo, anzi è quella che lo definisce di più».
Tocca un nervo scoperto. Negare l’autodeterminazione femminile e rendere illegale l’aborto, come ha fatto l’America, rispedisce indietro altre conquiste.
«Questa è una rivoluzione, e tutte le grandi rivoluzioni hanno i loro momenti di controrivoluzione: fatti che sembrano rallentare il processo. Ma sarebbe ridicolo crederlo: quello che sta accadendo è irreversibile. Quanto è successo negli Stati Uniti è grave, è un problema. Dimostra anche che questa rivoluzione dobbiamo vincerla tutti insieme, uomini e donne. La vita delle donne è sempre stata molto complicata, oggi lo è meno che mai. Perché la stragrande maggioranza della gente pensa che certe ingiustizie non si debbano più accettare. Finalmente si parla dei dati agghiaccianti sulle aggressioni a sfondo sessuale: due ogni ora in Spagna, dieci donne morte al giorno in Messico lo scorso anno...Inaccettabile, appunto. E un problema di tutti».
Questo è anche il cuore del suo romanzo.
«È un tema che percorre tutta la trilogia. Non sono andato a cercarlo, in realtà: i romanzieri non lavorano con la loro parte razionale, sono i temi che cercano noi. Io mi sono trovato di fronte a un uomo oscuro e pieno di furia, di odio e desiderio di vendetta, di quello che Georges Bataille chiamava “la parte maledetta”. E quest’uomo è assediato dalla violenza contro le sue donne: la mamma, nel primo libro, la moglie, la figlia nell’ultimo romanzo. Noi scrittori viviamo nel mondo, ne siamo i termometri, e questo è un tema essenziale del nostro tempo».
Che ne solleva un altro: ottenere giustizia. È legittimo farsi giustizia da sé?
«Nella realtà non lo è mai. Ma per la finzione è diverso. Per me scrivere vuol dire formulare una domanda complessa nella forma più complessa possibile. E non dare una risposta univoca, chiara: le risposte dei romanzi sono poliedriche, ambigue, contraddittorie. All’inizio dicevo che la letteratura è piacere e conoscenza. Ma la forma di conoscenza della letteratura non è quella del giornalismo, della scienza o della storia. La vera letteratura mette in discussione le nostre più radicate certezze, fa uscire dalla comfort zone, obbliga a confrontarti con attitudini e idee che nella vita quotidiana non accetteresti mai. In cambio del piacere che dà, la letteratura deve mettere a disagio il lettore, interrogarlo: cosa faresti tu se tua figlia sparisse? Se non ottenessi giustizia contro chi ha fatto cose terribili a tuo padre? Così la letteratura diventa un deposito di esperienza: ci fa più complessi, più ricchi, ed è per questo che è utile».