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Cultura
agosto, 2022

Il Pataffio cambia pelle troppe volte

Il film ispirato al romanzo di Malerba è pieno di bravi attori ma manca un tessuto connettivo più robusto e collaudato

Una parabola politica che scopre le carte poco alla volta. Un ritorno a quel Medioevo immaginario che il cinema italiano ha cucinato in tutte le salse. Un omaggio a “L’Armata Brancaleone” di Monicelli e al suo fantasioso proto-volgare che però si rivela ben presto una falsa pista (sotto il comico qui spunta il tragico e anche un pizzico d’assurdo). In breve un film che scarta e cambia pelle di continuo, spiazzando (fin troppo) lo spettatore con i suoi salti di tono.

Liberamente ispirato al romanzo omonimo di Luigi Malerba (1978, ora ripubblicato da Quodlibet), “Il pataffio” di Francesco Lagi è un po’ tutto questo insieme. Si parte con uno scalcinato corteo nuziale in marcia verso il castello di Tripalle, che lo sposo (Lino Musella) ha ricevuto in dote dal padre della sposa, l’ingenua e rotonda Bernarda (Viviana Cangiani). Si prosegue scoprendo che il nuovo feudatario, già umile stalliere, non avrà vita facile perché Tripalle e le sue terre sono flagellate dalla più nera miseria mentre a Castellazzo, il feudo prospiciente, regna una “vecchia” a lungo invisibile e non proprio amichevole (Daria Deflorian versione megera, una delle migliori sorprese del film).

Quindi si vira apertamente in politica quando il neo-feudatario capisce che per piegare quei villici denutriti e omertosi deve allearsi al “pecoraio desoccupato” Migone da Scaracchio (Valerio Mastandrea), un curioso protosocialista doppiogiochista che predica il voto a maggioranza e l’esenzione dai tributi per i poveracci. Ma al primo incontro finisce in una gabbia identica a quella di “Süss l’ebreo”, il film di propaganda nazista di Veit Harlan.

Il tutto zigzagando fra le torbide manovre di frate Cappuccio (un Alessandro Gassmann troppo grottesco), gli opportunismi del curiale Belcapo (il sempre impeccabile Giorgio Tirabassi), gli appetiti gastrici e pelvici dei soldatacci Ulfredo e Manfredo (Vincenzo Nemolato e Giovanni Ludeno), in un susseguirsi di cambi di registro che il film non sempre governa a dovere malgrado il cast e la sofisticata colonna sonora di Stefano Bollani.

Non mancano i bei momenti (su tutti la scoperta dell’amore di Bernarda, e subito dopo di qualcos’altro). Manca un tessuto connettivo più robusto, ovvero più collaudato. Reinventare quasi ex novo un genere in disuso non era impresa da poco. 

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