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Cultura
gennaio, 2023

Il Piccolo Principe compie ottant’anni. Ma resta sempre un bambino

Pubblicato durante la guerra, è uno dei libri più letti e amati al mondo. Oggi biografie, spettacoli e retrospettive ne celebrano il leggendario autore, Antoine de Saint-Exupéry

Il merito è di una donna: non di Consuelo, la sua “piuma” amatissima, alla quale dedica fino a un attimo prima dell’ultimo volo lettere struggenti. Ma Elizabeth Reynal, moglie di uno dei suoi editori americani. Sarebbe stata lei a spingere lo scrittore-aviatore a scrivere un racconto per l’infanzia intorno a quella figura di bimbo che faceva capolino tra le sue carte: un ragazzino biondo, con la sciarpa al vento, che inseguiva tramonti e curiosità.

 

“Il Piccolo Principe” viene pubblicato per la prima volta a New York dalla Reynal & Hitchcock in piena Seconda guerra mondiale: è il 6 aprile del 1943, Antoine de Saint-Exupéry ha da poco lasciato gli Stati Uniti. Qualche mese dopo scrive all’editore: «Non so niente del mio libro, neppure se è uscito in libreria! Mi scriva, per favore!». In pochi mesi la storia ha venduto 37 mila copie: è già un successo, ma è nulla rispetto a ciò che sarebbe accaduto in seguito.

 

Ottant’anni dopo “Il Piccolo Principe” è uno dei dieci libri più venduti al mondo, con una stima di quasi duecento milioni di copie in circolazione. Puntualmente tra le strenne natalizie, protagonista di adattamenti musicali, teatrali e audiovisivi di ogni tipo è, assieme a “Pinocchio”, il più famoso libro per l’infanzia. E la passione si estende al suo autore, a quel fascinoso aviatore di Lione al quale editori e romanzieri dedicano biografie, epistolari e spy story decise a scavare nella sua misteriosa esistenza: infanzia in un castello di Saint-Maurice-de-Rémens a Le Mans, terzo di cinque figli; padre, il visconte Jean de Saint-Exupéry, che muore quando lui ha solo quattro anni; madre pittrice, dalla quale eredita il gusto dell’acquerello. Cresciuto, si arruola nel reggimento di aviazione di Strasburgo, ottiene il brevetto di pilota civile e militare, è protagonista di moltissime avventure: da pilota della Compagnia generale di imprese aeronautiche in Africa, a Buenos Aires dov’è direttore della linea aeropostale Argentina-Francia. E le incursioni continue nel deserto, come quando tenta un raid tra Parigi e Saigon. Le missioni di ricognizione aerea durante la guerra, da capitano di complemento. Fino all’ultima, tra la Sardegna (che nel 2019 gli ha dedicato un museo, il Mase, ad Alghero) e la Corsica. Un volo fatale che oggi ispira uno dei principali giallisti francesi, Michel Bussi, a indagare su quella mattina del 31 luglio 1944, quando Antoine de Saint-Exupéry decolla da Borgo. E non ritorna più: e se alcuni rottami del bimotore americano riaffiorano anni dopo, del suo corpo non si saprà più nulla. Bussi rilegge il mistero alla luce del “Piccolo Principe” con “Codice 612. Chi ha ucciso il Piccolo Principe?” (Edizioni e/o): e se quel racconto, sostiene, fosse proprio il suo testamento? «Sembrerò morto e non sarò vero», leggiamo al capitolo 26 della storia. La controinchiesta riparte esattamente da lì per approdare all’esplicito invito a riscoprire quel libro così difficilmente etichettabile: racconto filosofico, educazione sentimentale, opera spirituale, dietro un’ingenua, delicata storia per i più piccoli.

 

«Il Piccolo Principe è un libro che non ha eguali nella storia della letteratura. È per bambini ma anche per grandi. È il libro di un uomo che aveva definito la sua vita un lungo “esilio dall’infanzia”, ma che è stato fino all’ultimo un adulto impegnato e serissimo, capace di andare negli Stati Uniti per convincere l’opinione pubblica della necessità di difendere l’Europa. È il libro di un aviatore-scrittore che voleva comunicare all’umanità la visione che aveva avuto di un mondo visto dall’alto; gli era sorta spontanea la domanda: dove vi siete persi, uomini? Come vivete? Come vi prendete cura di un pianeta così piccolo nell’immensità dello spazio?», nota Anna Castagnoli, che ha scritto la prefazione a una nuova, raffinata, edizione del testo (Mondadori), tradotto dalla poetessa Chandra Livia Candiani e illustrato da Beatrice Alemagna. Che ammette di aver affrontato con timore la sfida di una storia impressa nella memoria collettiva, disegni inclusi: «All’inizio mi ero rifiutata», racconta all’Espresso l’illustratrice: «Mi sembrava di compiere un’eresia. Poi ho affrontato la scommessa di rivoluzionarlo un po’. Ho cercato di innovare dove era possibile -in effetti, il testo è molto chiaro e descrive perfettamente i personaggi. Senza tradire, ma esplorando piccole strade parallele. Ad esempio, provando a interpretare questo dire continuamente da parte dell’autore che siamo di fronte a un piccolo essere: per questo motivo ho rappresentato il protagonista come un folletto. E ho voluto fare apparire l’aviatore perché, da lettrice, mi era sempre parso molto frustrante non vederlo mai vicino al Piccolo Principe. Ormai sappiamo che il bambino è in fondo l’alter ego di Saint-Exupéry, ma per me era importante che ci fosse un confronto diretto tra i due. Come mi spiego l’infinita fortuna del libro? Perché è un’avventura psicologica pazzesca, ricchissima di contenuti: la politica, la paura di crescere, il desiderio di proteggere il bambino che è dentro di noi, l’ossessione del potere, la differenza tra essere e apparire. Una scena che mi ha emozionato? L’accudimento della rosa. Il pianto del bambino nello scoprire che la sua rosa non è unica e rara, ma che sulla Terra ne esistono altre. E poi questa avventura intergalattica è la storia di una grande amicizia, commovente. Sono questi contenuti esplosivi del libro a renderlo un testo osannato, in Francia quasi biblico».

 

Una venerazione che oggi si rinnova. Il Teatro alla Scala di Milano ha incaricato il compositore Pierangelo Valtinoni di realizzare uno spettacolo con la regia di Polly Graham. E c’è attesa per il musical in arrivo il primo febbraio a Roma, e da lì per le principali città italiane. «Il Piccolo Principe è un capolavoro capace di creare una sintonia indescrivibile con i lettori, e da questo punto di vista i numeri parlano chiaro», dice il produttore Antonio Murciano: «Credo che il motivo sia il fatto che è un’opera adatta a tutte le età. Quello che abbiamo cercato di fare è trasporre la stessa magia sul palco, in modo da far vivere a tutti un’esperienza unica». Sarà l’immaginazione, assicura il regista Stefano Genovese, ad essere più sollecitata, coerentemente con l’idea che “l’essenziale è invisibile agli occhi”: «Gli occhi, le orecchie, l’olfatto…sono solo parti sensoriali per arrivare alla destinazione finale: il cuore di ogni spettatore», annuncia. Destinazione alla quale punta anche la raccolta epistolare che L’Orma editore ha da poco riunito in “Saint-Exupéry – Con un sogno in testa. Lettere da un pianeta tra le stelle” (a cura di Eusebio Trabucchi): scritti alla madre, agli amici, ai suoi amori, sullo sfondo degli scenari più tipici dei suoi libri (“Volo di notte”, “Terra degli uomini”, “L’aviatore”): il deserto, i rimbombi della guerra. A bordo di un aereo: dove “si entra in contatto con il vento, la notte, la sabbia del mare. Si cerca la verità tra le stelle”.

 

«Quel che colpisce di Saint-Exupéry è la sua enigmaticità, la sua sproporzione», interviene la scrittrice Romana Petri, presto in libreria con “Rubare la notte” (Mondadori), biografia romanzata di “Tonio” e dei suoi doni ai lettori: lo stupore, la meraviglia di quell’essere bambini, come ogni grande è stato una volta: «Aveva fame di vita come di morte, di amore come di solitudine. Poteva essere un libro aperto, ma anche un codice cifrato. Colpisce la sua ossessione per la madre (tutta sua), mai generata da quella donna sofferente che prima di lui aveva perso il marito e due figli. Il grande successo del “Piccolo Principe” credo sia dovuto proprio all’oscuro fascino onnivoro che promanava». Il magnetismo di uno «che non ne voleva davvero sapere di diventare grande fino in fondo», come sottolinea Chiara Gamberale in un’altra edizione del “Piccolo Principe” (edita da Feltrinelli): amuleto magico che un uomo, 80 anni fa, ci ha lasciato – insieme a una volpe e a una rosa - per ricordarci -in ogni luogo, in ogni tempo - il senso dell’amicizia, il valore della cura, il bello di emozionarci.

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