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Mohsen Makhmalbaf: «Se Israele avesse un governo laico, i problemi con la Palestina si risolverebbero»

Il regista iraniano Mohsen Makhmalbaf
Il regista iraniano Mohsen Makhmalbaf

Il peso delle amministrazioni confessionali in Medio Oriente, le origini del regime talebano in Afghanistan, le responsabilità dell'Occidente. Il ruolo rivoluzionario del cinema. Parla il regista iraniano in esilio da 18 anni: «A Teheran oggi le persone sono vittime della situazione, ma il Paese è pieno di speranza per il futuro»

All’indomani degli attentati dell’11 settembre, il suo “Viaggio a Kandahar” spalancò all'opinione pubblica occidentale - e non solo - le porte dell’Afghanistan. Svelando le nefandezze del regime fondamentalista talebano: protagonista l’attrice Neofer Pazira, il film racconta la storia di una rifugiata afgana di successo in Canada che torna nel suo Paese dopo aver ricevuto una lettera dalla sorella in cui annuncia di volersi togliere la vita. Vent’anni dopo, i Talebani sono di nuovo al potere e Mohsen Makhmalbaf, regista di punta del nuovo cinema iraniano insieme a Abbas Kiarostami e Amir Naderi, in esilio dall’Iran da diciotto anni e scampato a diversi attentati, torna a raccontare l’Afghanistan con “Talking with rivers”, film-conversazione tra Iran e il paese dei Talebani, che un tempo erano una sola terra. Dopo essersi separati, i due Paesi condividono ora le loro storie, dall‘invasione sovietica alla Guerra civile fino ai Talebani, fino ad arrivare all’ascesa e alla caduta dell’America e al ritorno dei fondamentalisti al potere. La pellicola è stata presentata in anteprima al festival Middle East Now, a Firenze, la più importante rassegna italiana dedicata al cinema e ai documentari di quest’area del pianeta. Alla presenza del regista, che oggi abita a Londra.

 

Mohsen Makhmalbaf, il suo film “Talking with rivers” parla della storia parallela degli ultimi 45 anni tra Iran e Afghanistan. Perché è urgente trattare questo argomento?
«Negli ultimi 45 anni l’Afghanistan ha conosciuto una vera tragedia, iniziata quando l’Unione Sovietica inventò questo Paese. Un fatto tragico che ha segnato il destino di quella terra, che altrimenti sarebbe stata una nazione normale come il Bangladesh o il Pakistan. Perché si tratta di una tragedia infinita? L’Unione Sovietica inventò l’Afghanistan e l’Occidente intervenne per sostenere agricoltori e pastori trasformandoli in miliziani contro i sovietici. Dieci anni dopo l’Unione Sovietica è collassata e gli occidentali si sono ritirati dal Paese. A quel punto diversi gruppi etnici hanno cominciato ad uccidersi l’un l’altro, scatenando vendette a catena. Poi sono arrivati i pachistani a sostenere i Talebani, perché una parte dell’Afghanistan appartiene al Pakistan. E dopo l’11 settembre arrivarono gli americani. Nel frattempo tutti si sono scordati l’origine di questo disastro, sono tutti confusi. Per questo motivo ho voluto realizzare questo documentario». 

 

Da sempre il destino del Medio Oriente sembra legato al tema dei confini. 
«Sì, è legato in parte al tema sanguinoso dei confini ma anche all’imperialismo. L’Afghanistan è vicino alla Cina e prima era collocato vicino alla Russia. È il frutto di una strategia pianificata: l’Unione Sovietica usava la propria espansione come strumento per distogliere l’opinione pubblica dai problemi interni. Dunque, è un miscuglio di aspetti economici, culturali, sociali. Quanto all’economia, quella è la terra della droga, dell’oppio. L’Afghanistan non è una nazione ma un coacervo di diverse etnie, lingue. È un Paese deteriorato, con un’identità e una nazionalità deteriorate».

 

Una scena del film "Talking with rivers" di Mohsen Makhmalbaf

 

Sono evidenti le analogie con il Medio Oriente. Come vede da regista la vicenda che riguarda Israele e Palestina?
«Da regista, credo che la Terra appartenga a tutti noi. I politici stabiliscono i confini, per questo i popoli sono divisi. Il conflitto tra Israele e Palestina riguarda l’intero Medio Oriente. In Israele non esiste un governo laico che includa israeliani e palestinesi. Oggi Israele è uno Stato ideologico e questo è parte del problema, perché nello Stato ebraico vivono due milioni di palestinesi. Se esistesse un governo laico, in grado di regolare la vita di tutti, il problema sarebbe risolto. Poi c’è un'altra questione: il supporto iraniano ad Hamas, per distrarre la popolazione. Da artista sto dalla parte degli esseri umani, non mi interessa se sei ebreo, mussulmano o cristiano. Siamo tutti nati nello stesso pianeta, perché dobbiamo pagare per errori commessi settant’anni fa? Da artista, penso che gli esseri umani non siano in grado di risolvere la situazione, in futuro i giovani dovranno risolvere questo enorme problema creato dai loro genitori. Dovremmo fare più film per raccontare questo argomento in maniera corretta». 

 

Un film può cambiare le cose? 
«Qualche anno fa ho girato un film in Israele, “The gardener”, in cui viene citata una poesia iraniana molto bella, che racconta come la verità sia custodita in uno specchio nelle mani di Dio. Quando lo specchio si frantumò in mille pezzi, ogni essere umano prese in mano un frammento e specchiandosi dentro di esso disse di avere la verità nelle proprie mani. Ecco, gli ebrei pensano di avere la verità nelle proprie mani. I palestinesi pensano di avere la verità nelle proprie mani. È tutta qui la questione. Il problema è che non si guardano reciprocamente come esseri umani».

 

L'opinione pubblica occidentale non riesce ad avere una visione d'insieme del Medio Oriente. Qual è secondo lei il difetto più grave di questo approccio?
«La mancanza di strategia. Per esempio: Bush attacca l'Afghanistan, poi Trump e Biden tornano indietro. Questo significa che non esiste una strategia. Attaccare e poi ritirarsi non ha senso. Per il Medio Oriente abbiamo bisogno di una strategia pacifica per andare avanti e risolvere il problema, non una strategia contraddittoria e fragile. Poi c'è un altro problema: in Occidente si considera il Medio Oriente la terra del petrolio, un mercato per vendere armi. Ad esempio Donald Trump ha venduto molte armi all'Arabia Saudita».

 

Lei è  in esilio da diciotto anni per esseri opposto al regime iraniano. Qual è il suo più grande rimpianto?
«Facemmo la rivoluzione nel 1979 contro la dittatura. Sono rimasto per due anni e mezzo nella prigione politica, sul mio corpo porto ancora i segni della tortura. Eravamo in una dittatura laica, ma sempre dittatura, non esistevano partiti politici. Allo stesso tempo, c'erano 100mila mullah liberi di fare il lavaggio del cervello alla popolazione, perché il re aveva paura dell'Unione Sovietica. Ecco perché la rivoluzione prese la strada della religione, che occupò tutto lo spazio. Questo è il principale rimpianto che abbiamo. Ora gli iraniani stanno combattendo per la democrazia, per lo Stato laico, per i diritti umani. Negli ultimi anni, durante le manifestazioni sono state arrestate 100mila persone, 500 persone sono state uccise, oltre 500 sono rimaste cieche in conseguenza dei proiettili della polizia. Loro combattono, ma Russia e Cina sostengono il regime iraniano e nessuno Stato europeo democratico sostiene la rivoluzione. Gli iraniani sono soli in questa battaglia». 

 

In molti suoi film affiora la speranza. C'è ancora spazio per pensare un mondo migliore?
«Sì se rimaniamo uniti. Se siamo soli, invece, non c’è speranza. La speranza non arriva dalla guerra, ma dal dialogo e dall'unione. In Iran oggi le persone sono vittime della situazione, ma il Paese è pieno di speranza per il futuro».

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