Sono trascorsi già 25 anni da quando Stefania Rocca interpretò per il cinema Naima, la ragazza dai capelli blu di “Nirvana”, il film di Gabriele Salvatores. Da allora, se c'è una cosa che non è mai cambiata è la sua instancabile curiosità, che l'ha portata ad interpretare ruoli diversissimi sul grande schermo, ma anche in teatro e in tv, e perfino a recitare in lingua inglese e francese (da “Mary” e “Go Go Tales” di Abel Ferrara a “Le Candidate” di Niels Arestrup), ma anche in tedesco (“Stauffenberg” di Jo Baier). «È vero – dice – sono sempre stata molto curiosa e aperta al mondo. Sarà per questo che passo dal teatro al cinema e poi di nuovo al teatro, e alla televisione, al canto e poi ancora al cinema. Mi piace mescolare, contaminare la vita, cambiare prospettiva». Ne parliamo con lei.
Rocca, partiamo da un progetto che le sta molto a cuore: “La madre di Eva”, spettacolo teatrale di cui curerà anche adattamento e regia, pronto a debuttare il 28 febbraio al Teatro Lirico Giorgio Gaber di Milano (repliche 1 e 2 marzo, con Bryan Celotto e Simon Sisti Ajmone ). Cosa racconterà?
«“La madre di Eva” è uno spettacolo tratto da un libro di Silvia Ferreri, una lettura che mi ha molto colpita (“La madre di Eva”, Neo, 2017). È la storia di una madre che, in un monologo senza risposte, parla a colei che considera una figlia tra le mura di una clinica di Belgrado, mentre al di là di una porta Alessandro sta intraprendendo un percorso di transizione. Ho adattato il testo trasformandolo in un dialogo fra madre e figlio che si scontrano sul terreno affettivo mettendo a confronto due generazioni. Alessandro vuole diventare semplicemente ciò che è, ma è in contrasto con la madre. Essere genitori non è un mestiere facile, ma neanche essere figli lo è. Cerco di raccontare tutto questo in uno spettacolo multimediale, che mescola arte visiva, cinema, teatro, in cui affronto le tematiche transgender, nuove per il teatro italiano».
I temi della “diversity”, dell'uguaglianza di genere alle diversità etniche, le sono sempre state a cuore. Pensa che se ne parli poco?
«Sono sempre stata molto sensibile al tema delle discriminazioni e al rispetto della libertà. I soprusi mi fanno paura e vanno combattuti. Nel mio lavoro i personaggi che mi hanno attratto di più sono sempre stati quelli che, racchiusi nella solitudine, raccontavano la loro diversità e tutto quello che ne consegue. Mi viene in mente Emilia ne “La bestia nel cuore” (Cristina Comencini), cieca e lesbica, o anche Naima in “Nirvana” (Gabriele Salvatores), senza memoria e senza strumenti per socializzare. Nello spettacolo che ho diretto anni fa, “Preghiera in mare”, esploravo la fatica fisica ed emotiva di uno straniero in viaggio. Oggi mi chiedo, attraverso “La madre di Eva”, cosa vuol dire desiderare tanto un figlio o abortire o decidere di rinunciare per sempre a diventare madre? Si può decidere? Cercherò delle risposte insieme al pubblico per abbattere il muro di egoismo, ottusità, pregiudizio».
Crede che con l'attuale governo siano più a rischio i diritti delle donne (penso all'aborto) o della comunità Lgbt?
«Io spero che non vengano toccati diritti acquisiti. Su molte questioni siamo già indietro. È proprio questa preoccupazione che mi fa tirare fuori le unghie. Penso che il nostro compito – parlo degli artisti, del mondo della cultura - sia quello di affrontare anche tematiche controverse e scottanti, per una maggiore consapevolezza e sensibilizzazione verso le differenze che ci circondano».
Ma la passione per la recitazione come è nata?
«Dalla voglia di comunicare, di scoprire nuovi mondi, nuove emozioni. Dalla voglia di rimanere libera, come da bambina, di trasformarmi in uno, nessuno, centomila. Ovviamente da bambini si dicono tante cose e anche io ogni anno lanciavo l’idea di una professione diversa. Ma dopo essermi immaginata negli anni in ruoli differenti ho capito che volevo e cercavo fantasia, mi piaceva proiettarmi in mondi irreali e in realtà diverse dalla mia».
Scavando nella sua memoria, c'è un momento particolare in cui ha deciso di intraprendere questa strada?
«Facevo teatro a scuola, ma siccome avevo chiacchierato troppo con la mia compagna di banco fui messa in castigo e per punizione non mi fu permesso di recitare nel saggio finale. E così il desiderio di salire su quel palcoscenico è diventato sempre più forte. Naturalmente mio padre non voleva che io diventassi attrice. Ma non potevo non tentare. Ho provato a rifugiarmi nei libri, a fantasticare, ma avevo bisogno di fisicità. Per questo alla fine ho deciso: io ci provo!».
Lei ha recitato anche in “Inside Out” di Rob Tregenza, prodotto da Jean Luc-Godard. Che ricordo ha di lui?
«Che uomo, che artista! Stavo facendo l’Actor Studio a New York e mi presero per un film girato da Rob Tregenza e prodotto da Jean Luc-Godard, “Inside /out”, un film muto. Dopo due settimane senza parlare sul set, eravamo otto attori chiusi dentro una casa nel Maryland, lontano da tutti e con 50 centimetri di neve, gli chiedemmo di poter aggiungere qualche frase. Lui restò in silenzio. Il giorno dopo ci disse che “per vedere bisogna guardare le cose, non dirle”. Poi, dopo la nostra insistenza, ci consentì di scrivere un piccolo monologo per il nostro personaggio, pensare dove e come avremmo voluto farlo. Così ognuno di noi girò il suo monologo, ma nel film non ce n'era uno! La cena di fine film fu un altro film. Nessuno di noi parlava per la tristezza di aver finito quella esperienza meravigliosa e lui a capotavola ci guardava con il suo tipico sguardo di chi guarda ma già conosce. Un grande».
Come sceglie le storie da interpretare?
«Sempre in maniera molto istintiva, senza strategia. Mi piace molto raccontare le donne dai colori diversi: romantiche e sognatrici come Laura nella serie tv “Tutti pazzi per amore”, anticonformiste come Edda Ciano in “Edda Ciano e il comunista”, unpolitically correct, spietate, ciniche come Katia Bellini in “Sono tornato” o Agnès in “L’envahisseur” di Nicolas Provost».
A proposito di belle storie ha recitato anche nel film di Franco Nero, “L'uomo che disegnò Dio”, dal 2 marzo nelle sale, al fianco di Kevin Spacey e Faye Dunaway. Con loro come è andata?
«Direi benissimo. Intorno a me avevo grandi attori. Ho passato cene ad ascoltare i loro racconti di esperienze vissute. Ho una lista di libri e film da rivedere, ora con occhi diversi, potendo collegarli ai vari aneddoti. Il film poi è molto delicato. La vicenda di Emanuele, il protagonista, si ispira ad una storia vera accaduta a Torino. Emanuele è un non vedente che ha un talento: disegnare i volti delle persone sentendo le loro voci».