“Strike” è la retrospettiva dedicata al fascino e alle contraddizioni dell’artista americana contro ogni sistema di potere

Nata Lenore, poi conosciuta come Lee, nome ridotto a una semplice E. Infine la lapide della sua tomba completamente vuota, come se per tutta la vita avesse cercato di svuotarsi. La storia di Lee Lozano è complessa e ha il fascino della contraddizione, come la mostra che la Pinacoteca Agnelli le dedica (fino al 23 luglio) e che sembra una collettiva di cinque artisti diversi anziché una retrospettiva personale. Eppure le sue vocazioni che hanno a volte il sapore espressionista, altre minimalista, o tecnico o grafico, sono un unico racconto, perché vita e pratica artistica coincidono. Femminista che detestava i movimenti e che ha passato l’ultima parte della vita senza parlare con le donne (denunciando con quella scelta l’irrilevanza a cui la società le condannava) quel “Lee” che può essere un nome femminile e maschile lo usava proprio perché non voleva essere “quota rosa” e allo stesso tempo pretendeva che i collezionisti la trattassero al pari degli uomini, magari confondendo il suo genere.

 

L’esposizione curata da Sarah Cosulich e Lucrezia Calabrò Visconti si chiama “Strike”, sciopero che può essere arte. Lozano ha prodotto (molto) per pochissimi anni, dal 1960 al 1972: da lì fino alla sua morte nel ’99 si è fermata per protesta contro quel sistema dell’arte che invece l’aveva accolta benissimo. Anche il sonno è vita e anche una sosta può essere creazione quando è parte del lessico di un’artista, importante quanto i disegni e i quadri che vediamo al Lingotto, che sembra proprio il posto giusto per accogliere opere dove gli attrezzi raffigurati sembrano quelli che usavano gli operai nel luogo simbolo della produzione industriale di Torino. E se da una parte ci sono chiavi inglesi, seghe o avvitatori, dall’altra vediamo quei falli che lei trattava in modo amaro e sarcastico.  Nel segno della mascolinità tossica, dell’affermazione del potere, dell’autoritarismo, della violenza. E viene subito da pensare che i genitali nell’arte scandalizzano solo se sono quelli degli uomini, perché il punto di vista maschile ci ha abituati a quelli delle donne: l’inverso non può essere contemplato. Aveva un talento incredibile per il disegno, ma ha cercato di disimparare e muoversi verso l’astrazione geometrica, ultima fase della sua produzione che sembra il termine di un percorso di esplorazione del corpo. Diceva che è ingiusto che non abbiamo strumenti per vederci all’interno e quegli orifizi e quegli organi sembrano porte di accesso a un’altra dimensione, che raggiungeva anche grazie al consumo di droghe e una pittura così densa da sembrare fluido corporeo, quasi sgradevole. Ecco, Lee Lozano era un’artista maleducata, così insolente da rendersi irriconoscibile ogni volta, così scorretta da impartirci una lezione senza degnarci di uno sguardo.

 

LUCI
Due nuove opere del grande artista Jan Fabre sono state donate alla Real Cappella del Tesoro di San Gennaro e alla Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco di Napoli. Barocco antico e barocco contemporaneo, dunque, scelgono di sposarsi in chiesa. Ci sta.

 

E OMBRE
Il Tennesee vara una legge per vietare le performance di drag queen negli spazi pubblici. Ecco un altro goffo tentativo di censurare un’arte che ha più di 150 anni da parte di chi (il repubblicanissimo governatore Bill Lee) rimpiange tempi ben più antichi e bui.

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