Pubblicità
Cultura
luglio, 2023

Così il teatro racconta i duecento morti per l’esplosione a Beirut

Tre anni fa la terribile deflagrazione che ha distrutto il porto della capitale libanese. Lo spettacolo del drammaturgo Sulayman al-Bassam ricostruisce sugli ultimi istanti prima della catastrofe

È lo stupore che ancora domina, nelle menti di ogni libanese e di ogni arabo, a tre anni dalla più grande esplosione non nucleare della storia del mondo. È lo stupore, quasi l’afasia, per l’esplosione che il 4 agosto 2020 alle 18,07 ha distrutto il porto di Beirut e tutta l’area circostante. Ben 2750 tonnellate di nitrato di ammonio esplodono dopo ore e ore di combustione, il cielo della capitale libanese viene squarciato da un fungo che ricorda, nella potenza e nelle proporzioni i funghi atomici. E nessuno, a oggi, ha scritto una pagina che spieghi il perché ai morti, duecento, e ai feriti, oltre 7mila.

 

È la stessa città di Beirut una delle vittime, con poco meno di 80mila appartamenti distrutti e quartieri dilaniati dall’esplosione. La memoria fa tornare alla gola il sapore amaro della città distrutta dalla guerra civile che si è conclusa nel 1990, e dagli ultimi bombardamenti israeliani del 2006. «Ho voluto disegnare ogni quartiere com’era prima, com’era sulla mappa, in ogni dettaglio. Era un modo per riappropriarsi di ciò che è stato distrutto», ha detto Lena Merhej, una delle più importanti illustratrici libanesi, un’artista che sceglie la città come protagonista e simbolo. Lo aveva fatto Fayrouz, una delle stelle del firmamento musicale arabo, dedicando alla città il suo brano iconico, “Li Beirut”, e cantando versi che oggi mettono i brividi. «Un sapore di fuoco e di fumo», una «gloria fatta di ceneri».

La città, la catastrofe di Beirut è al centro, da anni, di un palcoscenico virtuale su cui artisti e intellettuali arabi si interrogano sui perché. Non solo i perché dell’esplosione del 4 agosto 2020. Anzi, Beirut diviene il simbolo del più complessivo malessere arabo. È infatti anche da lì, dallo scheletro dei silos del grano ancora in bilico nel porto, che parte la riflessione su una intera regione sottoposta «a una guerra permanente che non è neanche percepita come guerra, quanto piuttosto come una programmatica eliminazione dello spazio, dello spazio mentale, della lingua, della cultura». È così che la definisce Sulayman al Bassam, uno dei più noti uomini di teatro arabi, perfetto ritratto di una intellighenzia che, se può, fa dell’attraversare frontiere una condizione di vita. E se non può più attraversare confini, ingrossa le fila di una diaspora araba sempre più numerosa in città-rifugio come Berlino, Londra, New York.

 

«L’esplosione a Beirut è stata rivelatrice di più di un crimine di carattere sistemico. È stato, per esempio, il simbolo del degrado della struttura morale nell’intera regione e oltre. L’esplosione è un segnale che ogni singola persona, nella regione araba, leggerà a suo modo. È per questo che assume un potere metaforico catastrofico», spiega Sulayman al-Bassam, una lunga esperienza nei teatri europei, con una particolare predilezione per Londra. Lo dice a margine di Welcome to Socotra, il festival estivo di satira, teatro civile e danza che la Fondazione Feltrinelli ha organizzato nella sede di viale Pasubio a Milano con un occhio speciale alla produzione araba.

 

Sulayman al-Bassam ha messo in scena al festival una pièce teatrale in prima nazionale dedicata proprio al 4 agosto 2020, di cui ha curato drammaturgia e note di regia. A cominciare dal titolo, “Mute” è un vero e proprio work in progress sui minuti che hanno preceduto l’esplosione all’interno di una stanza che guarda la città e il mare, uno spettacolo dedicato al silenzio, all’incapacità di dire e di spiegare, al rischio di rimanere senza parole di fronte alla catastrofe. A Beirut e ovunque. A Srebrenica, a Hiroshima e a Bologna: le “nostre” catastrofi che hanno segnato le estati del mondo. Ovunque ci sia una domanda irrisolta sulle ragioni e sugli obiettivi. Ovunque ci sia un intellettuale che chiede conto a sé stesso del suo ruolo e dei suoi compiti. E sull’intellettuale e sul suo ruolo, d’altro canto, la Fondazione Feltrinelli ha deciso di dedicare, appunto, uno spazio che tracima nei suoi diversi contenitori, a partire – per esempio – dalle “Biografie non autorizzate” su Ken Loach, Isabel Allende, Uliano Lucas, Eugenio Scalfari che a settembre diventeranno podcast.

 

Il teatro politico è uno degli spazi in cui le domande scomode si fanno, mai passato di moda e d’attualità, soprattutto nella regione araba. Teatro politico per eccellenza, che Sulayman al-Bassam interpreta anche come «riconoscenza per coloro che, nonostante quella domanda sia sempre lì, nella stanza, sono capaci di continuare la ricerca di un significato e la difesa della dignità». Il teatro come responsabilità e come «uno spazio molto vicino a quella che io considero la libertà. È uno spazio fragile, e non è uno spazio reale. O meglio, è uno spazio iper-reale». L’obiettivo di questo tipo di performance, per il regista di origine kuwaitiana, è «mettere il pubblico nelle condizioni di fornire, ognuno per proprio conto, una risposta, la sua risposta individuale a queste domande».

 

Per una regione in cui «i giornalisti, gli artisti, gli intellettuali sono bersaglio», come sottolinea Sulayman al-Bassam, è fondamentale e prioritario proteggere «uno spazio pubblico che è sempre più sotto attacco e che si sta restringendo» perché è lo spazio autoritario che si espande ogni giorno di più. Una lezione che ha già attraversato il Mediterraneo.

L'edicola

La pace al ribasso può segnare la fine dell'Europa

Esclusa dai negoziati, per contare deve essere davvero un’Unione di Stati con una sola voce

Pubblicità