Quattro vampiri per una Mostra. Non era mai successo ma quest’anno a Venezia (30 agosto - 9 settembre) ogni sezione esibisce il suo bravo succhiasangue, come una sinistra e forse necessaria mascotte. Sarà un caso o un segno dei tempi, ma ogni epoca ha le metafore che si merita. Questi nipotini del conte Dracula evidentemente hanno qualcosa da dirci. Per cui prestiamo orecchio e cerchiamo di non fraintendere.
Il primo è nientemeno che Pinochet, il colonnello golpista che nel 1973 abbatté Allende, mai morto anzi attivo già sotto la Bastiglia nel 1789, che torna a bere il sangue dei cileni nel nuovo film di Pablo Larraìn, “El Conde”, uno dei tre titoli Netflix in Concorso, horror, surrealismo, bianco e nero, insomma evento garantito. Meno allarmante ma chissà, la black comedy della canadese Ariane Louis-Seize, “Vampiro umanista cerca suicida consenziente” (Giornate degli Autori). Promette altri orrori invece il “Vourdalak” di Adrien Beau (Settimana della Critica), adattamento di una novella di A. K.Tolstoj che per i selezionatori annuncia addirittura “la morte del patriarcato”.
Mentre spostandoci a Orizzonti il vampiro imberbe ma insaziabile di “En attendant la nuit”, diretto dall’esordiente Céline Rouzet, illumina il centro occulto di questa Mostra. Che coincide proprio con loro, gli adolescenti, i cittadini di domani, menti e corpi in transizione ma assai più simili, anche in Paesi lontani, di quanto non lo siano gli adulti. Loro, portatori di istanze e passioni non più rinviabili, basti pensare a cosa hanno fatto i giovanissimi in Iran. Loro che affollano la maggioranza dei film di Orizzonti e delle altre sezioni parallele, ma sembrano assai meno presenti nei 23 titoli di un Concorso fitto di grandi nomi e molto attento al mercato, com’è ormai inevitabile, ma forse più avaro di scoperte, che sono (erano?) il sale dei festival.
Naturalmente parliamo al buio. Per giudicare i film bisogna prima vederli e Venezia non deve certo provare la sua attenzione ai nuovi talenti, basta ricordare i Leoni d’oro vinti nelle ultime edizioni da outsider come l’esordiente Audrey Diwan (“La scelta di Anne”) e la documentarista Laura Poitras (“Tutta la bellezza e il dolore”). Magari gli unici due film firmati da under 40 in Concorso quest’anno, “Die Theorie von Allem” del tedesco Timm Kröger e “Enea” di Pietro Castellitto, 31 anni, di gran lunga il più giovane in gara, saranno una rivelazione. Però la selezione ufficiale punta abbastanza sul sicuro, cioè su film in grado di conquistare il grande pubblico, possibilmente internazionale, e magari di correre per gli Oscar. Lo dimostrano anche i sei italiani in Concorso, cifra mai raggiunta prima.
Che il nostro cinema stia attraversando una nuova età dell’oro? Dal punto di vista produttivo senz’altro. Al di qua di ogni altra considerazione, alcuni di questi film hanno infatti costi impensabili fino a ieri. Tira la volata “La promessa dell’alba” di Saverio Costanzo, 36 ore nella vita di una giovane ingenua catapultata tra fasti e miserie della Hollywood sul Tevere (sono anche gli anni del delitto Montesi), budget stimato: 28 milioni di euro. Segue a quota 17 milioni “Comandante” di Edoardo De Angelis, storia vera di Salvatore Todaro (Pierfrancesco Favino), l’ufficiale della Regia Marina al comando del sommergibile Cappellini che nel 1940 salvò i naufraghi del mercantile belga che aveva affondato rischiando la vita del suo equipaggio. Costa meno la Roma distopica e in fiamme di “Adagio”, thriller di Stefano Sollima tutto azione e grandi nomi (Favino, Servillo, Mastandrea): sotto i 12 milioni, meno del “Sol dell’avvenire”. Molto atteso “Io capitano” di Matteo Garrone, l’Odissea di due giovani migranti dal Senegal all’Europa passando per Sahara, Libia e Mediterraneo, coproduzione da 11 milioni e oltre. Poi c’è “Enea” di Pietro Castellitto, un tuffo nella Roma più infame già ribattezzato “La grande bruttezza”, 8 milioni. Mentre supera i 7 l’esplosivo “Lubo” di Giorgio Diritti, che alza il velo sugli orrori patiti in Svizzera dagli Jenisch, etnia nomade discriminata durante l’ultima guerra, una storia terribile ammessa dal governo federale solo a fine anni ‘70.
È il caso di ricordare che Sollima, Costanzo e De Angelis hanno alle spalle non solo film ma serie tv, anche molto importanti. Insomma giocano in un altro campionato. Non c’entrano l’arte o il talento. È una questione produttiva. Oggi la partita si disputa su questo terreno, Venezia non può che registrarlo. Ma un festival nella sua vetrina principale dovrebbe anche rischiare, sparigliare, non solo fare da volano alle trasformazioni in corso nell’industria. Le sorprese vere, insomma, rischiano di arrivare da sezioni forse meno condizionate, in testa Orizzonti, il concorso bis riservato alle “promesse”, dove budget e età media (di registi e personaggi) calano di colpo.
Citiamo almeno i tre italiani, “Una sterminata domenica” di Alain Parroni, protagonisti tre adolescenti della campagna romana, per il direttore della Mostra «il manifesto di una generazione perduta». Poi “El Paraìso” di Enrico Maria Artale, madre e figlio simbiotici e spacciatori nella no man’s land di Fiumicino. L’atteso debutto del grande animatore Simone Massi, “Invelle”. E la rivelazione annunciata “Dormitory” di Nehir Tuna, una specie di “Pugni in tasca” turco che partendo dagli anni ‘90, giura Barbera, illumina a giorno l’era Erdogan (ma allora perché non è in Concorso?).
Tornando ai film in gara per il Leone, dei tre francesi almeno uno stona a Venezia, parliamo di Luc Besson e del suo “Dogman”, ma incuriosisce la fantacoscienza di Bonello, “La bête”, e si dice già un gran bene di Stéphane Brizé e del suo “Hors-saison”, con Alba Rohrwacher e Guillaume Canet. Bello ritrovare il nuovo grande giapponese Ryusuke Hamaguchi, regista del fluviale “Drive my Car”, con “Il male non esiste”, 90 minuti appena su un paesino che per difendere l’ambiente si ribella a una grande azienda del turismo (curioso: alle Giornate, “Anna” di Marco Amenta racconta una storia quasi uguale in Sardegna). Promette bene anche il Frankenstein al femminile del fiammeggiante Yorgos Lanthimos, “Poor Things”, che con la sua Emma Stone resuscitata dalla scienza e sempre assetata di sesso è «una boccata d’ossigeno rispetto al soffocante neopuritanesimo di oggi» (Barbera dixit). Cinque gli americani, dal “Ferrari” di Michael Mann (80 anni, il decano del Concorso) alla Sofia Coppola di “Priscilla” (nel senso di Presley, coproduzione italiana). Seguono due titoli Netflix, il matrimonio queer ante litteram di Leonard Bernstein (“Maestro” di e con Bradley Cooper) e “The Killer” di David Fincher. Infine “Origin” di Ava DuVernay, prima afroamericana in gara al Lido, un adattamento del bestseller di Isabel Wilkerson “Caste: The Origins of our Discontents” che mixa -si spera arditamente- saggio e biografia.
Sono firmati da donne, del resto, molti dei film più coraggiosi in Concorso. La veterana Agniezka Holland ha girato in semi clandestinità “The Green Border”, storia di rifugiati mediorentali e di abusi al confine tra Polonia e Bielorussia. E così ha fatto la sua connazionale Malgorzata Szumowska, regista con Michal Englert di “Woman of”, protagonista una persona trans, altro soggetto tabù in Polonia. Mentre in “Holly” la fiamminga Fien Troch, già Premio per la regia proprio a Orizzonti, trapassa dal realismo al fantastico per esplorare il disagio di una adolescente.
Ed eccoci tornati al centro occulto di questa Venezia. Occulto perché presente in forze, ma per lo più chiuso negli spazi appositi delle sezioni parallele. Centro perché è sugli under 20, nativi digitali, che si gioca il futuro del cinema. Sono loro, sala o non sala, il nuovo pubblico. Loro gli autori, gli interpreti, i professionisti di domani, perché il cinema resta un’arte collettiva oltre che di assoluta importanza strategica, lo ha capito perfino il governo Meloni mettendo le mani sul Centro Sperimentale. E chissà cosa succederà alla Biennale, con il presidente Cicutto in scadenza e Barbera in carica sulla carta ancora solo un anno. Mai come stavolta al Lido il cinema italiano si gioca tutto. Per questo, oltre che su produzioni sempre più ambiziose e internazionali, occorre dedicare la massima attenzione ai più giovani. Sarebbe un peccato perderli. Ma sarebbe anche peggio se fossero loro a abbandonare la partita.