Parlare con Iván Fischer significa incontrare l’eleganza, semplice e naturale, dei grandi, la chiarezza di un pensiero illuminato e illuminante, la concretezza di una visione della musica che si spinge sempre oltre, in uno spazio e in un tempo declinato continuamente al futuro e al futuribile. Visionario? «Non lo sono affatto. È una etichetta che non mi appartiene», risponde lui: «Credo, piuttosto, che ogni musicista debba guardare in prospettiva, con una visione così ampia da intuire quale ruolo possa giocare in futuro la musica. Senza un preciso progetto un musicista è solo un robot».
Tra i più celebri direttori d’orchestra, Fischer sarà a Roma dal 12 al 14 ottobre per inaugurare la Stagione Sinfonica dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia dove, sul podio di Orchestra e Coro, dirigerà un programma dedicato alla Capitale, che impagina “Fontane di Roma”, “Pini di Roma”, “Feste romane” di Respighi e “O Roma Nobilis” e “Dall’Alma Roma” di Liszt. L’esecuzione della Trilogia Romana sarà accompagnata da un video di Yuri Ancarani, artista ravennate che con la sua opera avvolgerà il pubblico in una camera immersiva e realista, dove scorrono parallelamente diverse angolature della Capitale e le partiture del compositore bolognese (le tre serate inaugurali rientrano nel Bridging Europe Festival di Budapest, e sono in collaborazione con la Festa del Cinema di Roma).
Straordinario interprete, innovatore, fantasioso, raffinato e generoso nel gesto e nel suo darsi all’orchestra e al pubblico, Fischer nasce nel 1951, a Budapest dove quarant’anni fa realizza il suo primo grande sogno, la fondazione della Budapest Festival Orchestra che nel giro di poco tempo diventa una tra le più importanti compagini internazionali. Atto coraggioso, che si innesta in una Ungheria degli anni ’80 minacciata da una grave crisi economica e da forti tensioni sociali: «La cortina di ferro che circondava il mio Paese impediva il libero scambio di idee con il resto del mondo. Tuttavia la vita musicale, le attività culturali erano assai fervide e ricche. Ma il problema era la mancanza di scambio con quei movimenti che fanno scuola, la possibilità cioè di ricevere nuova linfa vitale. Ora è tutto diverso. I musicisti possono viaggiare liberamente, nel nostro Paese si può accedere tranquillamente. Ma c’è un rovescio della medaglia: con profondo dispiacere, vedo disperdersi quelle meravigliose tradizioni locali, come il sistema educativo Kodaly o la bellezza della musica gitana svanire nel nulla. È un gran peccato».
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Non solo direttore, Fischer è anche compositore, regista lirico, didatta, fervido sostenitore della funzione sociale della musica, attento alla formazione delle nuove generazioni di direttori e musicisti: «Attualmente stiamo lavorando a un nuovo modello educativo. Il prossimo anno avvieremo una accademia per trasmettere tutta la nostra esperienza. Trascorro molto tempo con i giovani, li metto al mio fianco durante le prove anche come assistenti o semplicemente come uditori. Già questo è un ottimo tirocinio».
Insomma una musica che milita, quella che descrive il maestro ungherese, che forma e forgia, anche se una dissonanza, per Fischer, minaccia il ruolo dell’interprete: «L'intelligenza artificiale è una questione delicatissima. Di recente ho ascoltato la registrazione di un nuovo lavoro di un giovane compositore. Sembrava eseguita da un’Orchestra viva, ma così non era. Purtroppo questo pone noi artisti di fronte a una grande sfida e prevedo un drammatico conflitto tra macchina e creatività umana».
Fischer è molto attivo in Italia, Paese che ama molto. «Le Orchestre hanno suoni diversi, legati alla propria appartenenza geografica. Ad esempio gli americani sono più abituati a fare un gioco di squadra rispetto agli italiani. Ma i musicisti italiani hanno un suono istintivamente bello, che non si sa da dove provenga, sembra un dono naturale, così come il fraseggio, l’espressività, la musicalità». Quindi l’Italia terra felice e ideale per la musica? «L’Italia è la culla di tutto. È terra ricolma di teatri meravigliosi, di musicisti straordinari, che potrebbero suonare sempre e ovunque. Ma mancano finanziamenti adeguati, manca una politica economico-finanziaria che incentivi le attività musicali. I teatri italiani sono di una bellezza incredibile, ma devono vivere, devono alzare i sipari, devono spalancare le porte ai tanti amanti della musica; perché il vostro Paese è generoso di teatri, in ogni angolo, e pullula anche di persone che amano profondamente la musica».