Da una parte la guerra, dall’altra l’inflazione alle stelle. Nel mezzo, un’aria generale di contestazione che agita le nuove generazioni sempre più difficili da raccontare. L’unica strada possibile da percorrere per la fabbrica dell’intrattenimento televisivo, dunque, non può che essere uno scacciapensieri capace di trasmettere solidi valori, inequivocabili certezze e un’ironia all’acqua di rose. Sembra uno specchio puntuale del palinsesto di oggi, invece era ieri, mezzo secolo esatto per la precisione, quando iniziò la messa in onda della sit-com dei record.
“Happy Days” andò in onda per la prima volta sul canale Abc alle 20 della sera del 15 gennaio 1974. La guerra in Vietnam sarebbe continuata per un altro anno e mezzo, Richard Nixon puntava a raggiungere “la pace con onore” e dello scandalo Watergate si sentiva ancora l’odore del fumo della pistola. Quale momento migliore, dunque, per mettere in piedi la ricerca dell’innocenza perduta, un prodotto capace di voltare la testa all’indietro, senza nostalgia ma anzi al contrario, trasformando il quotidiano degli anni ’50 e ’60 in un recupero vivo di un Paese sull’orlo dello smarrimento.
L’intuizione geniale nasce dalla testa di Garry Marshall e diventa in dieci anni, undici stagioni e 255 episodi, una sorta di re Mida formato tv. Trenta milioni di telespettatori il martedì, decine di colossi che si contendono lo spot iniziale, una distribuzione mondiale, una sigla che diventa una macchina da soldi e ancora oggi si canticchia con gusto, cartoni animati, cinque spin-off (tra cui due di grande successo, “Laverne & Shirley” e “Mork e Mindy”) e persino un film porno. Come si dice, un successo.
In Italia invece arriva tre anni dopo. La televisione di Stato, il cui direttore generale è il democristiano Pierantonio Berté, decide di mandare in onda “Happy Days” su
Rai Uno, poco prima del telegiornale delle 20, scommettendo sul fatto che la visione si sarebbe potuta condividere con l’intera famiglia. E la puntata ovviamente è vincente. Nel Paese spezzato dal terrorismo, la sit-com diventa così la cerniera perfetta tra la tv dei ragazzi e l’ “Almanacco del giorno dopo”, capace di raccogliere davanti alla televisione cifre monstre di milioni di telespettatori bisognosi di tradurre il sogno americano in sapori di casa nostra.
Era l’Italia che non aveva ancora mai assaggiato gli hamburger dei fast food e che guardava con sospetto gli arredamenti vintage eppure quella mezz’ora a Milwaukee, in compagnia di Richie, Ralph, Potsie e Joanie seduti da Arnold’s entrarono come un trapano nella fronte e per Fonzie armato di chiave inglese si entusiasmarono persino i metalmeccanici della Fiom.
La sit-com dalla vita quasi eterna come dimostra peraltro l’uscita del libro di Giuseppe Ganelli ed Emilio Targia “La nostra storia - Tutto il mondo di Happy Days (Minerva), viene poi riproposto nel 2008 al mattino, su Italia 1 portandosi a casa un incredibile 6 per cento di ascolti, e nel 2013 torna sul canale di Sky Fox Retrò.
Un’onda lunga, che rinforzava l’idea per la quale il suo punto di forza principale si nascondesse in un’ordinaria straordinarietà, ovvero nel riuscire a trasformare la struttura bidimensionale in un senso di appartenenza comune in cui riconoscersi con facilità. Nessuna rivoluzione, bando alle provocazioni, niente temi scottanti, possibili gravidanze come in “Grease” e anzi al contrario, una messa in scena fondata sul calore di una famiglia tradizionale senza sesso né droga, solo tracce di rock ‘n roll. Eppure, in quella sorta di cartone animato votato alla castità, nato per come rifugio per trovare nel passato una forma di rassicurante stabilità dove le donne cadevano come mosche al solo schiocco delle dita, si insinuavano a spanne virgole di realismo che rendevano possibile seguire con passione un mondo doppiamente lontano.
La famiglia Cunningham è il nucleo in forma di focolare che mantiene l’equilibrio tra la potenza e l’atto. Nella tranquilla casa borghese della provincia americana, il padre porta i soldi a casa vendendo chiodi e altre diavolerie da ferramenta. La mamma dipendente dai bigodini che sforna arrosti e amorevoli cure, tre figli, tutti bravi ragazzi votati allo studio, alla divisa, alle solide amicizie, un po’ di musica, il drive in e una trama fondata sulla forza inossidabile degli stereotipi.
Ma per riuscire a diventare un fenomeno globale dai numeri imbarazzanti non poteva fermarsi alla figurina. Serviva un tocco di realismo seppur lontano dal vero, insomma quantomeno plausibile. Come il faccione di Tom Bosley che rende Howard Cunningham un padre di famiglia normale, con le sue debolezze e le sue vanità, Loggia del Leopardo compreso. In questo assetto formato monade serviva un punto di rottura, che richiamasse le epiche bande giovanili degli anni Cinquanta ma senza spettinare nessuno.
Ed è così che nasce Arthur Fonzarelli, il bullo dal cuore d’oro nascosto dentro un giubbotto di pelle, un personaggio secondario che un attimo dopo la sua prima apparizione diventa il protagonista indimenticabile a cui si dedicano statue in bronzo al centro della città.
Episodio dopo episodio, Henry Winkler alza i pollici e si prende il suo spazio, bilanciando i pesi e le misure e rendendo fenomeno pop quel ragazzo cresciuto, votato a essere un fratello maggiore, emarginato di nascita e accolto nella famiglia dalle braccia grandi, teppista ma non troppo, irresistibile ma non bello, e soprattutto dotato di un ferreo rispetto dei codici morali della società americana. In sintesi, Dio Patria e famiglia, ancora una volta, ieri come oggi.