Papa Francesco non si chiama davvero Francesco. Si chiama Jorge Mario Bergoglio. Francesco è il nome che si è dato subito dopo la sua nomina a papa, seguendo una tradizione onomastica che si generalizzò nella Chiesa durante l’XI secolo, dopo il pontificato di Sergio IV: da allora, nessun Papa si chiama come si chiama; si chiama come sceglie di chiamarsi.
Bergoglio è il primo papa che ha scelto di chiamarsi Francesco. Francesco è, ovviamente, Francesco d’Assisi, il giovane di buona famiglia che rinunciò a uno splendido futuro di avventure amorose, poesia e battaglie per consacrarsi a Dio, l’asceta che conviveva con i poveri e con i malati e chiamava fratelli e sorelle gli animali, il fuoco e le piante, il precursore dell’ecologismo, il «poverello», come lo chiamarono i suoi contemporanei, l’incarnazione «dell’ideale di una chiesa missionaria e povera, la chiesa che predicarono Gesù e i discepoli », per dirla come lo stesso Bergoglio, «il piccolo e dolce Francesco d’Assisi», come lo chiamò Rubén Darío, l’uomo «straordinario e meraviglioso», come lo chiamò G.K. Chesterton, l’uomo «che ha già scritto questa poesia», come lo chiamò Jorge Luis Borges, il «folle di Dio», come lui stesso scelse di chiamarsi. Darsi un nome non è soltanto darsi un nome: è mandare un messaggio. Bergoglio ha scelto il nome di Francesco, il folle di Dio. Papa Bergoglio è il folle di Dio. Chi è il folle di Dio? Chi è papa Francesco? Conosciamo gli eventi essenziali della sua biografia. Eccone alcuni.

Jorge Mario Bergoglio nacque il 17 dicembre 1936 nel quartiere di Flores, a Buenos Aires, in seno a una famiglia cattolica di classe medio-bassa proveniente dal Piemonte. Era il maggiore di cinque fratelli; gli altri quattro si chiamavano Oscar, Marta, Alberto e Marıa Elena: quest’ultima è ancora viva. La lingua in casa era lo spagnolo, però i suoi nonni gli trasmisero l’italiano, che ha sempre parlato con accento portegno. Fu un bambino normale, religioso e diligente; fu anche un adolescente ordinario, a cui piaceva uscire con gli amici. Era un buon ballerino di tango. Ebbe diverse fidanzate. Il 21 settembre 1953, mentre scendeva per avenida Rivadavia per incontrare una di loro e vari amici, entrò nella basilica di San José, si inginocchiò davanti a un confessionale e si confessò. Bergoglio non ricorda per cosa lo fece, o preferisce non ricordarlo; ricorda, invece, che a confessarlo fu un sacerdote di Corrientes, di nome Carlos Duarte Ibarra, che viveva nella Casa Sacerdotale, che di tanto in tanto diceva messa nella basilica e che morì l’anno successivo, per una leucemia. Quando finì di confessarsi, Bergoglio rinunciò all’appuntamento e tornò a casa.
Quel giorno prese la decisione di farsi prete, anche se per un anno non la comunicò né alla sua famiglia né agli amici. In quel periodo studiava chimica, lavorava nel laboratorio Hickethier Bachmann e di notte si guadagnava qualche extra come buttafuori nei bar di tango. Nel 1955 si diplomò in chimica. Nel 1956 entrò nel seminario di Villa Devoto, dove si formavano i preti della diocesi di Buenos Aires e dove lo soprannominavano Il Gringo, per i suoi tratti da yankee e la sua statura anglosassone. Nel 1957 dovettero asportargli un pezzo del polmone destro per salvarlo da una pleurite che lo ridusse in punto di morte, un intervento chirurgico che gli lasciò come strascico una voce un po’ afona e un’occasionale mancanza di fiato (e che più tardi gli avrebbe impedito di realizzare la sua vocazione di missionario).
Nel 1958 chiese di entrare nella Compagnia di Gesù. Il 13 dicembre 1969, pochi giorni prima di compiere trentatré anni, venne ordinato sacerdote. Quattro anni dopo fu nominato Provinciale dei gesuiti argentini e uruguaiani, ruolo che esercitò fino al 1979. L’esercito aveva già da tempo soppresso la democrazia argentina e imposto un regime militare. A quel periodo risalgono le accuse fondate contro la Chiesa cattolica di connivenza con la dittatura; da quel periodo Bergoglio è perseguitato dalla denuncia infondata di aver facilitato o propiziato o tollerato il sequestro e la tortura di due gesuiti, Orlando Yorio e Franz Jalics, che i militari mettevano in relazione con la guerriglia montonera: è un fatto, tuttavia, che non seppe proteggere i suoi due compagni, e che si è sempre sentito responsabile di quella colpa. (È un fatto anche che in quegli anni Bergoglio diede rifugio ad alcune persone perseguitate dalla dittatura e le aiutò a fuggire dal Paese.) Tra il 1980 e il 1986 svolse l’incarico di rettore del Colegio Máximo de San José nella zona di San Miguel, a ovest della Gran Buenos Aires, il centro di formazione dei gesuiti più prestigioso dell’America latina, da dove continuò a dispiegare la sua influenza sul governo della provincia. Nel 1990, dopo un periodo di disaccordi con i suoi superiori, che lo accusavano di minare la loro autorità, di cospirare contro di loro e di dividere la congregazione, venne allontanato da Buenos Aires e condannato all’ostracismo in una residenza per gesuiti a Córdoba, dove trascorse due anni di espiazione. Da quell’oscurità lo liberò monsignor Quarracino, arcivescovo di Buenos Aires, che nel 1992 lo nominò vescovo ausiliare della diocesi e rilanciò la sua carriera ecclesiastica: nel 1997 era arcivescovo; nel 2001, cardinale. A marzo del 2013, dopo la rinuncia al papato di Benedetto XVI, vittima della sua fragilità fisica e della sua impotenza nel riformare un Vaticano messo alle strette dalla corruzione e dagli scandali, Bergoglio venne eletto papa (momento in cui si riconciliò con i suoi confratelli gesuiti, dai quali si era distanziato da più di vent’anni).

Un Papa che sembra soddisfare tutti i requisiti dell’argentino prototipico: adora il tango ed è appassionato di mate, di calcio e del San Lorenzo de Almagro, la squadra più umile di Buenos Aires; tutti o quasi tutti: il 14 marzo 2013, il giorno dopo che Bergoglio era apparso sul balcone della basilica di San Pietro annunciando che i suoi fratelli cardinali erano incorsi nella stravaganza di designare un papa giunto dalla fine del mondo, un quotidiano gratuito colombiano titolò a tutta pagina: «Argentino, ma modesto».
Un titolo imbattibile. È anche veritiero? Bergoglio è un argentino modesto? Il Papa rientra in quell’ossimoro geniale? Come qualunque persona minimamente complessa, Bergoglio è un uomo poliedrico, sfuggente, molteplice. «C’è altrettanta differenza fra noi e noi stessi che fra noi e gli altri» scrisse Montaigne. L’identità individuale è un concetto problematico (per non parlare di quella collettiva, che è una fantasia); non siamo uno: siamo moltitudini. Bergoglio non costituisce un’eccezione alla regola: non ha senso affermare che il Bergoglio infantile che dava calci a un pallone in calle Membrillar, dov’è nato, sia esattamente lo stesso del cardinale che, agli inizi del secolo, prendeva ogni settimana l’autobus per andare nelle villas miseria che circondano Buenos Aires; o che l’adolescente che divorava pubblicazioni comuniste e leggeva con piacere Leònidas Barletta, dimenticato e dimenticabile scrittore argentino di sinistra, sia identico al settantaseienne che il 18 gennaio 2015 celebrò a Manila una messa alla quale, secondo il calcolo delle autorità filippine, assistettero sei milioni e mezzo di fedeli. Il ritratto che tracciano di lui i gesuiti argentini degli anni Settanta e Ottanta non è lusinghiero: secondo loro, Bergoglio era un uomo dotato di una grande vocazione al potere, di una notevole intelligenza politica e di un progetto per la Compagnia di Gesù, ma anche un tipo personalista, duro, superbo, autoritario, divisivo, subdolo, manipolatore e intimorente (più di un novizio dell’epoca assicura che ispirava paura). Vent’anni dopo, però, quando già era arcivescovo di Buenos Aires, le testimonianze coincidono nel presentarlo in modo quasi opposto: a quel punto era un cinquantenne introverso, malinconico e un po’ tormentato, ma soprattutto un religioso che si faceva in quattro per aiutare i poveri. Il papato gli riservò una nuova metamorfosi: chi l’ha conosciuto prima e dopo il 2013 assicura che, lungi dal metterlo a disagio, quella responsabilità massima l’ha reso un anziano caloroso, pieno di entusiasmo e in pace con sé stesso, come se il soglio di san Pietro fosse stato per lui un galvanizzante benefico.
Tutti questi personaggi sono lo stesso Bergoglio, ma sono tutti diversi. Ci sono ritratti comuni a tutti loro? Pochissimi, probabilmente. Un temperamento robusto e pragmatico, scarsamente portato alla speculazione astratta e restio alle ideologie. Una prudenza che lo invita a schivare lo scontro, sebbene, quando lo ritiene necessario, non se ne stia zitto né lo sfugga, il che gli ha procurato numerose inimicizie, soprattutto nella Chiesa stessa, soprattutto nella sua stessa congregazione. I suoi nemici lo considerano astuto, qualità che i suoi amici elogiano; lo considerano (o lo consideravano) anche arrogante, intransigente e dispotico, tratti che i suoi amici negano o identificano con il suo carisma e la sua capacità di leadership: due qualità che nemmeno i suoi più fieri detrattori gli contestano. Repulsione per il fasto, per i privilegi e per ciò che definisce « la mondanità spirituale [...] infinitamente più disastrosa di qualunque altra mondanità». Una discrezione che può sconfinare nell’ermetismo: tra i gesuiti era conosciuto come «La Gioconda», per l’espressione impenetrabile del suo volto. Una tendenza individualistica che in determinati momenti si è scontrata con la disciplina ecclesiastica. Un talento comprovato per l’a tu per tu, per il rapporto personale. Doti organizzative. Capacità di concentrazione e di lavoro. Passione per la lettura e gusto per la scrittura (anche se non si è mai considerato un teologo o un erudito). Passione per l’opera, che da bambino era solito ascoltare il sabato pomeriggio, con la madre e i fratelli. Sobrietà, disciplina: da tempo immemore, Bergoglio si alza poco dopo le quattro del mattino per pregare; va a letto verso le dieci di sera; fa ogni giorno una siesta di quarantacinque minuti. Religiosità d’acciaio. In realtà, quest’ultimo sembra il tratto più costante di un uomo cangiante e sfuggente. Lo è? È la sua fede in Dio, nella resurrezione della carne e nella vita eterna la cosa che unisce tutti i Bergogli di Bergoglio?

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