Cultura
16 gennaio, 2026Un omaggio a Nanni Moretti in una commedia ambientata a Teheran. Che gioca con i temi di regime e censura. E mostra la forza della cultura iraniana
Cose mai viste: una commedia iraniana – già la formula è insolita, oggi poi non ne parliamo – in cui una sorta di Nanni Moretti persiano scorrazza per Teheran su una Vespa rosa guidata da una ragazza con i capelli blu. Situazioni surreali: il giovane in Vespa è proprio un regista, la ragazza è la sua produttrice e i due stanno andando al ministero della Cultura, dove lui cercherà di convincere i guardiani del regime a lasciargli girare il suo prossimo film. Dialoghi impagabili: il funzionario, che è solo una voce fuori campo (come nel film precedente di Ali Asgari, “Kafka a Teheran”, il Potere non ha volto), cerca di mostrarsi amichevole col giovane regista indipendente, ma snocciola proibizioni a raffica. Vietato fare film in turco, anche se il venti per cento degli iraniani parla turco (estremo paradosso, perfino la madre del censore è turca). Vietato mostrare il film a più di cinque persone senza visto ufficiale. Vietatissimo mettere un cane nel film, «poi il pubblico si affeziona e i cani sono impuri, dove andremo a finire?», ragiona il censore.
Il tono è lieve, i temi gravi, le allusioni alla realtà così puntuali che “Divine Comedy”, rivisto oggi, è un film completamente diverso da quello scoperto a Venezia. Al Lido prevaleva la satira, il divertimento e perfino un timido ottimismo. La gentilezza del tocco, l’ironia rivolta da Asgari al suo stesso mondo di registi coraggiosi ma clandestini in patria, l’idea di prendere per protagonista un vero cineasta underground, Bahram Ark, che nella vita fa film in coppia col fratello gemello Bahman, davano a “Divine Comedy” un passo svagato, originalissimo, irresistibile.
Oggi il gioco esibito tra finzione e realtà trascolora e il terrore si affaccia dietro peripezie a cavallo tra Woody Allen e Nanni Moretti (Asgari ha studiato cinema in Italia). Quando l’agognata proiezione clandestina si interrompe perché la tv annuncia la caduta di Assad, quando Bahman e la sua produttrice scoprono com’è semplice procurarsi un po’ di droga a scopo di corruzione, quando i gemelli Bahram e Bahman litigano sulle loro diverse scelte (nella finzione Bahman si è fatto corrompere e gira orribili film commerciali), è inevitabile pensare al volto più feroce degli ayatollah. Ma il bello è che alla fine il gioco, l’immaginazione, il diritto a sognare (a costruire) un mondo diverso, prevalgono. E quelle foto dei gemelli Ark bambini, poi ragazzi, poi adulti, donano al tutto una dimensione intima, domestica, famigliare, che ha pochi equivalenti. Forse l’Iran non è mai stato più vicino di così.
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