Cultura
20 gennaio, 2026Il Gem del Cairo è un monumento all’eternità del mondo egizio. Ma anche un manifesto di potere. Che riscrive il turismo culturale. E riaggiorna la passione per geroglifici e faraoni. Lo abbiamo visitato
L’edificio è su una morbida altura nel punto in cui la linea del deserto incrocia quella dello skyline della città. La facciata triangolare è inclinata secondo l’asse solare delle piramidi di Cheope, Chefren e Micerino, che a due chilometri di distanza si specchiano nel suo lucido alabastro. E se il sole trafigge il volto del potente faraone Ramses II soltanto due volte all’anno, il 22 febbraio e il 22 ottobre, quando i raggi si insinuano nell’unica finestra lasciata aperta ripetendo il miracolo che da millenni si compie ad Abu Simbel, luce ed energia investono tutti i giorni i visitatori che fanno ingresso nell’estesa hall.
Benvenuti al Grand Egyptian Museum del Cairo, il più grande museo del mondo, finalmente aperto dopo vent’anni di lavori e un miliardo di dollari di investimento.
Un monumento all’eternità della civiltà egizia. E un manifesto dell’ambizione di un Paese che ha già battezzato la costruzione “quarta piramide”. Simbolo di un’eredità prodigiosa. Ma anche emblema di soft power: dichiarato “dono dell’Egitto al mondo”, per ribadire che nulla è andato perduto, né memoria del passato né inclinazione a fare le cose in grande.
Inaugurato il primo novembre 2025, con una cerimonia in cui il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha accolto delegazioni internazionali ribadendo l’idea di un museo-ponte tra la grandeur della civiltà egizia e le tecnologie più all’avanguardia di oggi, l’edificio accoglie con il colosso di Ramses II al centro di uno specchio d’acqua: 12 metri di altezza per 83 tonnellate di granito rosso vecchio di 3.200 anni, scoperto a Menfi nel 1820 dall’esploratore genovese Giovanni Battista Caviglia, per anni esposto nell’omonima piazza nei pressi della stazione centrale del Cairo, poi temporaneamente collocato sull’altopiano di Giza prima del suo definitivo trasferimento: evento spettacolare scandito dalle note della “Marcia trionfale” dell’Aida, con il giovane guerriero Radamès che “Ritorna vincitor!”.
A fargli compagnia, sempre nell’atrio del museo, le statue in granito di Tolomeo II e della sua regina, rinvenute nella città sommersa di Thonis-Heracleion, nella baia di Abu Qir, vicino ad Alessandria. Una colonna celebra le vittorie di re Merenptah su prigionieri barbuti sottomessi con le corde. Su un trono in calcare è assiso il faraone Sesostri I, che dominò un’epoca di straordinario splendore. E se tutto è un esplicito riferimento all’elemento geometrico della piramide, gli spettacolari gradoni che dal foyer conducono ai livelli superiori richiamano per un attimo quel Louvre il cui simbolo è proprio la piramide immaginata dall’architetto sino-americano Ieoh Ming Pei e realizzata a Parigi nel 1989.
Museo dei record, il Gem vanta una superficie di 500.000 metri quadrati, pari a 70 campi da calcio, e sfoggia 100 mila reperti archeologici per sette millenni di Storia, distribuiti tra 12 grandi sale espositive e 50 gallerie tematiche.
La scalinata monumentale, con statue e steli disposte lungo le rampe, si sviluppa come una gigantesca didascalia della filosofia espositiva del museo. Dove i reperti non sono organizzati cronologicamente, ma disposti in modo da offrire un’esperienza attraverso quattro macro-temi: la rappresentazione della regalità, con sculture di sovrani come Akhenaton, che abbandonò il politeismo egizio per imporre una religione basata sul culto del dio Aton, il disco solare, e di Hatshepsut, la prima donna faraone e una delle più potenti figure del mondo egizio classico; il rapporto del faraone con il popolo, con l’esposizione di elementi architettonici provenienti da antichi templi; la relazione del faraone con gli dei, i doni e i riti in cambio della loro protezione; il viaggio verso l’eternità, dedicata ai sarcofagi di epoche e fatture diverse. Più in alto di tutto la prospettiva sul deserto, con grandi vetrate a incorniciare una delle sette meraviglie del mondo.
Al terzo piano è il cuore più emozionante del Gem: il tesoro di Tutankhamon, il leggendario faraone ragazzino che ha realizzato il sogno di ogni antico egizio, come ricorda anche il direttore del Museo di Torino, Christian Greco, nel libro “Tutankhamun” (De Agostini): “Far risuonare il proprio nome nelle bocche dei viventi per sempre, per non essere dimenticato”. E se già il nome di Tutankhamon era ripetuto dai milioni di turisti in pellegrinaggio al suo monumento funerario nel vecchio museo del Cairo, le gallerie del nuovo edificio rinnovano lo stupore e l’emozione provati dall’archeologo inglese Howard Carter e dall’egittologo e finanziatore Lord Carnarvon quando, il 4 novembre del 1922, ritrovarono nella Valle dei Re i tre sarcofagi antropoidi, in quarzite e oro massiccio, e l’impressionante corredo funerario.
Prima di tutto, la celebre maschera funeraria da undici chili d’oro con intarsi in corniola e lapislazzuli del faraone “immagine vivente del dio Amon”, con la testa del dio falco Horus sul collare composto da dodici fili di perline. E poi gli oltre 5.000 oggetti preziosi rinvenuti nella tomba, raccolta di manufatti di straordinaria qualità: sedute, tra le quali il trono d’oro, con spettacolari intarsi di pietre dure, il carro cerimoniale, la cassetta per contenere i vestiti, gli strumenti musicali, il cibo e i fiori, le armi e i gioielli, le sculture della servitù e gli amuleti, persino i giochi da tavolo in legno e avorio, come il “senet” a forma di scacchiera. E i corpicini di due bambine nate morte, mummificate, probabilmente figlie del faraone e della moglie, anche lei giovanissima, Ankhesenamon. Tutto accatastato alla svelta, prima di rimanere sepolto per secoli e secoli, all’interno della tomba numero 62 della King Valley. E oggi riunito in una vertiginosa sintesi di Storia, psicologia, filosofia, medicina, spiritualità egizia: trascendere il tempo, sconfiggere la morte, riproporre nell’aldilà la vita di qua: gli amici e la famiglia, i riti e i piaceri.
Emblema spirituale della navigazione verso l’eternità è un altro imperdibile capolavoro: la Barca solare di Khufu, Cheope, lunga oltre 40 metri, simbolo della genialità tecnica dell’Antico Egitto. E dell’impegno di oggi per ribadirla: un edificio intero per esporla, un percorso ascensionale che consente di apprezzarla nei diversi livelli. E di scoprire il lavoro di restauro: perché il Gem non vuole essere solo un luogo d’esposizione, ma anche una sede di ricerca, di conservazione, di studio, con tanto di archivi documentari, una biblioteca, un centro educativo. Un modo per riaffermare la centralità culturale dell’Egitto e la sua capacità di rivaleggiare con le altre più importanti istituzioni.
Non è un caso che proprio nelle ultime settimane sia tornato a imporsi con forza il tema del recupero del patrimonio culturale nazionale fuori dai confini egiziani. A partire dal magnifico busto di Nefertiti, esposto al Neues Museum di Berlino, dove fu portato all’inizio del Novecento durante gli scavi della Società orientale tedesca diretta dall’archeologo Ludwig Borchardt nel sito dell’antica città di Akhetaton. Gli archeologi egiziani, capeggiati da Zahi Hawass, ne chiedono da anni il rientro e ancor di più oggi, in considerazione dell’adeguata ospitalità che il nuovo edificio è in grado di garantire. «Il Gem è il posto migliore per ammirare Nefertiti», ha detto l’ex ministro delle Antichità: anzi, «non c’è museo che regga il confronto con il Gem».
E non c’è solo la splendida regina, modello di bellezza femminile che ha forgiato i nostri immaginari. All’appello mancano opere come lo zodiaco di Dendera, bassorilievo trasferito a Parigi nel 1821 e dal 1922 esposto al Louvre e soprattutto la stele di Rosetta, scoperta dalle truppe napoleoniche nel 1799 e tra i pezzi più ammirati del British Museum di Londra. L’Egitto ha di recente recuperato 36 importanti reperti archeologici dagli Stati Uniti, ma non è detto che l’orgoglio nazionale basti a semplificare le diatribe sulla legittimità di queste più simboliche acquisizioni. Certo è che le aspettative intorno alla nuova costruzione – iniziata nel 2005, sospesa durante la Primavera araba, ritardata prima dalla pandemia di coronavirus poi, “per responsabilità nazionale”, dall’instabilità mediorientale – sono altissime.
Dietro l’elenco dei record intorno all’edificio che punta alla grandiosità; oltre l’enfasi sul messaggio di pace che la costruzione intende lanciare, filosofia spirituale di un mondo rappacificato dal mistero della bellezza originaria, c’è un’intensa e programmata campagna di marketing. E una precisa volontà di fare dell’area desertica a sud-ovest del Cairo l’attrazione culturale del Paese e il catalizzatore di una rigenerazione del turismo, arrivando ad accogliere fino a 7 milioni di visitatori all’anno. I passaggi sono già concreti: potenziamento del vicino aeroporto di Sphinx per proporre collegamenti più diretti, riqualificazione di tutta l’area di Giza, una linea di metropolitana capace di avvicinare in quindici minuti piazza Tahrir all’ingresso del museo, nuove strutture alberghiere, un tunnel con caffè e negozi per collegare l’edificio all’area archeologica delle piramidi. Investimenti ottimistici e impegnativi in un Paese economicamente in difficoltà, con un alto tasso di disoccupazione e dove le libertà civili e politiche restano limitate, che tuttavia affida a opere faraoniche la sua narrazione: come il Gem. E come il nuovo Cairo, città amministrativa costruita nel deserto, a una settantina di chilometri dalla capitale da oltre 20 milioni di abitanti.
A dispetto dei nostalgici del vecchio museo, il Museo egizio di Tahrir progettato da Marcel Dourgnon nel 1902 con impianto neoclassico, dove ancora sono custodite le collezioni delle mummie; nonostante il sovraffollamento da overtourism (un sistema di prenotazione online garantisce ora, dopo aver preso le misure, che il numero dei biglietti giornalieri non superi i ventimila), è indubbio che il Gem stia già riaggiornando l’egittomania internazionale. E se il Paese nel 2024 ha registrato un numero record di 15,7 milioni di visitatori, il governo sogna ora di raddoppiare quella cifra entro il 2032.
Del resto, come dimostrano le mostre sold out, il successo dei talk, l’attenzione a libri e trasmissioni tv, la passione per l’Egitto è ovunque sconfinata. Perché l’Egitto «è un tassello fondamentale per capire chi siamo oggi: la civiltà è nata lì», nota sempre Christian Greco. Perché, come ripeteva il premio Nobel Nagib Mahfuz, «Cairo non è una città. È un mondo intero». E la terra di Osiride e Iside, sottolinea Natasha Solomons nel romanzo “Io sono Cleopatra” (Neri Pozza), non aspetta altro che confermare il nostro destino di uomini: tendere all’immortalità.
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