Cultura
26 gennaio, 2026Un set che riunisce padre e figlia. Un film nel film. Un omaggio a Bergman. Arriva in sala il Gran Premio della Giuria di Cannes
Quattro personaggi più uno, che li riassume e li contiene. Due sono attrici, uno è un regista, la quarta è la sorella di una delle due attrici ma è anche la coscienza segreta di questa polifonia illuminata dalla luce dolce e insieme tagliente dell’estate norvegese. La prima sorella, Nora (Renate Reinsve), è un’interprete di grande talento e conclamata infelicità. La seconda, Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas), fa la storica e ha un compagno, un bambino, una vita forse più risolta. L’altra attrice invece (Elle Fanning) viene da Hollywood ed è lì per girare il film che Nora ha rifiutato.
Il film segna il ritorno sul set di un grande e ormai anziano regista norvegese (Stellan Skarsgård). Che vorrebbe girarlo proprio nella casa di Nora e Agnes, luogo magnifico oltre che carico di Storia e di storie. Ed è proprio lei, quest’antica dimora dalla facciata scarlatta, il quinto personaggio di “Sentimental Value”, Gran Premio della Giuria a Cannes. Lo è fin dal prologo, quando la piccola Nora, futura attrice, spinta dalla maestra a scrivere un tema «dal punto di vista di un oggetto», sceglie la casa in cui la sua famiglia vive da generazioni.
Fin qui abbiamo taciuto l’essenziale: il grande regista è anche (soprattutto) il padre di Agnes e Nora. Andatosene di casa quando erano bambine, oggi riappare con discutibile tempismo per i funerali della mamma psicoterapeuta. Pensare a Bergman è inevitabile, ma Joachim Trier (suo l’irresistibile “La persona peggiore del mondo”, già con Renate Reinsve) ha tutt’altra mano. Lieve, ariosa, in sintonia col modo contemporaneo di vivere nevrosi e tormenti, la regia del norvegese dipana poco alla volta il viluppo di incomprensioni e rancori che mina i rapporti tra i protagonisti. Battendo con maestria (e qualche piccola insistenza, sono come sempre più di due ore) su un tasto fecondo. Il Cinema (l’Arte) contro la Vita. Il cinema che divora vita e affetti ma trasfigura, emenda, redime. Il cinema come unica possibile elaborazione di torti e dolori passati. Il racconto, anzi la rappresentazione, come via suprema per la catarsi.
Non è una novità, ma Trier scava in questo romanzo famigliare saltando con grazia e determinazione da un “set” all’altro: il teatro, il cinema, la famiglia, il peso della creazione e dell’età, i traumi sepolti nelle generazioni precedenti (vedi alla voce nazismo). Quel “morphing” che fonde padre e figlie in un solo volto magari è di troppo. Ma il misto di dolore, riconoscenza, sollievo, sgomento, che affiora sul viso di Stellan Skarsgård a fine percorso, vale da solo il film.
Sentimental Value
di Joachim Trier
Francia-Norvegia-Danimarca-
Germania-Svezia, 133'
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