Cultura
13 febbraio, 2026Il neuroscienziato ha scritto un saggio sulla nostra soggettività, riscritta dall'intelligenza artificiale. E in questa intervista ribadisce il ruolo decisivo del corpo
Come cambia l’esperienza umana se la vita è sempre più intrecciata a dispositivi interattivi e ambienti digitali immersivi? Cosa resta del corpo, dell’empatia e della memoria, mediati dall’intelligenza artificiale? Soprattutto: che cosa possiamo ancora diventare in questa continua relazione con la tecnologia?
«Essere umani significa inventare. Non solo adattarsi ma ri-significare. Siamo esseri narrativi, estetici, immaginativi. Siamo inventori di mondi», premette Vittorio Gallese, professore di Neuropsicologia e Neuroscienze cognitive all’Università di Parma, da anni impegnato nella ricerca sul rapporto tra cervello, corpo e relazioni.
Agli inizi degli anni Novanta, con i ricercatori del Laboratorio di Neurofisiologia della sua università ha scoperto i neuroni specchio, prova che il sistema motorio non è solo esecutivo, ma anche percettivo: quando osserviamo un’azione attiviamo internamente gli stessi circuiti che useremmo per compiere quegli stessi gesti. Oggi studia le mutazioni in atto attraverso la lente dell’embodied cognition, «strumento per pensare il corpo come crocevia tra natura e cultura, tecnica e significato». Perché non si può comprendere la mente ignorando il corpo, dice sostanzialmente: e anche capire gli altri è anzitutto, e sempre, una questione di corpo.
«In un’ecologia mediale sempre più pervasiva, predittiva e interattiva siamo chiamati a ripensare la nostra soggettività. Non come un’entità stabile, chiusa in sé, ma come processo dinamico e relazionale», dice. È “Il sé digitale”, come si intitola il suo ultimo saggio (appena pubblicato da Raffaello Cortina Editore): non esterno al corpo ma fatto di pratiche riconfigurate dalla mediazione algoritmica.
Professor Gallese, di fronte a una tecnologia così pervasiva, alla quale non solo siamo esposti, ma che incorporiamo e di cui siamo protagonisti anche senza consapevolezza, cosa significa essere umani?
«Cominciamo col dire che siamo esseri carnali, quindi la nostra essenza è corporea e la nostra intelligenza è sempre accompagnata dalle emozioni e dall’affettività. E siamo legati a filo doppio alla tecnologia: a partire dall’invenzione del fuoco fino all'intelligenza artificiale, la tecnologia è intrinseca alla nostra natura. Certo, stiamo vivendo tutto a una velocità incredibile: il nostro corpo, la nostra psicologia, la nostra modalità di essere nel mondo oggi ci pongono di fronte a cambiamenti costanti. È come cercare di mantenersi in equilibrio su una superficie che si muove continuamente. Questo impone la necessità di capire in quale mondo stiamo entrando. Una scienza della mente incarnata deve articolarsi su più livelli: neurofisiologico, esperienziale, relazionale e culturale».
Il corpo è spesso indicato come l’argine alla smaterializzazione, come frontiera della nostra umanità. Lei dice invece: il digitale non solo non cancella la corporeità, ma la rilancia in forme nuove.
«La ridisegna. Non si può comprendere la mente ignorando il corpo. Siamo strutturalmente predisposti per sintonizzarci con il cervello degli altri, in un processo di risonanza intercorporea. È attraverso il corpo che diventiamo ciò che siamo. E il corpo è fatto di relazioni continue con il mondo e con gli altri. Il corpo resta oggi il punto di ancoraggio, ma è un ancoraggio dinamico, continuamente ridefinito dai dispositivi che ne estendono o ne contraggono le possibilità».
“La visione portatile non abolisce il corpo: lo riprogetta, lo riscrive secondo grammatiche sensibili nuove, in cui il tocco, la distanza, la postura, la luce, la temporalità diventano variabili operative”, scrive. Se siamo predisposti a stare con gli altri, e a imitarli, e se l’altro è sostituito da un algoritmo, cosa succede?
«Se l'altro è sostituito da un algoritmo – un altro artificiale, oltretutto programmato a tavolino per compiacerci, per lusingarci, per renderci dipendenti – il rischio è che quello stile di relazione diventi il parametro che facciamo nostro anche quando non parliamo più con Claude o con ChatGP, ma ci rivolgiamo a un essere umano in carne e ossa».
Cioè è l’empatia, sotto attacco di questi tempi, a uscirne depotenziata? A furia di frequentare avatar e chatbot rischiamo rapporti semplificati con l’altro?
«Il pericolo è che l’altro non ci sorprenda più, perché ci assomiglia sempre di più. E che sempre meno riusciamo a tollerare l’alterità incarnata. Quello che ci ha portati fino a qui, che ci ha fatto attraversare ere geologiche, è stata la nostra capacità di modificarci e modificare l'ambiente. Il nostro cervello, lo sappiamo bene, è estremamente plastico e il cambiare del contesto cambia anche il modo in cui noi ci adattiamo. Fino a ora abbiamo piegato la natura per massimizzare la nostra adattabilità e, in fin dei conti, la sopravvivenza della specie. Oggi il rischio è che dalla parte dei bottoni ci sia solo una piccola, ristrettissima parte della specie umana, che detiene il monopolio di tecnologie con la caratteristica di essere incredibilmente insinuanti e capaci con grande facilità di renderci dipendenti, se non riusciamo a sviluppare un uso più creativo di queste tecnologie».
Una dimostrazione di quanto la tecnologia sia deliberatamente segreta è il meccanismo che presiede alla memoria digitale: ricorrenze, notifiche su avvenimenti di un anno fa ci vengono riproposte in modo inatteso, aggregate spesso in modo sorprendente. È come se qualcuno decidesse per noi cosa valga la pena conservare e ricordare.
«Ogni soggetto è corporeo, ma anche fondamentalmente linguistico-narrativo. Il nostro sé narrativo è la storia del nostro incontro col mondo, che è fatta di memorie. Le memorie digitali non sono spontaneamente evocate ma dirette da algoritmi: gli algoritmi propongono narrazioni affettivamente ottimizzate. Sui social, lo scopo è di aiutarmi a condividere quel ricordo, a postarlo, a ricevere like, ad alimentare tutto il sistema. Ma se non sono più io a costruire il mio storyboard, ed è l’algoritmo a determinarlo, perdiamo autonomia: diventiamo traduttori di una curatela di cui non siamo i soggetti, anzi siamo gli oggetti. Dobbiamo sforzarci di resistere all'idea che ci siamo incamminati per una strada già determinata da qualcun altro. Certo per farlo serve un surplus di conoscenze».
Chi può aiutarci ad acquisirle?
«Scuola e famiglia hanno responsabilità enormi, l’università deve ripensarsi. La scuola dal mio punto di vista non sta al passo di questa accelerazione enorme e per questo adotta la soluzione proibizionista: paradossalmente in un'epoca sempre più digitale, in cui il nostro rapporto con il mondo richiederà più competenze nel gestire queste interfacce, la sola idea è quella di mettere sotto chiave i dispositivi per le 4-5 ore che i ragazzi stanno in aula».
Cosa dovremmo fare?
«Esattamente il contrario, anche perché queste tecnologie non sono semplicemente dei gadget. Sono agenti trasformativi della nostra visione del mondo. E oggi il mondo è immagine e l'immagine è il nostro mondo. Quindi, se noi non sappiamo leggere le immagini, se non sappiamo come si costruiscono, siamo poco o male equipaggiati. Ci troviamo dentro una vera e propria rivoluzione. Che da un lato è eccitante, perché si aprono opportunità che ancora facciamo fatica a comprendere, ma dall'altro, come ogni rivoluzione tecnologica sicuramente creerà problemi nelle nostre società. Per questo è necessario uno sforzo di comprensione, di informazione, di educazione. E di resistenza».
E come si resiste?
«È una resistenza del corpo, che significa adattare le condotte di una sana e educata relazione con l'altro, anche quando avviene attraverso il filtro di queste interfacce. I casi sono due: o la tecnologia vince e noi diventiamo copie della matrice tecnologica, oppure pieghiamo la tecnologia e la utilizziamo per riaffermare la nostra caratteristica di persone sensibili, che hanno bisogno degli altri. L’atrofia dell’autonomia critica non è un destino tecnologico inevitabile, ma una scelta culturale».
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