Cultura
26 febbraio, 2026A Milano lo stilista porta in scena una collezione che suggerisce memoria, identità. E ciò che le nostre case contengono
La moda di Antonio Marras è forse una delle poche in Italia che non teme il rischio della densità culturale, dell’allusione letteraria o del riferimento antropologico. Mentre molta produzione contemporanea rincorre la sintesi visiva, lo stilista/artista (è alla galleria M77 di Milano con la mostra "Maria Lai/Antonio Marras: Paso Doble") di Alghero continua a praticare l’accumulo di senso come stratificazione.
La collezione autunno-inverno 2026/27 insiste su questo metodo e il titolo — L’abitare se stessi — non è uno slogan, ma un programma ben preciso, perché lui ama lavorare sull’abito come spazio mentale oltre che sulla forma. Il guardaroba diventa così un’architettura identitaria che oltre a proteggere il corpo organizza la memoria.
Il racconto iniziale, con la Jana e la chiocciola, non è un ornamento poetico e funziona come una chiave di lettura dell’intera collezione. Marras ragiona da anni su un’idea di nomadismo interiore: il portarsi dietro le proprie stanze (con i suoi amati letti), le proprie storie e i propri luoghi. Ed ecco allora che la chiocciola — caragol, in algherese — è dunque un simbolo perfetto, un dispositivo concettuale e non mero folclore.

Le forme seguono questa impostazione narrativa, le tuniche in seta salvia emergono da strati di pizzo come reperti che riappaiono dalla terra e le giacche maschili, costruite con un rigore quasi britannico, vengono attraversate da trame floreali e fili dorati che spezzano la disciplina sartoriale senza dissolverla. Non c’è nessuna provocazione, ma un’infiltrazione anche piacevole, perché Marras non distrugge il codice, semmai lo contamina.
Il punto più interessante resta poi la gestione del tempo. Questa moda non sembra voler essere contemporanea nel senso corrente del termine, piuttosto sembra voler dimostrare che il contemporaneo è sempre una sovrapposizione di epoche. I velluti, i damaschi, i broccati e i merletti con rose carminio non costruiscono un passato ricostruito, ma una simultaneità. Lo stilista lavora così come uno storico delle immagini che monta, riassembla e ricuce. Persino l’operazione sulle giacche “di recupero” — realizzate con pezzi di capi precedenti, smontati e ricomposti — evita la retorica ecologica di maniera. Qui il riuso non è messaggio morale e la memoria diventa materiale da taglio. La rosa - declinata anche in latino - è un passepartout accessorio e necessario che profila e incanta. Dentro questo sistema simbolico, la Caragol emerge come fulcro, come una borsa interamente realizzata a mano che evita l’idea di accessorio vistoso, non grida status, ma suggerisce appartenenza. L’ispirazione linguistica rimanda ad Alghero e alla sua storia stratificata, ma soprattutto restituisce una nozione di casa portatile.
«Il vero lusso, oggi, coincide con la possibilità di non smarrirsi», ci dice lo stilista dopo lo show. Interessante anche la scelta commerciale del see now buy now, che in altre mani sarebbe solo un adattamento al ritmo globale. Qui assume un senso diverso: se l’abito è un’estensione della propria interiorità, allora non può restare sospeso nella distanza rituale tra passerella e negozio, deve entrare subito nella vita.
La coerenza tra pensiero e prodotto resta la qualità più rara del lavoro di Marras. Non c’è scarto tra narrazione e vestibilità, tra immaginario e mercato. Il suo mondo continua a essere riconoscibile perché non nasce da un tema stagionale, ma da un’ossessione costante di trasformare il vestire in un atto culturale, in una moda che richiede tempo, lettura ed attenzione che non seduce con l’evidenza, ma con la profondità. Più che una sfilata, Marras propone ogni volta un piccolo sistema di pensiero tessile e allora, più che guardarla, questa moda viene voglia di abitarla.
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