Cultura
27 febbraio, 2026Alla Milano Fashion Week sfila la prima collezione del nuovo direttore creativo. In una scenografia museale. Che sottolinea una rinascita figlia di una lunga storia
La schiena di Kate Moss, nuda sotto una cascata di paillettes nere, è l’ultima immagine che resta. Non è soltanto un corpo che avanza lento, ma un’epigrafe. Dal fondo della scollatura affiora il celebre G-string con la fibbia GG, reliquia di un 1997 che porta la firma di Tom Ford per Gucci. Un dettaglio che allora fu detonazione erotica e oggi è citazione consapevole, quasi filologica, ma come ogni citazione ben riuscita, non è un gesto di nostalgia, piuttosto un modo per dichiarare una genealogia.
L’omaggio a Ford, del resto, non è un esercizio di stile. È un riconoscimento di paternità simbolica. Se Ford aveva imposto a Gucci una disciplina del desiderio - con linee affilate, office-core sensuale, pornografia trattenuta dentro la misura sartoriale – Demna prende quell’alfabeto e lo espone come si fa con i classici, giusto e solo per verificarne la vitalità. La cultura, in fondo, è sempre un sistema di note a piè di pagina e la moda, quando è grande, non è che un apparato critico indossabile. Il finale Gucci Autunno/Inverno 2026/2027 by Demna con Kate Moss funziona allora come una chiosa: la supermodella che ha attraversato gli anni Novanta come un’apparizione laica torna a incarnare un’idea di femminilità che non chiede scusa. Le rondini tatuate sul fondo schiena, il perizoma logato che ondeggia e la schiena offerta allo sguardo non sono provocazioni, ma una memoria resa epidermica. L’abito, che a sua volta citava un’eco di Halston, diventa un palinsesto di rimandi ed è in questa stratificazione si legge l’intelligenza del progetto: non cancellare, ma sovrascrivere.
Eppure, la vera chiave dello show non sta soltanto nell’archivio, ma nella famiglia, non quella anagrafica, ma quella scelta. Demna lo aveva anticipato con “La Famiglia”, sfilata-non-sfilata che già alludeva a una comunità elettiva, fatta di caratteri più che di ruoli. La sua Gucci Autunno Inverno 2026-27 è un album domestico allargato con la sciura impellicciata e il club kid, il manager dall’aria esausta e la ragazza che sembra uscita da un rave, la top model e il volto sconosciuto. Non un casting inclusivo per dovere, ma una costellazione di archetipi che convivono senza gerarchia. La famiglia che ci si costruisce somiglia raramente a un idillio. È un luogo di attriti, di idiosincrasie e di affetti scomposti, e’ fatta di pregi e difetti che non si negoziano. Demna sembra suggerire che anche un marchio possa essere così: non una “maison” nel senso ortodosso, ma un organismo che respira contraddizioni. In passerella, l’uomo e la donna dialogano e si smentiscono, il glamour convive con il campo e la disciplina sartoriale si incrina in eccessi deliberati all’insegna della convivenza. La scelta di ambientare idealmente lo show in una Galleria degli Uffizi immaginaria aggiunge un ulteriore livello. L’eco della Primavera di Sandro Botticelli – da cui nacque la collezione Flora di Gucci – agisce come allegoria: la rinascita non e’ una rottura, ma un ritorno consapevole. La bellezza, nell’iconografia rinascimentale, è sempre un fatto collettivo - un corteo di figure che si tengono in equilibrio - ed è così che qui la moda diventa una scena corale, un teatro di caratteri.

Il cast, da Mariacarla Boscono a Karlie Kloss, fino alla stessa Moss, è parte integrante di questa drammaturgia. Non semplici modelle, ma personaggi, donne che portano con sé una biografia pubblica che stratifica il significato degli abiti. È la lezione più sottile di Demna: la moda non veste individui astratti, ma storie.Si dirà che tutto questo è calcolato. Certo che lo è, come potrebbe essere il contrario? La cultura è sempre calcolo e rischio insieme. Il punto, semmai, è un altro: in un’epoca che pretende purezze stilistiche e identità lineari, Demna sceglie l’imperfezione come metodo.
La famiglia che mette in scena non è un modello morale, ma un dato di fatto: nessuno si salva da solo, e nessuno è mai soltanto una cosa (citate pure da soli Anna Karenina). Quando Kate Moss scompare dietro le quinte, la schiena nuda resta come un sipario che si chiude.
L’omaggio a Tom Ford ha compiuto il suo giro, la genealogia è stata riconosciuta e la comunità è stata convocata, ma l’impressione più persistente non è quella di un ritorno agli anni Novanta, quanto, piuttosto, la sensazione che Gucci, sotto la regia di Demna, abbia deciso di comportarsi come fanno le famiglie vere: ricordare tutto, perdonare quasi niente e andare avanti lo stesso.
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