Cultura
18 marzo, 2026Una cena di classe, ogni anno, fino agli ultimi tre superstiti. È l'idea, crudele e divertita, del romanzo "I convitati di pietra"
Non c’è niente di più deprimente delle cene di classe: di quelle rimpatriate che hanno perso la goliardia della prima volta e si trasformano in ambigue, reciproche ispezioni. E se si pensa che a bluffare l’effetto nostalgia basti la regolarità degli incontri, con meno sorprese e colpi di scena, niente è più sbagliato: quei vecchi coetanei – un tempo amici, oggi irrimediabilmente estranei – resteranno sempre specchio delle nostre rughe, confronto delle nostre possibilità, riflesso di ciò che volevamo essere e siamo diventati.
Con l’occhio divertito, affilato da un disincanto che non disdegna la cattiveria, e con quella sua preziosa, radiosa scrittura, Michele Mari ha scritto “I convitati di pietra” (Einaudi), un romanzo sulla routine di una cena lunga un’esistenza intera. Anzi, trenta vite. Quanti sono gli studenti di una classe di liceo che il 22 luglio del 1975, festeggiando il primo anniversario dell’esame di maturità, stringono un accordo di sangue e di denaro: versare tutti gli anni una cifra e rivedersi, nella stessa data, anno dopo anno. Costruiranno un capitale che col tempo diventerà una fortuna. Da spartire tra gli ultimi tre sopravvissuti.
Sotto lo sguardo di una Milano protagonista, con le sue strade e con i suoi riti, i suoi locali e le pose della gente, il gruppo si ritrova, come da accordi, in appuntamenti prima affollati e spensierati, fatti di arte e di politica, matrimoni e separazioni, figli e hobby; poi sempre più investiti da problemi di lavoro, malattie, primi caduti. E mentre il montepremi cresce strane cose accadono, ossessioni si fanno strada, sospetti e macumbe escono allo scoperto intossicando l’accordo. Ma a cambiare le regole, in fondo, non ci sta nessuno: perché se gli ex amici sono ormai accaniti sfidanti di un’immaginaria roulette, le inquietudini della vecchiaia, i desideri presi per la coda, i bollettini sugli stati di salute, la curiosità di vedere come andrà a finire tengono avvinti tutti. In un meccanismo impietoso e perfetto che centra il senso dello sciagurato patto: “salare il sangue della vita, mai così piena come quando è percepita in opposizione alla morte”.
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