Cultura
21 marzo, 2026Il divo produce e interpreta un film centrato sulla sua amicizia con un alieno improbabile. Si ride, ogni tanto, ma dura più di due ore
Una decina d’anni fa gli statunitensi Phil Lord e Christopher Miller, classe 1975, dimostrarono cosa si poteva fare combinando le più celebri saghe della cultura pop con uno dei giochi più famosi del mondo. Il risultato, “The LEGO Movie”, lasciò tutti a bocca aperta per il divertimento sfrenato, il vertiginoso virtuosismo e soprattutto la complessità di una sceneggiatura che incrociava gli universi più disparati senza smettere di riflettere sul loro funzionamento e sul loro significato.
Sceneggiatori Oscar di un altro mèta-film d’animazione, “Spider Man - Un nuovo universo”, poi distratti dai vari spin off di “LEGO Movie”, Lord e Miller tornano alla regia con un film che inizia come “Passengers”, con Ryan Gosling che si sveglia dal coma indotto, unico sopravvissuto a bordo di un’immensa astronave diretta chissà dove; quindi sterza in direzione “Arrival”, il grande film di Denis Villeneuve centrato sugli sforzi per comunicare con una specie aliena. Ma presto prende una strada più leggera cucita addosso al carisma istrionico del protagonista-produttore, a tratti divertente ma nel complesso deludente considerando il talento dei registi e la durata come sempre eccessiva.
Spedito in una missione senza ritorno, il biologo Gosling deve infatti impedire che alcuni organismi ignoti colonizzino il Sole facendo crollare la temperatura (altro che emergenza climatica: il problema sarà il freddo, non il caldo). Scoprirà che la minaccia riguarda anche altri sistemi solari. In particolare un astronauta alieno e come lui solitario, un incrocio fra una tarantola e una betoniera che si rivelerà amichevole, estroso e tecnicamente portentoso. L’incontro fra l’aitante protagonista-produttore e l’alieno senza volto, che naturalmente diventeranno amici per la pelle, i loro duetti comici (con omaggi a diversi divi), l’esplorazione delle rispettive navi spaziali, il sentimento che finirà per legarli, è la vera ragion d’essere di un film brillante ma molto convenzionale (la scienziata Sandra Hüller e gli altri sapienti confinati su una portaerei visti oggi mettono i brividi). Che dovrebbe celebrare l’amicizia ma la dice lunga sull’attuale involuzione di Hollywood.
Come tutta la cultura pop, infatti, i film di fantascienza rispecchiano umori, paure, aspirazioni, pregiudizi. Ma come tutti i prodotti hollywoodiani sono anche un indicatore spietato del modo in cui il cinema Usa concepisce i suoi spettatori. Ovvero del gioco a cui li invita attraverso i suoi prodotti. Un gioco molto infantile in questo caso. Un po’ troppo per non mettere a disagio.
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