Cultura
25 marzo, 2026Storico dell’arte, architetto, pittore. Icona del Rinascimento, che vede Roma culla di una visione inedita. Esposte ai Musei Capitolini ottanta sue opere tra disegni, quadri, documenti
In pochi nomi della cultura europea il binomio fama e oblio è così stretto come in quello di Giorgio Vasari. Citato incessantemente nei manuali, studiato dall’università e inserito in schemi didattici che lo riducono a simbolo della storia dell’arte, il pittore e architetto aretino (1511-1574) rischia di apparire come un luogo comune della conoscenza. Eppure, dietro la familiarità, si cela la radicalità di un progetto che ha trasformato la percezione stessa dell’arte.
Grazie a lui, infatti, per la prima volta nella storia europea le immagini sono state concepite come parti di un racconto organico in grado di narrarsi attraverso il tempo. Tale progetto si concretizza nel suo libro più celebre, “Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori”, pubblicato per la prima volta nel 1550 (l’edizione attuale più completa è quella di Einaudi), un’opera che ha definito il modello stesso della storia dell’arte occidentale. La mostra “Vasari e Roma”, ai Musei Capitolini fino al 19 luglio, restituisce questa complessità. Curata da Alessandra Baroni con il coordinamento scientifico di Claudio Parisi Presicce (e il contributo di studiosi come Barbara Jatta, Federico Giglio, Eliana Carrara, Federica Maria Papi, Cristina Conti, Ricardo De Mambro Santos e Bruce Edelstein), l’esposizione raccoglie circa ottanta opere tra dipinti, disegni, incisioni e documenti provenienti da istituzioni come gli Uffizi, Palazzo Barberini, la Biblioteca Apostolica Vaticana e il Museo e Real Bosco di Capodimonte. L’allestimento non celebra il maestro in chiave commemorativa ma mette a fuoco un nodo cruciale della sua biografia, ossia il rapporto con Roma, laboratorio intellettuale e formativo che segnerà la genesi delle Vite. Arrivato nel 1532 al seguito del cardinale Ippolito de’ Medici, Vasari trovò una Roma ancora segnata dalle cicatrici del Sacco del 1527, ma già in piena ricostruzione. Tra cantieri monumentali, collezioni antiquarie e circoli letterari, l’Urbe si configurava come un ecosistema culturale unico in Europa. Qui il giovane artista aretino ritrova Francesco Salviati e osserva con instancabile attenzione le rovine antiche e i capolavori contemporanei. Dalle invenzioni pittoriche di Raffaello Sanzio alla vertiginosa anatomia michelangiolesca della Cappella Sistina, fino all’architettura in corso di rinnovamento della Basilica di San Pietro, «ma ciò che lo colpì non fu la magnificenza isolata delle singole opere, ma la possibilità di cogliere tra esse una continuità storica, una genealogia del talento che possa ordinare la produzione artistica come un organismo in evoluzione», ci spiega la curatrice.
Da questa sua intuizione nasce il nucleo teorico delle Vite, un’opera che non è mera cronaca, ma un racconto animato di passioni, rivalità e invenzioni. In esso Vasari non si limita a elencare nomi, ma costruisce sequenze storiche come la rinascita postmedievale con Cimabue e Giotto, il progresso tecnico del Quattrocento e il trionfo della “maniera moderna” incarnata da Leonardo, Raffaello e Michelangelo. In questo senso, Roma non è una parentesi, ma la culla di una visione inedita, nella quale l’arte si dispone a dialogare con il tempo e a definirsi come storia.
Il percorso espositivo dei Musei Capitolini enfatizza anche l’altro volto di Vasari: l’artista operativo. Il pittore, l’architetto, l’organizzatore di cantieri era al contempo un artigiano e un osservatore. «Il cuore di questa esposizione sono certamente i dipinti e i disegni del Maestro aretino e il suo lavoro di architetto, ma ciò che davvero è unico e straordinario, è la capacità di Vasari di conoscere, studiare e approfondire il lavoro degli artisti che lo avevano preceduto, alcuni dei quali aveva conosciuto e con alcuni dei quali aveva collaborato», precisa Baroni.
Questa duplicità, tra pratica concreta e riflessione teorica, spiega la longevità del suo progetto, perché lui non appartiene interamente né alla categoria degli artisti né a quella dei cronisti, ma “abita” una zona intermedia, dove la manualità della bottega diventa strumento di indagine storica.
«Un passo della sua autobiografia rivela la sua attenzione non occasionale verso le antichità e la sua continua e instancabile esercitazione nel disegno, che considerava basilari per l’affinamento e la crescita professionale», scrive Claudio Parisi Presicce nel catalogo pubblicato da Gangemi. Dallo studio diretto delle opere nasce quindi una storia dell’arte fondata sulla percezione del dettaglio, sulla conoscenza dei materiali e sul contatto con i cantieri, un approccio che anticipa la riflessione critica moderna. Anche la dimensione collezionistica rivela la profondità del suo sguardo, perché Vasari raccoglie disegni e opere non solo per amore dell’oggetto, ma anche come strumenti conoscitivi, come tessere di un discorso più ampio.
In questo senso, la mostra romana restituisce il senso di una carriera che è insieme pratica e pensiero, invenzione e racconto. «Questa capacità si vede nelle sue opere che raccolgono l’insegnamento dei grandi artisti del Rinascimento, a partire da Raffaello e da Michelangelo», ricorda Pietro Folena, presidente di Metamorfosi. «Si vede nella sua originale passione di collezionista di disegni e soprattutto nella sua decisione, quando la storia dell’arte – così come oggi la intendiamo – non esisteva, di scrivere “Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori”».
Alla fine del percorso espositivo, chi esce dalle sale dei Musei Capitolini percepisce qualcosa di più di un autore canonico, incontra l’inventore di uno sguardo. Un occhio che, da quasi cinque secoli, continua a condizionare il modo in cui interpretiamo le immagini e le collocazioni temporali dell’arte. Vasari ci insegna infatti che la storia dell’arte non è una successione casuale di capolavori ma un organismo complesso, animato da continuità e relazioni, in cui ogni opera trova il proprio posto nel tempo lungo della cultura.
In questo senso, questa mostra romana non si limita a celebrare una figura storica, ma riapre uno spazio di lettura facendolo emergere come un osservatore del suo tempo, capace di trasformare l’esperienza diretta della pratica artistica in una costruzione teorica di eccezionale respiro, restituita oggi in tutta la sua profondità intellettuale. La familiarità del nome si dissolve di fronte alla complessità del pensiero: chi percorre l’esposizione scopre non solo il pittore e lo storico, ma il primo architetto della narrazione dell’arte occidentale.

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