
Secondo lo Svimez, Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, parliamo della terzultima regione italiana per reddito pro capite, più ricca solo di Sicilia e Calabria. I numeri ufficiali non tengono conto del lavoro nero, ma un altro confronto aiuta a capire che non è questo l’aspetto determinante per capire lo stato dell’economia locale. Dal 2008 al 2014 il prodotto interno lordo medio italiano è calato del 9 per cento: quello campano è andato giù del 14 per cento. Il tonfo in assoluto peggiore dopo quelli di Molise e Basilicata.

Nonostante un ambiente che non pare l’ideale per intraprendere e consolidare l’attività, ci sono comunque parecchie aziende capaci di sfruttare i vantaggi della Campania. Lo spiega Guido Iannone, 32 anni, direttore generale di Nuceria Group, gruppo di packaging nato a Salerno, con sedi produttive anche a Milano e Torino: «Fare impresa in Campania è certamente cosa non semplice, ma sono tante le realtà di eccellenza che hanno saputo sfruttare le opportunità di questo territorio. Rispetto a quello della Lombardia, il costo del lavoro qui è certamente più basso, inoltre il tasso di produttività dei nostri “plant” in Campania risulta superiore se confrontato con quello di Milano e Torino».
Per trasformare costo del lavoro e produttività in armi commerciali ci vogliono però progetti vincenti e investimenti continui in innovazione. Nuceria ha puntato sui prodotti cartotecnici e sull’imballaggio flessibile nei settori più disparati, dal wine ai farmaceutici, dal cibo al beauty care. La forte spinta sulle esportazioni, che valgono il 35 per cento del suo fatturato, ha fatto il resto. Risultato? Negli ultimi sette anni, quelli della crisi economica, il fatturato è quasi quadruplicato: da 14 a 54 milioni di euro. E quest’anno, dice Iannone, dovrebbe arrivare a 62.
La stessa musica risuona anche in altre aziende. Come Besana Group, una delle regine campane dell’industria agroalimentare, specializzata nella lavorazione di frutta secca. «Negli ultimi 15 anni, concentrandoci sulle “private label” di grandi catene straniere come Tesco e Lidl, il nostro giro d’affari è aumentato del 478 per cento, fino a raggiungere i 171 milioni di euro nel 2014», racconta Riccardo Calcagni, amministratore delegato del gruppo basato a San Gennaro Vesuviano, in provincia di Napoli.
Nel deserto industriale campano chi fiorisce ha quasi sempre un paio di caratteristiche in comune: made in Italy di alta qualità e vocazione all’esportazione. Lo dimostra l’ultimo rapporto di Intesa Sanpaolo sui distretti industriali. Dove si legge, per esempio, che durante la crisi il settore delle calzature napoletane ha visto crescere gli affari: più 28 per cento di ricavi tra il 2008 e il 2013, merito soprattutto delle vendite fuori confine. Buono il ritmo anche dei produttori della mozzarella di bufala e quelli delle conserve di Nocera. Tre distretti che insieme contano oltre 150 imprese e due miliardi e mezzo di euro fatturati ogni anno. Non mancano, ovviamente, neppure le società che fanno gola agli investitori stranieri. Presto potrebbero esserci altri casi Garofalo, il pastificio di Gragnano che vende più del 60 per cento della produzione all’estero: un paio d’anni fa è passato nelle mani della spagnola Ebro Food per 62 milioni di euro.

Il cibo made in Campania è oggi più che mai uno dei pilastri stabili della debole economia regionale, che nell’ultimo periodo ha invece dovuto subire il rallentamento di alcune industrie storiche. La Fiat-Chrysler, a Pomigliano d’Arco, non è ancora riuscita a replicare l’incalzante ripartenza dello stabilimento lucano di Melfi, mentre il polo aeronautico, uno dei più grandi d’Italia con oltre 7 mila addetti (quasi la metà impegnati all’Alenia Aermacchi, gruppo Finmeccanica), nei primi sei mesi di quest’anno ha subìto un calo pesante degli ordini dall’estero.
È stato lo Zio Sam a far perdere velocità al polo aereo: le vendite negli Usa di velivoli “made in Naples” sono calate del 30,6 per cento. Lo ha fatto notare la Banca d’Italia nell’ultimo rapporto sull’economia regionale, che però si basa sui dati che arrivano fino a giugno 2015, prima che scoppiasse ufficialmente la guerra al califfo Al-Baghdadi. La lotta all’Is porterà nuove commesse all’aeronautica napoletana? E magari anche alla Fincantieri di Castellammare di Stabia? Si vedrà. Intanto, guerra a parte, qualche indizio positivo comincia ad emergere.
«Si scorgono alcuni segnali per un po’ di ottimismo, in particolare in alcuni settori di eccellenza che potrebbero stimolare la ripresa dell’economia del territorio», dice Felice Delle Femmine, regional manager per il Sud di Unicredit. Secondo la banca, il 2016 sarà infatti «l’anno della svolta» per la Campania, il cui prodotto interno lordo è previsto in aumento dello 0,3 per cento rispetto a quest’anno. Non molto, se paragonato alla media stimata per l’Italia (+ 1,3 per cento), ma comunque un successo visto il rosso fisso del recente passato.

Le speranze, oltre che dall’euro debole che agevola ulteriormente il made in Italy, arrivano anche dalle nuove idee, che in Campania abbondano nonostante il contesto. «Siamo l’ultima regione europea per economia e sviluppo, ma come numero di startup facciamo invidia al resto del Sud», sottolinea Antonio Prigiobbo, fondatore dell’acceleratore d’imprese Nastartup.
Tra quelle di maggior successo spicca Buzzoole, progetto di quattro giovani napoletani che si sono inventati un algoritmo utile alle aziende per fare marketing online. Il boom è stato immediato: «Quest’anno, il primo di attività, chiuderemo con un fatturato di un milione e mezzo di euro. Abbiamo circa 200 clienti e i dipendenti sono saliti a quota 22», riassume Fabrizio Perrone, uno dei fondatori. Iniziare a Napoli è stato uno svantaggio? «Per molti aspetti sì, ma adesso la soddisfazione è doppia». Come quella di vedere crescere un fiore nel deserto, appunto.