
L'information technology, dopo aver invaso sfere del nostro vivere come l'informazione quotidiana, la scelta di un viaggio, la prenotazione di un albergo, è partita all'attacco dei santuari del denaro. Con l'intenzione di spolparli: Goldman Sachs prevede che 4,7 trilioni di profitti passeranno dai bilanci bancari a quelli degli attaccanti non bancari.
Nel giro dell'ultimo anno si è materializzata a disposizione del consumatore un'offerta di servizi finanziari da parte di “non banche” che, usando il web e delle app sempre più evolute, rendono più semplice ed efficiente l'uso dei propri soldi: la scelta di un mutuo, quella di un'assicurazione, il pagamento di un parcheggio o di una bolletta senza neanche più l'uso della carta di credito, ma con un semplice clic. Nel 2015, secondo l'Osservatorio digital innovation del Politecnico di Milano, gli acquisti via smartphone in Italia sono arrivati a 1,8 miliardi di euro e raddoppieranno entro il 2018.
Soprattutto, c'è ormai la consapevolezza diffusa che questo non sia un fenomeno marginale ma che viceversa ci troviamo all'alba di una nuova era, dove la “fintech”, la finanza tecnologica, cambierà rapidamente i protagonisti del business e le nostre abitudini nel profondo. “Il vortice d’innovazione che attualmente sta investendo le realtà bancarie non indica semplicemente l’avvento di una nuova era digitale, con sviluppo e introduzione di nuovi servizi e tecnologie, ma anche la messa in discussione del tradizionale modo di fare banca”, ammettono gli autori dell'ultimo Rapporto Abi Lab, centro ricerca promosso dall'associazione bancaria.
In perfetta concordanza con il messaggio lanciato pochi giorni fa da Matteo Renzi: «Ci saranno meno banchieri e in prospettiva meno bancari», ha affermato «perché non possono esserci 300mila bancari: con l’innovazione tecnologica, per cui molte persone usano la banca sul telefonino, ci sarà qualche filiale in meno ma nel rispetto delle persone, e senza licenziamenti di massa», ha concluso, sollevando comunque un putiferio tra i sindacati.
Eppure la rivoluzione è salutata con entusiasmo da Martin Wolf, commentatore del “Financial Times”, con il seguente ragionamento: le banche sono costose, inefficienti, infarcite di conflitti d'interessi, inclini a comportamenti tutt'altro che etici, e anche responsabili di produrre crisi di sistema pericolosissime. Soprattutto vivono di una rendita di posizione che nessuno ha mai scalfito: come ha messo in evidenza Andrew Haldane, capo economista della Bank of England, il costo dell'intermediazione finanziaria negli Usa è rimasto uguale da un secolo a questa parte, a significare quanto conservatrice sia questa industria, aldilà delle sbandierate modernizzazioni. E certo il caso non è circoscritto agli Stati Uniti.
Non è strano quindi che l'apparizione delle start up della fintech (328 quelle censite nel 2015 a livello internazionale) sia stata abbracciata dai consumatori con tassi di adesione in rapidissima ascesa. Lo dimostrano in Italia il successo di Mutuionline e Segugio.it, a cui si stanno aggiungendo operatori come Satispay, la startup che consente il trasferimento gratuito di denaro tra privati e lo shopping attraverso un'app sullo smartphone (in 75mila l'hanno già scaricata), o come Moneyfarm, il sito che aiuta a gestire i propri investimenti senza il consigliere bancario, o come Fundstore, che consente di investire nei fondi comuni senza costi. O ancora il successo travolgente di Number26, la banca austriaco-tedesca dove il conto corrente si può aprire semplicemente scaricando un'app.
Tutti strumenti visti come un'occasione per dare una lezione alle banche, per affrancarsi dalle file, dalla necessità di spostarsi da casa, dall'esperienza non sempre gratificante con il bancario allo sportello. Un trend che non potrà che accelerare con l'avanzata come soggetti economici dei Millennials, i nati tra il 1980 e il 2000, un terzo dei quali negli Usa sostiene di non avere alcun bisogno di una banca fisica, anzi che all'esperienza di varcare quella porta preferirebbero andare dal dentista, ma che soprattutto sono abituati alle performance di Google, Amazon e Facebook, e non si accontenteranno di nulla di meno veloce ed efficiente.
L'invasione delle “non-banche” sarà un evento talmente sconvolgente, ha scritto la McKinsey in un report dello scorso ottobre (Global payments 2015: A healthy industry confronts disruption), che terremoterà il mondo del credito dalle fondamenta. Secondo un recentissimo studio di PwC ('How Fintech is shaping financial services') l'arrivo dei nuovi soggetti investirà innanzitutto il settore delle banche commerciali, poi anche il settore delle assicurazioni e dell'asset management: entro il 2020 il 28 per cento dell'attività di trasferimento del denaro oggi svolta dalle banche sarà “mangiata” dai nuovi entranti, e altrettanto avverrà per il 22 per cento dell'attività assicurativa e dell'amministrazione del denaro per investimento.
Alle banche non resta che adeguarsi o soccombere. Come? Intanto con dei pesanti piani di tagli: di filiali, come sta già avvenendo ovunque. E di personale. Un recente rapporto di Citigroup sostiene che tra banche americane ed europee nei prossimi anni verrà falcidiato un terzo dei dipendenti, cioè un milione e 700 mila persone. Infine, dovranno investire per cambiare il business.
In Italia, secondo l'ultimo rapporto Abi Lab (svolto interpellando 23 banche, pari al 70 per cento dell'attivo totale), gli investimenti nel settore Itc sono in crescita e si concentrano in tre settori: la sicurezza, il mobile banking, l'automazione dei processi operativi. Tutte le banche intervistate hanno lanciato delle app per consentire ai clienti di operare senza spostarsi fisicamente in filiale, tutte hanno capito che occorre “smaterializzare” il lavoro dei dipendenti tagliando la carta e i passaggi interni, tutte pensano che la sfida del futuro sia consentire la gestione del proprio conto e delle operazioni in mobilità, possibilmente in modo sempre più diretto e semplice.
La “banca del futuro”, però, stenta a prendere forma. «È più facile che nascano degli attori nuovi che i vecchi si convertano», afferma Alberto Dalmasso, ceo di Satispay. «Lo dimostra come si sono comportate finora le banche, che lo sviluppo dell'It lo hanno delegato in gran parte a soggetti esterni, perdendo il controllo delle informazioni su clienti e dati». In effetti secondo “The Economist” (The disruption of banking, 2015) il 54 per cento dei banchieri stenta a prendere provvedimenti concreti sul piano della concorrenza, opinione condivisa dal 57 per cento dei vertici della Fintech (PwC, 2016).
L'unica reazione che si è registrata finora è stata la riduzione delle filiali. In Gran Bretagna, secondo il “FT”, dall'inizio dell'anno sono state annunciate 179 nuove chiusure, da Royal Bank of Scotland ai Lloyds. In Italia la riduzione ha già fatto il suo corso negli ultimi anni, portando gli sportelli dai 32.818 del 2007 ai 30.198 del 2015 (dati Bankitalia). «Le banche hanno reagito al calo della redditività in parte dovuta alla crisi, ma anche al calo delle attività allo sportello, con dei piani di ristrutturazione che hanno operato soprattutto sul taglio del costo del lavoro», dice Lando Maria Sileoni, segretario generale della Fabi, il sindacato più rappresentativo dei bancari. E oltre i 48 mila bancari già usciti dal 2000 a oggi (grazie a prepensionamenti pilotati), i piani industriali di qui al 2020 vedranno uscire altre 23 mila persone.
Ma tutto questo, secondo Sileoni, non è il prezzo pagato all'ammodernamento i-tech delle banche. «Allo sportello la gente ci va meno perché ci sono meno prodotti finanziari da vendere», accusa, «quanto allo sviluppo della banca online, per ora ha un impatto molto limitato, e poi non c'è una app che produca guadagni», aggiunge. E lancia un messaggio a Renzi: «Che facciamo: mandiamo a casa le persone in nome delle nuove tecnologie?».
Nonostante la dematerializzazione del rapporto cliente-banca, secondo Abi Lab l'italiano medio ha aumentato il numero dei contatti annuali con il proprio istituto: erano 25 contatti nel 2005, sono diventati 37 nel 2015. È vero, c'è stato il sorpasso dei contatti Internet sull'agenzia (24 contro 13), ma un totale “fai da te” del risparmiatore con il supporto del web è poco probabile. Lo ammette anche il rapporto PwC, che immagina cosa potranno fare le banche quando si renderanno conto che il pranzo gratis è finito, che cioè la loro posizione di controllo del mercato sarà venuta meno, e che la fonte più redditizia del business – le “operations”, cioè i pagamenti, il credito e la finanza - sarà cannibalizzata dalle fintech, che non devono sottostare agli obblighi regolatori del mondo bancario.
«Il conto corrente su cui verrà addebitato un pagamento resterà sempre in banca», spiega Dalmasso, «ma la banca dovrà subire servizi erogati da terzi. In altri termini: avrà l'onere del conto corrente, ma dovrà darlo gratuitamente, perché sarà diventato una commodity, mentre il valore aggiunto andrà a chi gestirà il servizio».
Il valore delle commissioni bancarie, che oggi ammonta in Europa a 10 miliardi di euro, prenderà un'altra strada, e anche il rapporto di conoscenza delle abitudini del cliente. Proprio come succede con Booking, che guadagna sulla prenotazione dell'hotel e può tracciare le preferenze del viaggiatore, mentre all'hotel resta solo la gestione dei costi.
Alle banche quindi non resterà che scendere a patti. Secondo Bill Gates, nel 2030 due miliardi di nuovi clienti useranno i loro telefonini per gestire i propri risparmi, fare prestiti e pagamenti. Dove la parola chiave è “nuovi”. Le banche non potranno perdere il treno che vede un potenziale di crescita di volume di attività, in parte dovuto alla diffusione della tecnologia portatile, in parte alla crescita dell'e-commerce, in parte ancora alla guerra al cash. E si metteranno d'accordo con le fintech. La partnership consentirà loro di essere immediatamente sulla cresta dell'onda. Come ha fatto Iccrea, l'istituto centrale di credito cooperativo, che ha investito in Satispay.
La chiave del mutamento sarà sì tecnologica, ma anche umana. Ci saranno più corner bancari fatti di soli Atm, in chiave self-service, ma conterà molto più l'assistenza a distanza, fatta di call center h24. E nelle filiali la sfida si incentrerà sul cambiamento della figura del “bancario”. Una nuova organizzazione, ma anche un nuovo atteggiamento mentale e nuove capacità, annuncia PwC. Chi lavorerà in banca non solo dovrà avere un rapporto molto più fluido con le tecnologie, ma anche essere più poliedrico, capace di cambiare ruolo, trasformarsi in consulente, venditore non solo di prodotti bancari ma anche di altro (per esempio immobili). Insomma, dovrà inventarsi un nuovo mestiere.
Al resto ci penserà la rete. Che ha già preso di mira un altro segmento del business: i pagamenti internazionali e il cambio, dove le banche detengono ancora il 95 per cento dell'attività, applicando pesanti commissioni e impiegando molti giorni di tempo per completare il servizio, affidato a una serie di passaggi manuali. L'esempio più avanzato, secondo McKinsey, è Citi Worldlink, che permette di gestire acquisti di valuta scegliendo il tasso migliore e di fare pagamenti in 135 valute diverse senza avere un conto corrente nella valuta locale. La rivoluzione è solo all'inizio.
Per chi è interessato al tema:
Dal 4 al 7 aprile a Copenhagen : Money 2020 Europe, l’appuntamento internazionale sull’evoluzione dell’ecosistema di pagamenti e servizi finanziari, e che raccoglie le più interessanti esperienze e visioni di aziende, professionisti e addetti ai lavori nel segmento fintech.
Il 5 maggio a Milano, presso Talent Garden Milano Calabiana, si terrà la seconda edizione di FinTechStage in Italia, format nato nel 2015 per permettere alla community fintech internazionale di incontrarsi e discutere sul futuro della finanza. Davide Serra, ceo di Algebris, sarà il keynote speaker.