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Economia
settembre, 2016

Fuga da Confindustria

Vincenzo Boccia, il presidente di Confindustria
Vincenzo Boccia, il presidente di Confindustria

Grandi marchi in uscita, piccoli scontenti. Calo delle quote associative. Per il neo presidente Boccia è sempre più difficile ricucire le divisioni.  E in vista della legge di stabilità si schiera a favore del Sì nel referendum. Come vuole Renzi

Vincenzo Boccia, il presidente di Confindustria
Vincenzo Boccia? Assente. Lunedì 5 settembre, all’assemblea degli industriali di Bologna, il leader degli imprenditori italiani non s’è fatto vedere. «Aveva altri impegni», è la spiegazione ufficiale. «Non l’hanno neppure invitato», malignano nel capoluogo emiliano. La questione può sembrare secondaria, ma a ben guardare non lo è. Unindustria Bologna è guidata da Alberto Vacchi, il candidato che nel marzo scorso, al termine di una competizione a dir poco serrata, ha infine dovuto cedere il passo a Boccia nella corsa alla presidenza di Confindustria. In questi giorni, erano in molti, negli ambienti imprenditoriali, ad aspettarsi un primo concreto segnale di distensione dopo una campagna elettorale che ha praticamente spaccato in due la lobby degli industriali.

All’appuntamento di Bologna, il primo e il più importante alla ripresa dopo la pausa estiva, hanno presenziato altri big dell’associazione come il capo di Assolombarda, Gianfelice Rocca e il leader dei bresciani Marco Bonometti. Proprio quella sembrava quindi l’occasione migliore per lanciare all’esterno un messaggio chiaro. Del tipo: «Non andiamo ancora d’accordo su tutto, ma ci stiamo provando». Niente da fare. Nei prossimi mesi il successore di Giorgio Squinzi sarà quindi costretto a sprecare energie per tenere insieme le varie anime di Confindustria. Tutto questo proprio mentre si avvicinano i giorni cruciali del confronto con il governo e con i sindacati su temi come la legge di Stabilità.

Il capo degli industriali, 52 anni, salernitano, piccolo imprenditore della grafica, viene descritto come un negoziatore infaticabile, un fenomeno nell’intrecciare relazioni trasversali. E infatti, nell’ultimo giorno di agosto, con un tempismo perfetto in vista della ripresa autunnale, Boccia ha pensato bene di giocare d’anticipo rilanciando in una lunga intervista a “la Repubblica” il tema della produttività, da sostenere con una politica fiscale di detassazione dei premi di produzione destinati ai lavoratori.

La questione non è nuova, ma agli occhi di molti imprenditori rischia anche di apparire come un dettaglio di secondaria importanza. In un’Italia più che mai ferma, dove neppure la cura dei tassi d’interesse a zero riesce a far ripartire la produzione, servono interventi ben più incisivi, argomentano i critici del presidente, che sono molto numerosi soprattutto tra le aziende metalmeccaniche del nord, che da mesi hanno avviato un percorso con l’obiettivo di impostare su basi nuove il loro modello contrattuale. Non è un caso che proprio qui, nelle fila di Federmeccanica e dintorni, nei mesi scorsi Vacchi abbia fatto il pieno di consensi nel tentativo di frenare l’ascesa di Boccia, approdato alla presidenza nazionale dopo aver salito nell’arco di 25 anni tutti i gradini della carriera interna, dalle associazioni locali a quella dei giovani e poi dei piccoli imprenditori.

Mesi dopo la chiusura delle urne, la fronda interna a Confindustria non ha però smesso di agitarsi. Secondo i contestatori, tanto per cominciare, andrebbe rivista per intero la cornice di norme che regolano la vita delle aziende, a cominciare dal sistema dei contratti favorendo quanto più possibile gli accordi su base aziendale rispetto a quelli nazionali.

In altri termini, non è più tempo di politiche dei piccoli passi con l’obiettivo di spuntare vantaggi marginali. In una fase economica eccezionale come questa, ragiona una parte della base, servono idee forti, possibilmente nuove, con cui dettare l’agenda, o almeno provare a farlo, al tavolo dei negoziati con il governo e con i sindacati. In caso contrario, c’è il rischio che sia Matteo Renzi a dare le carte, un Renzi in crisi di popolarità e quindi più che mai alla ricerca di consensi anche in vista del prossimo referendum costituzionale. Quanto basta per far temere a molti imprenditori una legge di Stabilità all’insegna del compromesso, degli interventi a pioggia diretti ad accontentare la platea più ampia possibile.

A dire il vero, Boccia ha dato l’impressione di aver tentato di giocare d’anticipo anche sul fronte dei rapporti con il capo dell’esecutivo. La svolta è arrivata il primo di luglio, quando l’ufficio studi di Confindustria ha pubblicato una ricerca in cui si dipingeva uno scenario economico da incubo se dalle urne dovesse uscire vincente il “No” alla riforma della Costituzione. Perdita del 4 per cento del Pil in tre anni, reddito pro capite giù di 590 euro ed esplosione del debito pubblico. Queste sarebbero le conseguenze di una sconfitta di Renzi nel referendum. «Servono situazioni politiche di stabilità», ha dichiarato di recente Boccia per spiegare la sua scelta di campo. Tra gli imprenditori, però, sono molti quelli che considerano l’uscita dalla crisi e la nuova Costituzione come due questioni ben distinte tra loro. E al presidente viene rimproverato di aver appiattito la linea degli industriali su quella governativa.

Non bastasse tutto il resto, quindi, anche la questione referendum finisce per alimentare nuovi malumori dentro Confindustria. Da anni, infatti, migliaia di iscritti in tutta le Penisola, ma concentrati soprattutto nelle regioni del centro-nord, vivono con crescente disagio il rapporto con un’organizzazione che percepiscono come burocratica e lontana dalle loro esigenze. E così, quando si tratta di aprire il portafoglio per rinnovare l’iscrizione annuale all’associazione di categoria, sono sempre più numerosi gli imprenditori che protestano per ottenere maggiori servizi e di miglior qualità.

Uno dei compiti più difficili a cui è chiamato Boccia sarà proprio quello di frenare un’emorragia di associati che va avanti da anni. Da principio fece rumore la rottura annunciata nel 2012 dalla Fiat di Sergio Marchionne, ma più di recente le uscite si sono moltiplicate. Nomi di peso, in alcuni casi. Poche settimane fa, a fine luglio, se ne sono andati sbattendo la porta alcuni grandi marchi della nautica come Azimut, Ferretti, Perini. In Veneto, a giugno, si è defilato il padovano Massimo Carraro, a capo del Morellato group (gioielli e orologi). E poco prima aveva preso la stessa strada, in aperta polemica con Boccia, anche Gianluca Sghedoni, patron della Kerakoll di Sassuolo, 340 milioni di giro d’affari. All’inizio dell’anno invece erano arrivate le bordate del numero uno di Finmeccanica, Mauro Moretti, e di un altro big come Guido Barilla. Entrambi chiedevano una profonda riforma di Confindustria che rischia di diventare, come ha detto Barilla al “Corriere della Sera”, un centro che “difende lobby particolari o vive di burocrazia”.

Il disagio è forte soprattutto tra i piccoli imprenditori in provincia. Ci sono questioni legate ad assetti di potere locali come in Brianza che ha visto sparire la propria associazione assorbita dalla milanese Assolombarda, mentre nel Nordest l’ultima campagna elettorale ha esasperato i contrasti tra Verona, Vicenza e Venezia, che appoggiavano Boccia, e le altre provincie venete schierate per Vacchi. Poi c’è la questione dei soldi, forse la più importante e sentita nella base degli industriali.

Come vengono gestiti i contributi, pari nel complesso a diverse decine di milioni, che gli iscritti versano al sistema Confindustria, dalle organizzazioni territoriali, su base provinciale o regionale, fino alla struttura di vertice nazionale? Per ribattere alle accuse di scarsa trasparenza, la Confederazione guidata da Boccia a fine maggio per la prima volta ha alzato il velo sui conti, pubblicando il bilancio sul proprio sito internet. Si scopre così un fenomeno sorprendente: aumentano le imprese associate ma allo stesso tempo diminuiscono i contributi incassati a livello centrale. Nel 2010, circa 143 mila aziende avevano versato oltre 39 milioni.

Nel 2015, invece, le entrate non hanno superato i 37,6 milioni raccolti tra 150 mila iscritti. Il calo dei ricavi è in parte dovuto all’uscita di alcuni grandi contribuenti come la Fiat, ma anche la crisi economica ha fatto la sua parte. Migliaia di imprese hanno chiuso i battenti sostituite da altre di dimensioni minori, che quindi versano contributi più bassi. Nel frattempo, anche i costi della struttura sono diminuiti, ma in misura inferiore rispetto al calo delle entrate. Il bilancio 2015 si è quindi chiuso con un margine positivo pari a soli 15 mila euro. Confindustria ha sforbiciato alcune spese, come quelle per consulenze, ridotte a 1,1 milioni contro 1,5 milioni del 2014. Il personale invece continua ad aumentare ed è passato dai 166 dipendenti del 2010 ai 205 a libro paga a fine 2015.

L’incognita di gran lunga più grande per l’immediato futuro è però un’altra e porta il marchio del “Sole 24Ore”, il quotidiano controllato da Confindustria che dal 2007 è quotato in Borsa. La crisi della carta stampata, sommata a una politica di acquisizioni che si è rivelata fallimentare, hanno lasciato il segno sul conto economico del gruppo editoriale, che ormai da sette anni chiude il bilancio in perdita.

Di conseguenza si è molto ridotto anche il valore delle azioni: il prezzo corrente è di poco superiore a 0,50 euro. Nel bilancio di Confindustria, però, la partecipazione nel Sole 24Ore è iscritta sulla base di una quotazione più che doppia: 1,47 euro. In altre parole, se il dato contabile dovesse essere adeguato al prezzo di Borsa del titolo, così come prescrivono i principi di redazione del bilancio, la perdita potenziale ammonterebbe a oltre 80 milioni. Sulla base di una perizia firmata da un esperto indipendente, la svalutazione è stata fin qui evitata, perché il valore segnalato nei conti sarebbe «recuperabile nel tempo». Cioè il valore intrinseco del titolo risulta di molto superiore a quello di mercato. Senza il salvagente di questa perizia, le perdite legate alla quota del Sole 24Ore si mangerebbero oltre un quarto del patrimonio di Confindustria.

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