La vertenza

Ottimax, Il colosso del bricolage fa economia sulla pelle dei lavoratori

La catena ha chiuso il negozio di Catania, trasferendo i dipendenti al Centro-Nord, impedendo loro di ottenere ammortizzatori sociali. Mentre la casa madre risparmia con nuovi contratti penalizzanti

di Maurizio Di Fazio   14 settembre 2023

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Un negozio Ottimax

Il loro slogan è «Professionale al miglior prezzo». Un motto che deve risuonare beffardo alle orecchie delle maestranze coinvolte nella vicenda. E pensare che il grande punto vendita era stato aperto di recente, nel 2019, dalle ceneri di un ipermercato Auchan, dentro a un centro commerciale vicino all’aeroporto. Lo scorso marzo la Ottimax, azienda di bricolage nata dieci anni fa nell’orbita del gruppo Bricofer, ha dato notizia della chiusura del suo negozio di Catania per «motivazioni di natura economica». Annunciando il trasferimento dei suoi 35 lavoratori al Centro-Nord. «Spostare un siciliano part time al Nord, a 700 chilometri da casa, equivale, di fatto, a licenziarlo», ha osservato il segretario locale della Filcams Cgil, Davide Foti. Subito dopo la comunicazione, il nome dell’esercizio commerciale è sparito dal sito web aziendale. E senza nessun periodo-tampone di cassa integrazione, come avevano chiesto i sindacati.

 

Ma non finisce qui: in piena estate è arrivato anche il via libera dell’Inps. L’Istituto nazionale della Previdenza sociale ha infatti dichiarato legittima l’azione di Ottimax, che aveva rispedito al mittente le dimissioni «per giusta causa» presentate da 15 suoi lavoratori catanesi aderenti alla Cgil. «È paradossale che, a fronte di uno spostamento di massa oltre i 50 chilometri, le conseguenti dimissioni vengano qualificate come causate da “motivi personali” – ha aggiunto Foti – l’azienda ha in sostanza condannato le lavoratrici e i lavoratori a non poter usufruire di un sostegno al reddito». Nessun assegno di disoccupazione, insomma. «Riteniamo che negare la Naspi in casi come questo sia un atto illecito. I nostri iscritti hanno lottato e protestato contro chi voleva liquidarli e licenziarli con un accordo discriminatorio, ma si sono trovati davanti un muro». Il sindacato preannuncia azioni legali e nuove iniziative pubbliche.

 

Dall’impresa-satellite alla casa madre. A lanciare l’allarme è stata sempre la Filcams: da inizio anno «i dipendenti della Bricofer Servizi, impiegati nell’amministrazione delle varie società afferenti al gruppo, sarebbero passati dal contratto di terziario, distribuzione e servizi con Confcommercio al contratto Anpit Cisal. Un guadagno per l’azienda, una grave perdita per i lavoratori dal punto di vista normativo e retributivo. Nel frattempo, nei negozi di vari territori cominciano a comparire nuove assunzioni, perlopiù a tempo determinato, con il nuovo contratto; così negli stessi punti vendita convivono lavoratori con uguali mansioni e contratti diversi».

 

L’esempio più vistoso riguarda la Sardegna, dove la transizione al modello contrattuale Cisal (sigla certamente non tra le più rappresentative) si ammanta di dimensioni collettive. E se gli stipendi degli addetti resteranno, sulla carta, immutati, è stato stimato un risparmio fino a quattromila euro annui pro capite tra l’abbattimento dei permessi retribuiti (i Rol), la soppressione della quattordicesima mensilità e una “spending review” sugli assunti di fresco. Detto, fatto: del resto, il sottotitolo storico del leader italiano del fai da te è proprio «Tra il dire e il fare».

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