Trasformazioni

La città che è riuscita a superare il suo passato di acciaierie e miniere. E ora è modello di sostenibilità

Esch-sur Alzette, in Lussemburgo, si è riconvertita da centro minerario a sede universitaria. Grazie a fondi pubblici e privati e con gli italiani protagonisti. Un esempio che deve essere imitato

di Tonio Attino   7 febbraio 2024

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Il professor Denis Scuto racconta divertito di trentacinque anni fa, quando chiese ai suoi studenti del liceo di Echternach, ai confini con la Germania, se qualcuno conoscesse la sua città, Esch-sur-Alzette. Un quindicenne gli rispose: «Sì, è un buco nero pieno di fumo». Doveva aspettarselo. Nel 1989 la fama di Esch, Sud del Lussemburgo, era ancora legata alle miniere e alle acciaierie che disegnavano uno scenario di ciminiere, sbuffi poderosi, altiforni, fumo. Benché quella lunga stagione industriale volgesse alla fine, Esch-sur-Alzette era questa. Niente che somigli alla città di oggi, cambiata dalla riconversione e dai progetti avveniristici che incrociano ricerca e formazione, biomedicina e missioni spaziali, dove nascono istituzioni scientifiche, centri sportivi e culturali, parchi, nuovi edifici e in cui gigantesche gru non smettono mai di lavorare.

 

Esch ha 36 mila abitanti, un tessuto ormai cosmopolita dopo un secolo di immigrazione e si è lasciata alle spalle miniere e acciaio. Così sta diventando un formidabile modello post-industriale dopo essere stata lungamente un modello industrial-minerario. Ci sono sempre alti e bassi, nella storia, ma l’importante è che tornino gli alti. Ci siamo. Nel Lussemburgo meridionale è ormai cambiato tutto ed Esch-sur-Alzette, capitale europea della Cultura nel 2022, ha introdotto il suo nuovo modello.

 

Così, trentacinque anni dopo, il professor Scuto, fan di Bruce Springsteen nonché ex mediano e capitano della squadra di calcio più titolata del Lussemburgo, la Jeunesse (28 campionati vinti in prima divisione), insegna storia contemporanea all’Università del Lussemburgo in una sede modernissima di Belval, il quartiere di Esch in cui nel lontano 1920 c’erano sei altiforni dei 49 complessivi concentrati nel raggio di 25 chilometri, cioè in una regione che comprendeva anche Schifflange, Dudelange, Rumelange, Differdange, Pétange e Rodange. Il Sud era una enorme fabbrica, il cielo era grigio, la gente felice. Il Lussemburgo diventò uno dei primi produttori di acciaio al mondo.

 

Rispetto ad allora, sono rimasti solo due altiforni: spenti, però. La riprogettazione del quartiere Belval ha voluto lasciarli in piedi, anziché demolirli. Restaurati e iscritti all’elenco dei monumenti nazionali, sono al centro del quartiere, simboli storici intorno ai quali si sviluppano gli effetti di una fase di investimenti finalizzati alla rinascita del Sud lussemburghese, inaridito negli anni Novanta dalla fine traumatica di una secolare stagione mineraria e siderurgica che aveva lasciato ruderi, stabilimenti abbandonati, una malinconica atmosfera e nel sottosuolo qualcosa come quattromila chilometri di cunicoli minerari inutilizzati.

 

Le vicende del Sud lussemburghese sono assai istruttive, per chi voglia vederle. Fino alla metà dell’Ottocento il Lussemburgo è una terra povera, settantamila abitanti su 211 mila vanno via. Poi, sfruttando un sottosuolo ricco di ferro, si aprono le miniere, nascono le acciaierie. La società tedesca Gelsenkirchener Bergwerks A.G. ne impianta una a Belval acquistando duecento ettari di foresta. Nel 1910 la popolazione sale a 259 mila abitanti. Il Sud lussemburghese diventa ricco. Lo scoprono anche gli italiani, arrivano in massa. Alla metà degli anni Settanta, quando l’acciaio va in crisi, il modello industrial-minerario declina. L’acciaieria Terre Rouge, nel cuore della città, chiude nel 1977.

 

A Belval, dove ha lavorato anche il papà di Jean-Claude Juncker, primo ministro del Lussemburgo dal 1995 al 2013 e poi presidente della Commissione europea, restano, rispetto ai sei del passato, tre altiforni identificati da tre lettere: A, B, C. Il professor Scuto li conosce bene. Il papà Salvatore, “Tuccio”, partito da Catania ed emigrato in Francia, era arrivato ventenne in Lussemburgo agli inizi degli anni Sessanta per partecipare alla ricostruzione dell’altoforno “A”. Nel 1995 l’altoforno “C” viene venduto al gruppo cinese Kisco, smontato e rimontato nella città di Kunming. Tuccio Scuto stavolta si occupa delle dismissioni. «Papà – ricorda il figlio Denis – era nella squadra che si occupava di chiudere le attività produttive». La storia si conclude quando nel 1997 viene spento anche l’ultimo dei tre altiforni, il “B”. Il quartiere Belval è un deserto mentre il Nord del Paese è ormai diventato capitale della finanza.

 

Ora, in meno di trent’anni, una nuova rivoluzione ha sostituito la precedente. «Abbiamo finora realizzato opere per 950 milioni di euro, restaurare gli altiforni è costato 45 milioni. Ci sono in cantiere progetti che porteranno gli investimenti a un miliardo e cento milioni. In una seconda fase si prevede una spesa di altri 800 milioni», spiega Daniela Di Santo, direttrice italiana del Fonds Belval. Per metà di Roma, dove è nata, per metà di Pescara, dove ha vissuto e si è laureata in Architettura, Daniela Di Santo dal 1998 vive in Lussemburgo, «un Paese aperto e in cui la meritocrazia conta», sottolinea. Qui ha scalato, fino a diventarne direttrice nel 2021, il fondo istituito con una legge del 2002 e delegato alla realizzazione delle opere di interesse pubblico su una trentina di ettari dei 120 originariamente occupati dalle acciaierie. Rockhal, una sala concerti da 6.500 posti, è stata la prima realizzazione all’interno del disegno della Città delle scienze, della ricerca e dell’innovazione. Importante il recupero delle strutture industriali esistenti, come gli altiforni e gli edifici vicini, per esempio Möllerei, vecchio deposito di minerali e coke, trasformato in una biblioteca.

 

Secondo il masterplan, il quartiere Belval dovrà diventare sempre di più a misura d’uomo, offrire spazi e servizi, limitare l’uso dell’auto (i trasporti pubblici in Lussemburgo sono gratuiti, sul modello introdotto dall’Estonia nel 2013), attrarre investimenti, studenti, ricercatori, imprese e accogliere la Luxembourg Space Agency, che gestirà un campus spaziale. L’agenzia punta a estrarre materie prime dalla luna, da Marte, dagli asteroidi, diventando la chioccia di aziende specializzate in un settore che oggi impiega circa 1.200 persone.

 

Dal 2015 Belval ospita l’Università del Lussemburgo, istituita dodici anni prima. «Ha oltre 6.000 studenti di 83 diverse nazionalità ed è al centosessantesimo posto tra le migliori università del mondo», dice con orgoglio il professor Claudio Cicotti, direttore della Formazione continua in lingua, cultura e società Italiana. Emarginati nella prima fase dell’immigrazione, gli italiani sono diventati protagonisti della storia del Sud lussemburghese. «C’è una grandissima attenzione dell’ateneo verso la storica presenza italiana, il cui livello di integrazione sociale e culturale rappresenta un modello. Questa attenzione al territorio non si riscontra in nessun’altra università», sottolinea Cicotti.

 

una veduta di impianti riconvertiti. La città è stata nel 2022 Capitale europea della Cultura

 

In questo mondo nuovo c’è un nome ormai scomparso: Arbed. Acronimo di Aciéries Réunies de Burbach-Eich-Dudelange, Arbed era la società monopolista nel settore delle miniere e dell’acciaio, la società che pagava gli stipendi a migliaia di persone e finanziava tutto, le attività sociali, culturali, ricreative, gli ospedali, e anche la squadra di calcio Jeunesse, adorata dagli italiani e nella cui storia figurano decine di cognomi come Barboni, Morocutti, Allamano, Ruffini, Di Genova, Ontano, Scuto, Saltutti, Pascucci, il capitano storico, simbolo di lealtà e correttezza, in campo dal 1939 al 1961 senza mai prendere un’ammonizione. Nel 2001 Arbed si fuse con la francese Usinor e la spagnola Aceralia, dando vita ad Arcelor, ingoiata cinque anni dopo, con una offerta pubblica di acquisto, dall’indiana Mittal Steel.

 

Secondo produttore di acciaio al mondo dopo China Baowu Group, ArcelorMittal prosegue l’attività produttiva in sette siti: 3.600 dipendenti in totale, 2.500 nella vecchia terra delle miniere, di cui un migliaio nello stabilimento ai margini di Belval. Esteso su 115 ettari, è dotato di un forno elettrico, al quale se ne aggiungerà un secondo, già programmato. Il centro siderurgico di Belval è grande meno di un decimo dello stabilimento ex Ilva di Taranto, che ArcelorMittal ha gestito negli ultimi anni utilizzando i vecchi altiforni, scontrandosi, per divergenze sulle prospettive e sugli investimenti, con il socio di minoranza di Acciaierie d’Italia, lo Stato italiano, e con gli ambientalisti per il forte impatto ambientale del centro siderurgico. In Lussemburgo, ArcelorMittal ha concordato un taglio di 536 posti di lavoro, presentato un piano per ridurre le emissioni e “decarbonizzare” gli impianti rendendoli meno inquinanti. E intanto condivide paritariamente con il governo la presenza in Agorà, società costituita nel 2000 con l’obiettivo di progettare gli interventi privati a Belval nella fase post-industriale su poco meno di cento ettari lasciati liberi dalla vecchia acciaieria.

 

Più piccolo della Val d’Aosta, il Lussemburgo ha 634.000 abitanti (di 140 diverse nazionalità, il 59 per cento della popolazione) e un Pil pro capite più alto del mondo (circa 130 mila dollari). Ora anche la terra delle miniere, Esch-sur-Alzette, il buco nero pieno di fumo, «è tornata a essere viva – conclude il professor Scuto – ma credo che gli effetti veri li vedremo tra una decina di anni».

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