Semplificare al punto da precarizzare il mondo del lavoro più di quanto già non lo sia. Sembra la direzione intrapresa da alcuni disegni di legge al vaglio del Parlamento che si apprestano, nelle prossime settimane, a essere approvati in prima lettura. Si passa dalla possibilità di aumentare il ricorso ai contratti di somministrazione sino a rendere automatiche le dimissioni in caso di assenze ingiustificate. Leggasi: nessun diritto a percepire la Naspi (l’indennità di disoccupazione).
Sono solo alcune delle misure contenute in un disegno di legge varato dal Consiglio dei ministri ormai un anno fa assieme al più celebre decreto Lavoro del 1° maggio che, tra le altre cose, eliminava il reddito di cittadinanza e istituiva l’assegno di inclusione. Solo a dicembre, però, il ddl ha iniziato il suo iter nella commissione Lavoro di Montecitorio, proseguendo il suo percorso un po’ in sordina, forse per l’assenza di misure bandiera da sventolare in campagna elettorale. Eppure, sarebbero diversi i contenuti che meritano attenzione.
Hanno provato a dirlo i deputati di Partito democratico, Movimento Cinque Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra che, in fase emendativa, hanno riproposto l’istituzione del salario minimo legale e chiesto unitariamente la soppressione delle misure citate. Ma «non ci sono solo queste due tematiche», perché nel testo «manca la proroga dello smart working per i lavoratori fragili e i genitori con figli minori di 14 anni», segnala la pentastellata Valentina Barzotti: «In compenso c’è l’abolizione dell’obbligo di badge per gli operai dei cantieri edili».
Sono solo le norme più critiche di un testo con cui, invece, governo e maggioranza vorrebbero riformare il mondo del lavoro all’insegna di una flessibilità che sembra riservare ben pochi effetti positivi. Almeno per i lavoratori. Non ne produce di certo la norma che modificherebbe il contratto di somministrazione, ampliando le maglie per farvi ricorso. Se oggi, infatti, i lavoratori somministrati non possono superare il 30% degli occupati in azienda, con la novità in arrivo questa percentuale non terrebbe più conto dei somministrati con contratto a tempo indeterminato. E poi, «viene di fatto tolto il limite per i contratti di somministrazione a tempo indeterminato», osserva il deputato di Avs Franco Mari parlando di «una scelta pericolosa», perché «i somministrati risultano sulla carta a tempo indeterminato e questa è una delle voci di crescita del lavoro a tempo indeterminato, ma in realtà sono lavoratori discontinui».
Un modo, insomma, per consentire ai datori di lavoro di affidarsi più agevolmente alle agenzie per il lavoro. «Fare un regalo così grande alle agenzie interinali attraverso la liberalizzazione completa della somministrazione è un fatto incredibile che non ha precedenti», commenta il dem Arturo Scotto secondo cui, al contrario, «occorrerebbe incentivare l’uscita dalla somministrazione».
Ma a destare ancora più preoccupazione sono senza dubbio le «dimissioni per fatti concludenti». Il testo, che si appresta ad arrivare nell’aula della Camera, prevede infatti che il rapporto di lavoro si risolva automaticamente e per volontà del lavoratore in caso di assenza ingiustificata: sarebbero sufficienti 5 giorni, se non diversamente previsto dal contratto collettivo applicato. Secondo i fautori dell’intervento, si tratterebbe di un modo per contrastare «la prassi, talora ricorrente, della volontaria assenza ingiustificata dal lavoro per indurre il datore di lavoro al licenziamento per giusta causa e poter così percepire la Naspi che, invece, non spetta in caso di dimissioni». Lo ha spiegato con queste parole la responsabile del dipartimento Mercato del lavoro della Cisl, Livia Ricciardi, ascoltata durante i lavori in commissione assieme alle altre sigle sindacali. Tutte pressoché scettiche per lo sbilanciamento che la misura provocherebbe a discapito dei lavoratori. «Riteniamo inaccettabile il potere che si attribuirebbe alla parte datoriale», il commento di Maria Grazia Gabrielli (Cgil): «L’articolo introdotto non rende affatto manifesta l’intenzione del lavoratore, ma attribuisce senza alcun fondamento un’interpretazione autentica a un suo comportamento». Perplessa anche Ivana Veronesi (Uil) secondo cui «la norma non riconosce alcuna garanzia per la parte più debole del rapporto come, ad esempio, potrebbe essere un allungamento dei tempi di assenza ingiustificata e un passaggio di garanzia presso l’Ispettorato territoriale del Lavoro».
Intanto, le opposizioni evocano già il ritorno della stagione delle dimissioni in bianco. «Siamo dentro un disegno complessivo di precarizzazione e svalorizzazione del lavoro su cui la destra si è cimentata sin dal cosiddetto decreto 1° maggio», annota ancora il dem Scotto. «Ora – aggiunge – fanno un passo ulteriore e con questa operazione surrettizia provano a cancellare una conquista di civiltà come il divieto di dimissioni in bianco». Il tempo e il modo per cambiare rotta ci sarebbero, la volontà politica forse meno. L’unico segnale di apertura da parte della maggioranza è arrivato con un emendamento di Forza Italia che vorrebbe escludere dall’ipotesi di dimissioni i casi di «forza maggiore» in cui il lavoratore non ha potuto comunicare l’assenza al datore di lavoro.
La sostanza, però, non cambierebbe. Anche perché questo non è l’unico testo all’esame del Parlamento che interviene sul fenomeno dei «furbetti della Naspi». Un secondo disegno di legge in materia di lavoro, infatti, è all’esame della commissione Affari sociali e Lavoro del Senato. Presentato ad aprile 2023 dalla senatrice di Fratelli d’Italia Paola Mancini, è concepito in ottica di «semplificazione», perché intende aumentare, ad esempio, la durata massima dei contratti a tempo determinato dagli attuali 12 a 24 mesi raggiungibili con più proroghe. Oppure, ancora, vorrebbe introdurre una deroga temporanea al divieto per le pubbliche amministrazioni (legge Madia) di affidare incarichi a lavoratori in quiescenza.
Ma soprattutto, come detto, anche in questo caso si vorrebbe sollevare il datore di lavoro dal pagamento del ticket Naspi. E per farlo si fissa a 20 giorni il limite di assenze ingiustificate oltre le quali non opererebbe l’obbligo di presentare le dimissioni con modalità telematica. In mancanza di tale comunicazione, quindi, queste risulterebbero ordinarie e non per giusta causa: condizione sufficiente affinché l’azienda non sia obbligata a pagare il ticket per l’indennità di disoccupazione.
Una sovrapposizione non trascurabile con il disegno di legge all’esame di Montecitorio che dovrà essere indubbiamente appianata prima che uno dei testi arrivi in aula. E l’unico modo è che la norma venga espunta da uno dei due ddl, fa sapere il presidente della commissione Lavoro della Camera, Walter Rizzetto (FdI). Potrebbe trattarsi di uno degli sporadici casi in cui le due Camere si ritroverebbero a dialogare, senza limitarsi a ratificare quanto fatto dall’altro ramo del Parlamento.