Economia
29 gennaio, 2026Storia di un lungo e costoso accanimento terapeutico
La terapia intensiva procede, a colpi di decreti legge, qualche elemosina, la solita cassa integrazione. Bruciando così, dicono i tecnici, almeno un milione al giorno di conto economico. Con la vicenda dell’ex Ilva di Taranto che assume sempre più l’aspetto di un insensato accanimento terapeutico. L’ultima trasfusione sarà un ulteriore «prestito» di 149 milioni previsto da un emendamento di Salvo Pogliese, il relatore di Fratelli d’Italia in Senato per l’ennesimo decreto-legge di sopravvivenza. Scatterà, il «prestito», se la fabbrica non sarà stata ceduta entro questo gennaio. Mettiamolo già in conto.
Da quando è scoppiata l’emergenza ambientale, ormai 13 anni e mezzo fa, gli otto governi che si sono alternati prodigandosi in sterili tentativi per evitare il tracollo hanno fatto 30 decreti legge. Soltanto l’ultimo governo, quello di Giorgia Meloni, ne ha prodotti 12. Senza che in tutto questo tempo, dal 2012, nessuna maggioranza politica sia colpevolmente venuta a capo del salvataggio di un’industria che da destra a sinistra è definita con lo stesso aggettivo: «strategica». Anche se per quale strategia non è affatto chiaro. Mentre è chiaro l’uso propagandistico. «Salveremo l’Ilva con l’acciaio per il Ponte sullo Stretto di Messina!» ripete da anni Matteo Salvini.
Dalla montagna di decreti legge scende sulla più grande acciaieria d’Europa una valanga di denaro pubblico, che racconta una storia purtroppo simile ad altre già viste dai contribuenti italiani. Come spiega un documento pubblicato tre mesi fa dall’Assonime, l’associazione delle società per azioni presieduta da Massimo Tononi. Fondamentale per capire che cosa è successo, ma soprattutto cosa è andato storto, negli ultimi trent’anni. Cioè da quando nel 1995 l’Iri ha venduto l’ex Italsider-Ilva di Taranto, già sopravvissuta al giro di vite imposto dall’Europa all’industria dell’acciaio grazie al sacrificio di Bagnoli, al gruppo di Emilio Riva. La storia è quella di un immenso impianto industriale pubblico, 1.500 ettari a ridosso di una grande città meridionale affacciata sul mare, che perde un sacco di soldi e viene privatizzato, dicono i critici, per un pezzo di pane. E che dopo 17 anni in mano ai privati cui ha garantito enormi profitti, ritorna di fatto allo Stato con una situazione ambientale drammatica e ricomincia a produrre perdite astronomiche. Arrivando a un passo dall’eutanasia, per l’incapacità della politica a risolvere il conflitto decisivo fra salute e lavoro. Il sequestro dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, nel luglio 2012, è seguito dal commissariamento dell’acciaieria, affidato a Enrico Bondi e all’ex ministro dell’Ambiente Edo Ronchi. I due mettono a punto un piano per il passaggio dell’acciaieria al forno elettrico alimentato dal «ferro preridotto», la materia prima per la «decarbonizzazione» della siderurgia. L’applicazione del piano, secondo Assonime, anticiperebbe di anni le mosse dei rivali europei. Ma lo Stato non ci vuole mettere i tanti soldi necessari, e arriva Piero Gnudi. Il presidente del consiglio Matteo Renzi gli ha affidato il compito di trovare un altro acquirente dopo la famiglia Riva. A risolvere la questione ambientale dell’ex Ilva, che fra l’altro ha l’acqua alla gola, ci pensassero i futuri padroni.
Eppure se un’industria è ritenuta «strategica» per il Paese, dice Assonime, «lo Stato non può non farsi carico del suo destino». La verità è che la politica se ne lava le mani, limitandosi a una gestione burocratica del problema. L’ex Ilva da quel momento in poi diventa un grande affare soltanto per professionisti, consulenti e avvocati. La prima amministrazione straordinaria parte il 21 gennaio 2015 e ci vogliono tre anni per arrivare alla vendita. Comprano i franco-indiani di Arcelor-Mittal. Ma con l’arrivo del governo grilloleghista di Giuseppe Conte la situazione precipita di nuovo. Per decreto viene abolito lo scudo penale per gli amministratori e la rescissione del contratto è la conseguenza inevitabile. Allora lo Stato rientra in gioco con Invitalia, e dopo la seconda privatizzazione si apre la strada per la seconda rinazionalizzazione. Ma senza alcuna prospettiva «strategica» concreta. Si abbozzano nuovi piani per la mitica decarbonizzazione, ma sono solo chiacchiere e invece i concorrenti italiani ed esteri sono già a buon punto. Svaniscono anche i fondi del Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Che non sono nemmeno molti, ma servirebbero eccome.
Le cose vanno di male in peggio e ben presto si sfocia in una seconda amministrazione straordinaria. Ci si mette pure un incendio a uno dei due altiforni (su cinque) ancora in attività, con un nuovo sequestro della magistratura. Non bastasse, si perdono giorni preziosi per l’intervento necessario a evitare danni irreparabili all’impianto. Bisogna evitare che la colata di ghisa si solidifichi, rendendo così inutilizzabile l’altoforno. E scoppia una polemica assurda fra la magistratura e la società. Quest’ultima sostiene che sono arrivate in ritardo le autorizzazioni. I magistrati replicano che tutte le richieste sono state evase in poche ore, ma che fra queste non c’era quella di «effettuare il colaggio dei fusi», che avrebbe scongiurato la catastrofe tecnica. Alla lite prende parte anche il ministro delle Imprese Adolfo Urso, che dà ragione alla società attaccando la procura. Niente di nuovo: il governo Meloni è in guerra aperta con la magistratura, sta preparando la separazione delle carriere.
Il risultato è che la produzione, con un solo altoforno rimasto in attività, scende ai livelli più bassi di sempre. Su una capacità produttiva di oltre 8 milioni di tonnellate, si arriva a malapena a 2 milioni. E le perdite galoppano. Mentre matura anche l’ultima beffa. Per il suo piano sull’ex-Ilva Urso ripesca le linee essenziali del piano Bondi-Ronchi. Ma con undici anni di ritardo, e il tempo perduto ormai non si recupera più, soprattutto se si prevede un periodo di otto anni ancora a carbone, e per arrivare non alle fonti energetiche rinnovabili ma al gas. I concorrenti ormai sono più che attrezzati. Nel 2022 quella di Arvedi è la prima acciaieria al mondo che produce a emissioni zero. Ed è italiana.
Mentre si va avanti con decreti legge nell’inutile speranza di rinviare quanto più possibile l’inevitabile, e spuntano improbabili acquirenti disposti a comprare per un euro, non resta che l’incombenza più triste: fare i conti delle trasfusioni. Dal 2012 sono arrivati nelle casse dell’ex Ilva prima 600 milioni, subito seguiti da altri 400 di crediti bancari garantiti dallo Stato; quindi altri 400 da Invitalia e ancora 680 milioni; poi un prestito di 320, uno stanziamento di 250 per garantire la continuità aziendale e dulcis in fundo altri 200. Totale: 2 miliardi e 850 milioni. Ma a questa cifra vanno aggiunti i 220 milioni di Sace, oltre a una trentina di milioni per l’indotto e le consulenze, nonché almeno 750 milioni per la cassa integrazione di tremila lavoratori per dieci anni. Totale bis: 3 miliardi e 850 milioni. E non è tutto. La fetta più grossa è il riflesso della crisi dell’Ilva sul Prodotto interno lordo del Paese. Quantificato, per gli undici anni dal 2012 al 2023, in 23 miliardi e 423 milioni. Per un totale generale, considerando il medesimo ritmo anche negli ultimi due anni, di 31 miliardi e mezzo. Ossia più di 500 euro per ogni italiano, neonati compresi. Nemmeno l’uscita dell’Italia dal nucleare è costato al Paese come l’agonia dell’acciaieria di Taranto.

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