Economia
23 febbraio, 2026“Se sapremo lavorare con spirito cooperativo fra Paesi e aziende, ricaveremo grandiosi miglioramenti”, dice Tony Elumelu, l’investitore nigeriano che punta sull’Africapitalismo
«Africapitalismo»: un neologismo che non è solo uno slogan ma un concetto, una filosofia, una linea di comportamento. L’ha coniato, e lo applica Tony Elumelu, industriale e investitore nigeriano fra i più prestigiosi dell’intero continente, con interessi che spaziano dal petrolio alla sanità, dall’hospitality alla tecnologia, dall’immobiliare alle banche. Nato nel marzo 1963 a Jos nello stato federato di Plateau, Centro-Nord della Nigeria, Elumelu è stato inserito nel 2020 da Time nella lista delle 100 persone più influenti al mondo. «Quello che cerco di veicolare – ci spiega – è la valorizzazione del capitalismo privato in un continente come l’Africa dove domina spesso la mano pubblica, e insieme della forza lavoro giovanile che costituisce i tre quarti dell’intera popolazione africana: su 1,2 miliardi di abitanti, 900mila sono giovani di meno di trent’anni». Elumelu è un omone cordiale, affabile e sorridente in possesso di un master in economia dell’University of Lagos. Lo incontriamo nella sala da tè di un grande albergo romano la sera prima del suo “keynote speech”, l’intervento centrale all’assemblea dell’Ifad (International fund for agricultural development), l’agenzia dell’Onu per lo sviluppo delle attività agricole nei Paesi in via di sviluppo che ha sede a Roma. «Vengo sempre volentieri in Italia, Paese con il quale le sinergie potenziali sono enormi: voi, come tutta l’Europa, avete un problema di crisi demografica e un gran bisogno di forze lavoro giovani e motivate, noi abbiamo viceversa un surplus di giovani entusiasti che non vedono l’ora di venire in Europa, e in Italia in particolare, per lavorare con onestà e dignità. Dall’integrazione di questi due fattori possono uscire grandi benefici per tutti».
Cosa fate in concreto con le aziende del suo gruppo per facilitare questa combinazione win-win?
«Per cominciare, abbiamo affrontato il problema maggiore: dare a questi ragazzi le competenze specifiche, settore per settore, perché possano raggiungere un livello internazionale ed entrare in competizione con i loro coetanei europei, americani e cinesi. Per quest’obiettivo, dopo una selezione finalizzata a valutare la genuinità del loro impegno, li assistiamo con un training specifico, con tutor, con viaggi nei centri di eccellenza, con la possibilità di accesso alle università».
Qual è il livello di interesse e attenzione che riscontra presso i giovani del suo Paese?
«Altissimo, si rendono tutti conto che viene loro offerta una chance per entrare nel mondo del lavoro dalla porta principale. L’Europa è lo sbocco naturale per un’emigrazione corretta, razionale e regolamentata. Ci sono anche tante possibilità di lavoro nello stesso continente africano, che cerchiamo di valorizzare. Così, offriamo ai nostri giovani, in Nigeria come in tutti i 54 Paesi africani, corsi di formazione, accesso alle università o alle scuole tecniche, stage presso aziende e training a ogni livello, finalizzati a un’occupazione stabile nella stessa Africa».
Puntate anche sulle startup, la manifestazione più vivace dell’entusiasmo e dell’inventiva dei giovani?
«Certamente. Dal 2015 a oggi con la Fondazione che abbiamo creato con mia moglie Awele (una prestigiosa dottoressa con esperienze sia nel campo medico che nel management sanitario in Nigeria e in Gran Bretagna, ndr) abbiamo investito oltre 100 milioni di dollari per sostenere giovani startup in Africa. In dieci anni abbiamo reso possibile, con aiuti pratici a partire dalla redazione del business plan iniziale e dalla formazione specifica, la creazione di 24mila imprese, attribuendo a ognuna un capitale di base di 5mila dollari e seguendole nel loro sviluppo. Queste aziende hanno generato in questi dieci anni un milione e mezzo di posti di lavoro e 4 miliardi di dollari di fatturato. Ne finanziamo sia all’estero che in Nigeria, anche tramite la banca che presiedo, la United Bank for Africa, che abbiamo rilevato alcuni anni fa ma ha 75 anni di storia».
Per la creazione d’impresa, riscontrate carenze strutturali?
«Purtroppo in Nigeria esistono ancora vincoli sia fisici che pratici, che rendono spesso difficile impiantare aziende. A volte non abbiamo neanche l’energia elettrica necessaria per avviare imprese. È un limite contro il quale ci battiamo strenuamente, e non a caso un altro aspetto del nostro business è la produzione di petrolio. Siamo attivi anche nel downstream, la generazione di energia elettrica, con il gruppo Transcorp Power che ha una capacità installata complessiva di 2mila Megawatt».
Per restare al petrolio, di cui la Nigeria è uno dei principali produttori mondiali, non temete il famoso “oil peak”, il momento in cui la fonte fossile, petrolio ma anche carbone e in prospettiva il gas, comincia a diventare obsoleta?
«Guardi, siamo perfettamente consapevoli dei problemi per l’ambiente e per il clima connessi con le emissioni da combustibili fossili, però sono sicuro, e qui potrei citare importanti studi dei più prestigiosi economisti mondiali, che il punto di svolta sia ancora lontano. Il mondo intero per molti anni avrà bisogno dell’energia petrolifera. Ciò non toglie che sia necessario sviluppare le fonti rinnovabili, e infatti siamo attivi anche nel solare ed eolico. Però il ruolo del petrolio resta ad oggi fondamentale».
Come si colloca la Nigeria nella “gerarchia” dei Paesi produttori di greggio?
«Con 37,5 miliardi di barili di riserve accertate, sufficienti per oltre duecento anni di produzione, oltre a 6mila miliardi di metri cubi di gas, il nostro Paese, membro dell’Opec fin dal 1971, è attivo sia nell’attività che nella “diplomazia” delle fonti energetiche, tant’è vero che appena entrato ha ospitato nel 1972 la 25esima conferenza dell’Opec stessa. La produzione attuale è di 1,7 milioni di barili di greggio al giorno, undicesimo produttore mondiale, di cui 1,1 esportati. Il petrolio rappresenta il 90% dell’export nigeriano. Quanto a noi, la nostra società, la Heirs Holdings operante nel bacino del Niger, produce ogni giorno 50mila barili di greggio e 3,4 milioni di metri cubi di gas su una base di riserve di 1,5 miliardi di barili. Abbiamo avuto una transazione amichevole pochi anni fa, quando abbiamo comprato dall’Eni una partecipazione nel giacimento Oml 17 nello stato di River sul fiume Niger. Eni, insieme con TotalEnergies e Shell, era il proprietario iniziale. Da allora conserviamo una collaborazione più che soddisfacente con il grande gruppo italiano».
Tornando invece alla promozione delle startup, in Europa e in Italia in particolare c’è il problema della burocrazia che rallenta spesso in modo decisivo lo sviluppo di compagnie giovani e dinamiche. Qual è la situazione in Nigeria?
«La stessa. Quello che gli americani chiamano “Red Tape”, cioè le pastoie burocratiche, crea inutili lungaggini lungo tutto il processo, che si aggiungono alle difficoltà strutturali che le dicevo. E devo dire che c’è ancora molta corruzione diffusa. Purtroppo questo è un limite per l’intera economia africana che dobbiamo rimuovere. Per riflettere sul potenziale inespresso, pensi che il commercio intra-africano rappresenta ancora meno del 20% del commercio totale del continente, rispetto a oltre il 60% in Europa. Le carenze infrastrutturali dei trasporti, le barriere non tariffarie, il debole coordinamento delle politiche industriali e l’accesso limitato ai finanziamenti commerciali: tutti fattori da riformare».
Il suo Paese è stato citato da Donald Trump quale possibile bersaglio di una delle sue avventure militari. Ha capito quale intervento avrebbe in mente?
«Mi perdoni ma non vorrei parlare di argomenti politici questa sera, ma solo di business».
Mi permetta di farle una sola domanda: non pensa che il caos generato sul mondo intero da Trump, a partire – per restare nel campo economico – dall’incerta e scottante partita dei dazi, apra nuove opportunità perché Paesi in possesso di una forza sufficiente, come la Nigeria e naturalmente l’Unione europea, trovino nuovi spazi per affermare il loro standing?
«Probabilmente sì, e da parte nostra siamo consapevoli che non c’è tempo da perdere per rafforzare la base industriale della Nigeria e inserirla nel mainstream dei Paesi più importanti del mondo. Una sola cosa è sicura: il quadro internazionale non è più lo stesso, il mondo è cambiato e alcune mutazioni possono diventare strutturali. Ma la cosa più importante è una: solo se sapremo lavorare con concordia e spirito davvero cooperativo fra Paesi e fra aziende, ne ricaveremo tutti grandiosi miglioramenti».
LEGGI ANCHE
L'E COMMUNITY
Entra nella nostra community Whatsapp
L'edicola
Glovalizzazione - Cosa c'è nel nuovo numero de L'Espresso
Il settimanale, da venerdì 20 febbraio, è disponibile in edicola e in app



