Editoriale

Il simbolo della grande retromarcia sullo smart working è Zoom che richiama i dipendenti in ufficio

di Alessandro Mauro Rossi   28 agosto 2023

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Durante la pandemia questa formula è stata accolta con entusiasmo. Ma ora molte aziende stanno rivedendo la loro politica e puntano sulla settimana ibrida. Perché la presenza fisica resta fondamentale

La copertina di questo numero de L’Espresso è dedicata a chi vive di lavoro povero. Con cinque-sei euro all’ora non si può campare una famiglia, non si ha una vita dignitosa e si può tirare avanti solo facendo enormi sacrifici. Il lavoro povero è una delle piaghe del nostro tempo. Il lavoro agile, lo smart working, ha invece rivoluzionato il nostro tempo e la nostra vita.

 

Sempre più aziende, soprattutto nel periodo del Covid, hanno cominciato a tenere a casa i loro dipendenti, facendoli lavorare da remoto, credendo di coniugare felicità e produttività. È chiaro che un certo tipo di lavoro funziona solo per alcune professioni: per esempio, un programmatore, un giornalista, chi disbriga pratiche burocratiche, un professionista. Impossibile fare smart working per un carpentiere, un muratore o, peggio ancora, un raccoglitore di pomodori. Insomma le categorie che in qualche modo si potevano già considerare privilegiate hanno potuto usufruire di un privilegio ulteriore, quello dello smart working che consentiva di lavorare da casa, risparmiare sui pasti, sui costi dei trasporti, potersi assentare brevemente dal lavoro con più facilità, ma anche lavorare meglio e produrre di più.

 

O almeno all’inizio sembrava così. Come prova dei benefici del lavoro da remoto era citato spesso uno studio di Nicholas Bloom, professore di economia a Stanford. Dalle sue ricerche, che analizzavano un migliaio di lavoratori di un’agenzia di viaggi cinese, veniva fuori che i dipendenti in remoto erano il 13% più efficienti dei loro colleghi in ufficio.

 

I collegamenti via Zoom, Microsoft Teams o Google Meet, alcune delle principali piattaforme per le riunioni via Internet, hanno spopolato per almeno tre anni spinti da opinioni favorevoli, studi, commenti. In sostanza il «tutti a casa» per lavorare sembrava il sol dell’avvenire della produttività e del benessere. Però, era sfuggito un piccolo avvertimento lanciato proprio dal professor Bloom. La produttività aumentava a due condizioni: che il lavoro da casa fosse volontario e che alla fine della settimana ci si ritrovasse comunque in ufficio a discutere di nuovi progetti attorno a un vero tavolo, non in una conferenza su Zoom.

 

Ora siamo arrivati alla resa dei conti perché si sta registrando una migrazione inversa, ossia le aziende di Wall Street, che sono state le capofila dello smart working, stanno riconvocando i lavoratori in ufficio. La stessa cosa stanno facendo i colossi della tecnologia come Apple, Google e Meta, ma il fatto più curioso è che ha ordinato dietrofront ai suoi dipendenti anche Zoom. L’azienda simbolo dello smart working, che fornisce servizi di videotelefonia e chat online sta chiedendo di tornare a lavorare parzialmente in presenza. Zoom vuole che tutti i dipendenti che si trovano entro 50 miglia (80 chilometri) da un ufficio dell’azienda si rechino in sede almeno due giorni alla settimana. E pensare che nel gennaio 2022, solo il 2% lavorava in sede.

 

Nuove ricerche stanno dimostrando che gli uffici, pur con tutti i loro difetti, rimangono essenziali. Alla fine l’idea libertaria dell’abbattimento delle sedi fisiche, sostenuta durante la pandemia da una serie di studi e ricerche, sembra ridursi a poco più di un’utopia.

 

Per molti lavoratori, quindi, il futuro sarà ibrido, con una settimana lavorativa divisa tra casa e ufficio, perché una migliore produttività va in questa direzione. E uno dei problemi italiani è proprio quello della produttività. Ci sarà pane per i denti del sindacato.