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Esteri
ottobre, 2024

Così Europol ha dato un volto al Fantasma

Un hacker all’opera
Un hacker all’opera

Proliferano società che offrono retidi telefonia criptatealle multinazionali dei narcotrafficanti. Come “Ghost”, piattaforma messaa nudo da un cyber blitz dell’ufficio europeo di polizia

La lotta alla mafia è anche cyber. I pizzini usati da Bernardo Provenzano sono il simbolo di una dimensione criminale che appartiene al passato remoto: oggi le cosche per essere competitive devono imbastire affari sempre più complessi e spostare quantità colossali di denaro. Che si tratti di muovere merci proibite come la droga o di investire in attività lecite, i boss hanno bisogno di comunicare. E, ovviamente, di farlo senza il rischio di essere intercettati. Per questo, da quando è stata introdotta la telefonia mobile sono diventati innovativi: se trovano un sistema più evoluto di quello che le forze dell’ordine sanno scardinare, riescono a proliferare.

La sfida tra guardie e ladri ormai viene giocata in una corsa all’ultima novità hi-tech. Come quella individuata con l’operazione “Ghost”: «È il nome di una piattaforma criptata attiva dal 2015 – spiega il tenente colonnello della Guardia di Finanza, Leonardo Landi – che offriva un sistema avanzato di sicurezza, inclusa la crittografia a tre livelli e la cancellazione automatica dei messaggi. Gli utenti, migliaia in tutto il mondo, potevano scambiare fino a mille messaggi al giorno». Landi si occupa da decenni di mafie e dall’ottobre 2022 è il primo ufficiale della Direzione centrale Servizi antidroga incaricato di fare da collegamento con l’Europol: «Ho aperto io l’ufficio all’Aja. C’è stata la richiesta europea di facilitare l’interlocuzione tra l’Europol e il nostro Paese, con i nostri investigatori e con la nostra Direzione nazionale antimafia, per rafforzare la lotta al narcotraffico».

Una strettissima collaborazione tra le forze dell’ordine è l’unica strada per combattere una criminalità così organizzata da essersi fatta pienamente globale: ormai poche famiglie operano da sole nell’importazione di cocaina dal Sud America. Tutte tendono a creare consorzi di gruppi attivi in nazioni diverse e spesso dotati di specialità differenti, dalla logistica per le spedizioni alle talpe per fare passare i carichi attraverso le dogane, dalle raffinerie alle società di copertura per pagare i fornitori sull’altra sponda dell’Oceano. Queste narco-multinazionali non solo possono raccogliere capitali più ingenti, acquistando quindi gli stupefacenti in quantità maggiore e a prezzo minore, ma sono anche in grado di trasferire la droga riducendo il rischio di sequestri.

E le narco-coop possono nascere soltanto grazie alla disponibilità di chat criptate, che hanno tariffe alla portata di tutti: «L’abbonamento a “Ghost” costava 2.350 euro per sei mesi, meno di 400 euro al mese. Il pacchetto includeva i telefonini speciali, privi di fotocamera, microfono, localizzazione Gps e altre funzionalità standard degli smartphone». Sono i «cavalli di troia» che in passato hanno permesso agli investigatori di trasformare i cellulari in spie al servizio della legge, inserendo un trojan negli apparecchi.

Le chat criptate sono diffuse tra i boss di ogni continente da almeno un decennio, prima però esistevano pochissime società che le offrivano, a cui sostanzialmente finiva per rivolgersi l’intero mondo del crimine. «Sì, piattaforme come “Sky Ecc” ed “EncroChat” avevano milioni di utenti – ricostruisce il tenente colonnello Landi – usavano smartphone opportunamente modificati nel software, con un sistema operativo che cifrava i dati trasmessi e quelli memorizzati. In più l’utilizzatore aveva la possibilità di cancellare, quasi in tempo reale e anche da remoto, l’intera memoria del telefono inserendo un panic code. E veniva segnalata la presenza di sistemi di individuazione o di tentativi di aggressione informatica dall’esterno. Sono sistemi end to end, con la cifratura delle conversazioni mediante l’utilizzo di chiavi depositate esclusivamente sui dispositivi che chattano: neppure il gestore del servizio è in grado di conoscere le chiavi utilizzate».

Sono garanzie molto gradite ai clan. Se un telefono veniva sequestrato dagli inquirenti durante un arresto, i complici dell’arrestato potevano digitare un numero e fare sparire tutto il contenuto. E se i tecnici delle polizie provavano a infilarci un virus informatico, scattava subito un allarme. I narcos erano convinti di avere trovato l’arma finale nella guerra delle comunicazioni. Poi, però, un pool di polizie europee e l’Fbi si sono impadroniti con azioni cyber dei server: milioni di colloqui sono caduti in mano agli investigatori, permettendo di organizzare centinaia di retate. Grazie a questo colpo sono stati incriminati pure i baroni della «macro-mafia», gli artefici del super cartello che nello scorso ventennio ha rivoluzionato le importazioni di cocaina in Europa: l’italiano Raffaele Imperiale, l’irlandese Daniel Kinahan, l’olandese Ridouan Taghi e il bosniaco Edin Gačanin. Le conversazioni che credevano blindate sono diventate l’atto d’accusa nei processi.

Da allora è cambiato tutto, come sottolinea Landi: «Il panorama delle comunicazioni criptate è diventato sempre più frammentato; adesso ci sono molte realtà più piccole, che a volte offrono servizi realizzati su misura. L’obiettivo è evitare di esporre l’intera attività su una singola piattaforma. È una sorta di mosaico, con router e infrastrutture inizialmente installati in Francia e Paesi Bassi, poi sparsi dall’Islanda all’Europa orientale: tutte le aziende contano su esperti informatici di grande qualità. E come si sono parcellizzate le reti cripto, così sono ormai parcellizzati i consorzi criminali multi-Paese composti da gang più piccole».

«L’operazione “Ghost” è ciò per cui Europol è stata creata: trasformare la collaborazione in risultati concreti riunendo le persone, gli strumenti e l’esperienza. Con l’avvento dell’intelligenza artificiale e la crescita delle tecnologie quantistiche, abbiamo davanti uno sviluppo pressoché illimitato delle soluzioni digitali adottate dai clan. Ma, come ha detto la direttrice esecutiva di Europol, Catherine De Bolle, “indipendentemente da quanto nascoste pensino di essere, le reti criminali non possono sfuggire al nostro sforzo collettivo”».

I server di “Ghost” sono stati localizzati in Francia e Islanda, ma i proprietari erano in Australia. L’indagine coordinata da Europol ha coinvolto dal marzo 2022 diversi Paesi: cruciale il contributo del Comando Cyber del ministero degli Interni francese, che ha permesso di decifrare i messaggi. La polizia federale australiana, inoltre, ha potuto infiltrarsi nei dispositivi “Ghost” modificando gli aggiornamenti software: ha monitorato 125 mila messaggi e 120 videochiamate. Così è stato smantellato un laboratorio di droga in Australia e sono stati sequestrati armi, stupefacenti e oltre un milione di euro cash con 51 arresti: 38 in Australia, undici in Irlanda e in Italia un membro della Sacra Corona Unita. Una sorpresa, perché la mafia salentina da un decennio sembrava dedicarsi solo al riciclaggio e al racket sul territorio, senza partecipare a traffici internazionali. L’amministratore di “Ghost”, Jay Je Yoon Jung, è stato ammanettato a Sydney: rischia fino a 26 anni di carcere.

«La task force di Europol – conclude il tenente colonnello Landi – è stata fondamentale per mappare l’infrastruttura tecnica globale, identificare fornitori e utenti, passando poi a coordinare gli sforzi congiunti per chiuderla. Ma ci sono tante attività delicate in un’istruttoria del genere. Bisogna riuscire a decriptare le chat, poi tradurre e comprendere i testi, infine individuare con esattezza chi sono gli autori dei messaggi, registrati sotto nickname di fantasia. Ci sarà sempre più bisogno di investigatori capaci di comprendere le manovre di chi opera nel Metaverso o maneggia l’intelligenza artificiale. Ma abbiamo soprattutto la necessità di avere accesso alle comunicazioni tra sospettati: ciò può essere realizzato tutelando la privacy, con forti salvaguardie e controlli legali. Una sentenza della Corte di Cassazione del febbraio scorso ha dato legittimità agli strumenti di indagine sulle piattaforme: è la prova che il comparto normativo funziona e riesce ad adeguare le tutele della legge all’evoluzione delle tecnologie».

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